Divina Liturgia di S. Giovanni Crisostomo

 

ORDINE DELLA SANTA E DIVINA LITURGIA

DI SAN GIOVANNI CRISOSTOMO

 

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PRESENTAZIONE

DEI DONI

Il sacerdote che si appresta a celebrare i divini misteri deve prima essere riconciliato con tutti e non avere risentimenti con alcuno; con quanta forza può, deve custodire il cuore dai pensieri cattivi, contenersi sin dalla sera e tenersi sobrio fino al tempo della consacrazione.

Quando è tempo entra nel tempio e, accompagnato dal diacono, compie tre profondi inchini a oriente davanti alle porte sante chiuse e velate. Il diacono dice:

D. Benedici, presule.

Il sacerdote:

S. Benedetto il nostro Dio, in perpetuo: ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

Il diacono:

Re celeste, Confortatore, Spirito della verità, che sei dovunque e tutto ricolmi, scrigno dei beni e donatore di vita: vieni e dimora in noi, e purificaci da ogni macchia, e salva, o Buono, le nostre anime.

Santo Dio, santo forte, santo immortale: misericordia di noi. (tre volte)

Gloria al Padre e al Figlio e al santo Spirito; ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.

Tuttasanta Trinità, abbi misericordia di noi; Signore, sii clemente con i nostri peccati; Sovrano, perdonaci le iniquità; Santo, visita e guarisci le nostre infermità a motivo del tuo nome.

Kyrie eléison. (tre volte)

Gloria al Padre e al Figlio e al santo Spirito; ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.

Kyrie eléison. (tre volte)

Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà come in cielo, così sulla terra; dacci oggi il nostro pane essenziale; e rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori; e non indurci in tentazione, ma liberaci dal maligno.

Il sacerdote:

È tuo il regno e la potenza e la gloria: Padre e Figlio e santo Spirito; ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

Il diacono:

Amen.

Entrambi dicono:

Abbi misericordia di noi, Signore, misericordia di noi; mancando di ogni discolpa, questa implorazione a te Sovrano noi peccatori porgiamo: misericordia di noi.

Gloria al Padre e al Figlio e al santo Spirito.

Signore, misericordia di noi: in te confidiamo; non adirarti molto con noi, non ricordare le nostre iniquità, ma considera anche ora, da generoso, e riscattaci dai nostri nemici; sei tu infatti il nostro Dio e noi il tuo popolo, tutti opera delle tue mani e da invocare serbiamo il tuo nome.

Ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.

Aprici la porta della generosità, benedetta Deìpara; non sia che, sperando in te, restiamo delusi; avvenga che scampiamo per tuo tramite alle sventure: sei tu infatti la salvezza della stirpe dei cristiani.

Poi vanno all’immagine di Cristo, la baciano e dicono il tropario:

Veneriamo la tua illibata immagine, o Buono, chiedendo perdono delle nostre colpe, Cristo Dio; volente hai gradito di salire la croce nella carne per liberare dal giogo nemico noi che tu hai formato. Noi grati perciò ti esclamiamo: Tutto hai colmato di gioia, Salvatore nostro, quando sei giunto per salvare il mondo.

Baciano anche l’immagine della Deìpara e dicono il tropario:

Tu sei la fonte della generosità: consentici compassione, benedetta Deìpara; guarda al tuo popolo che ha peccato, mostra come sempre la tua potenza; in te speriamo e Gioisci! ti esclamiamo, come già Gabriele, il gran condottiero degli esseri incorporei.

Poi a capo chino il sacerdote dice:

Signore, tendi la mano dalla tua santa dimora e dammi vigore in questa tua sacra funzione, a che acceda senza condanna al tuo tremendo altare e compia il sacrificio incruento. È tua la potenza e la gloria nei secoli. Amen.

Fanno allora un lieve inchino a ciascuno dei cori e si recano nel santuario, dicendo:

Entrerò nella tua casa, adorerò al tuo tempio santo nel tuo timore. Signore, guidami alla tua giustizia a motivo dei miei nemici, appiana la mia via alla tua presenza. Non c’è verità nella loro bocca, il loro cuore è falso, la loro gola una tomba aperta; ingannano con quella loro lingua. Giudicali, o Dio, cadano sotto i loro intrighi, scacciali per la loro dimolta empietà, perché ti hanno amareggiato, Signore. E si rallegrino tutti quelli che sperano in te, esulteranno per sempre e tu dimorerai in loro, e tutti quelli che amano il tuo nome vanteranno di te. E infatti tu benedirai il giusto; Signore, come di uno scudo ci coroni del tuo gradimento. (Ps 5: 8-13.)

Nel santuario fanno tre profondi inchini davanti alla santa mensa e baciano il vangelo e la mensa. Ciascuno prende il proprio sticario e fa tre inchini ad oriente, dicendo ogni volta:

O Dio, sii clemente con me peccatore e usami misericordia. (cfr Lc. 18: 13)

Il diacono si avvicina al sacerdote con sticario e orario nella mano destra e a capo chino gli dice:

Benedici, presule, lo sticario con l’orario.

Il sacerdote, benedicendo lo sticario:

Benedetto il nostro Dio, in perpetuo: ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

Indi il diacono veste lo sticario dicendo:

La mia anima esulterà nel Signore: egli mi ha vestito del manto di salvezza, mi ha avvolto nella tunica di letizia; come a sposo, mi ha fa coronato di mitria e, come a sposa, mi fa ornato di monili. (Is. 61: 10)

Bacia l’orario e lo fissa alla spalla sinistra. Quando infila le soprammaniche, per la destra dice:

La tua destra, Signore, si è glorificata per forza; la tua mano destra, Signore, ha colpito i nemici; e con la tua dimolta gloria hai sbaragliato i tuoi avversari. (Es. 15: 6-7)

Per la sinistra dice:

Le tue mani mi hanno creato e formato: fammi intendere, e imparerò i tuoi comandamenti. (Ps 118: 75)

Si ritira all’altare della presentazione e dispone gli oggetti sacri: il disco sul lato sinistro e il calice a destra, e con questi gli altri oggetti.

Il sacerdote si veste così: prende lo sticario nella sinistra, si inchina tre volte ad oriente, come già detto, lo segna e dice:

Benedetto il nostro Dio, in perpetuo: ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

Lo indossa, dicendo:

La mia anima esulterà nel Signore: egli mi ha vestito del manto di salvezza, mi ha avvolto nella tunica di letizia; come a sposo, mi ha fa coronato di mitria e, come a sposa, mi fa ornato di monili. (Is. 61: 10)

Prende l’epitrachilio, lo segna e lo indossa, dicendo:

Benedetto Dio, che effonde la sua grazia sui suoi sacerdoti, come olio miro sul capo, che scende sulla barba, barba da Aronne, scende all’orlo della sua veste; in perpetuo: ora e sempre, e nei secoli dei secoli. (Ps 132: 2)

Prende la cintura, la segna e dice:

Benedetto Dio, che mi cinge di potenza; e ha reso irreprensibile la mia via, i miei piedi li fa da cerbiatto, mi tiene ritto sulle vette; in perpetuo: ora e sempre, e nei secoli dei secoli. (Ps 17: 33, 34)

Indossa le soprammaniche, prima la destra e poi la sinistra.

La tua destra, Signore, si è glorificata nella forza; la tua mano destra, Signore, ha colpito i nemici; e con la tua dimolta gloria hai sbaragliato i tuoi avversari. (Es. 15: 6-7)

Le tue mani mi hanno creato e formato: fammi intendere, e imparerò i tuoi comandamenti. (Ps 118: 75)

Prende una o entrambe le sacche a ginocchio, se ne ha la dignità, le benedice, le bacia e dice:

Cingiti la spada al fianco, o fiero di prestanza e bellezza, e contendi, prevali e regna con verità, mitezza e giustizia; e la tua destra ti guiderà a meraviglia; in perpetuo: ora e sempre, e nei secoli dei secoli. (Ps 44: 4-5)

Prende il felonio, lo benedice, lo bacia e dice:

I tuoi sacerdoti vestiranno di giustizia e i tuoi devoti esulteranno di gioia; in perpetuo: ora e sempre, e nei secoli dei secoli. (Ps 131:9)

Entrambi si ritirano all’altare diaconale e si lavano le mani, dicendo:

Laverò le mie mani tra gli incolpevoli e attornierò il tuo altare, Signore, per far udire la voce di lode e narrare tutte le tue meraviglie. Signore, amo lo splendore della tua casa e il luogo, dimora della tua gloria. Non perdere la mia anima con gli empi, non la mia vita con gente sanguinaria: nelle loro mani ci sono iniquità, la loro destra è rimpinzata di doni. Io invece cammino nella mia innocenza: riscattami, usami misericordia. Il mio piede poggia su luogo piano. Nelle assemblee ti benedirò, Signore. (Ps 25: 6-12)

Fanno tre profondi inchini davanti all’altare della presentazione, dicendo ogni volta:

O Dio, sii clemente con me peccatore e usami misericordia. (cfr Lc,18: 13)

Indi:

Ci hai riscattati dalla maledizione della Legge col tuo prezioso sangue; inchiodato sulla croce e trafitto dalla lancia, hai effuso l’immortalità agli uomini; Salvatore nostro, gloria a te. (Gal. 13:13)

Il diacono dice:

Benedici, presule.

E il sacerdote incomincia:

Benedetto il nostro Dio, in perpetuo: ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.

Il sacerdote prende con la sinistra una prosfora e con la destra la santa lancia, e segnando tre volte sul sigillo della prosfora, dice:

In memoria del Signore, Dio e Salvatore Gesù Cristo. (tre volte)

Il diacono, seguendo con pia attenzione questo mistero, dice a ogni singolo taglio: Preghiamo il Signore, mentre tiene l’orario in mano. Subito il sacerdote infigge la lancia nel lato destro del sigillo e tagliando dice:

Come una pecora fu condotto al macello. (Is. 53:8)

Per il lato sinistro:

E come un agnello irreprensibile, muto di fronte a chi lo tosa, così non apre bocca. (Is. 53:8 ; cfr Atti 8:32)

Per il lato superiore del sigillo:

Con la sua umiliazione fu concluso il suo processo. (Ibid.)

Per il lato inferiore:

La sua discendenza, chi più la narrerà? (Ibid.)

Il sacerdote, incide con la santa lancia il lato destro sotto la prosfora e solleva il santo pane, dicendo:

Perché la sua vita è tolta dalla terra. (Ibid.)

Lo depone all’inverso sul santo disco, mentre il diacono dice:

Immola, presule.

Lo immola in forma di croce, dicendo:

E’ immolato l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo, per la vita e la salvezza del mondo. (Ibid.)

Volge l’agnello ponendo verso l’alto il lato su cui è impressa la croce. Il diacono dice:

Trafiggi, presule.

Il sacerdote trafigge con la lancia la superficie superiore, sul lato destro, e dice:

Uno dei soldati con la lancia gli trafisse il costato e subito ne uscì sangue ed acqua; e colui che ha visto è testimone, e la sua testimonianza è veritiera. (Gv. 19: 34)

Il diacono prende il vino e l’acqua, e dice al sacerdote:

Benedici, presule, la santa unione.

Dopo la benedizione il diacono versa nel santo calice vino e poca acqua.

Il sacerdote prende la seconda prosfora e dice:

In onore e memoria della più che benedetta nostra sovrana, Deìpara e semprevergine Maria: per le sue intercessioni accetta, Signore, questa immolazione sul tuo altare oltre i cieli.

Prende una particola e la depone alla destra del santo pane vicino al centro dicendo:

La Regina è alla tua destra, avvolta in abito tessuto d’oro, variopinto. (Ps 44:10)

Prende la terza prosfora e ne estrae la prima particola e la depone al lato sinistro del santo pane, iniziando il primo ordine e dice:

Dell’insigne e glorioso profeta, precursore e battista GIOVANNI.

Estrae la seconda particola e deponendola dice:

Dei santi gloriosi profeti MOSÈ e ARONNE, ELIA ed ELISEO, DAVIDE e ISAIA; dei santi TRE GIOVINETTI; e ancora, del profeta DANIELE, e di tutti i santi profeti.

Estrae la terza particola e dice:

Dei santi gloriosi e illustri apostoli PIETRO E PAOLO e di tutti i santi apostoli.

e la depone sotto la seconda, completando il primo ordine. Dice ancora:

E dei nostri padri tra i santi, i gerarchi BASILIO il Grande, GREGORIO il teologo e GIOVANNI Crisostomo; di ATANASIO e CIRILLO, di NICOLA di Mira nella Licia, di PIETRO, ALESSIO, GIONA, FILIPPO ed ERMÒGENE di Mosca; di NICETA vescovo di Nòvgorod, di LEONZIO vescovo di Rostòv e di tutti i santi gerarchi.

Estrae una quarta particola e la depone vicino alla prima, iniziando il secondo ordine. Indi dice:

Del santo apostolo, protomartire ed arcidiacono STEFANO; dei santi gran martiri DEMETRIO, GIORGIO, i TEODORI, e di tutti gli altri santi martiri; e delle martiri TECLA, BARBARA, CIRIACA, EUFEMIA, PARASCEVA e CATERINA e di tutte le sante martiri.

Estrae la quinta particola e la depone sotto la prima, che è l’inizio del secondo ordine. Dice in seguito:

Dei devoti latori di Dio nostri padri, ANTONIO, EUTIMIO, SABBA, ONOFRIO, ATANASIO dell’Athos, ANTONIO e TEODOSIO delle Grotte, SERGIO di Ràdonezh, BARLAÀM di Khùtin e di tutti gli altri devoti padri; e delle devote madri PELAGIA, TEODOSIA, ANASTASIA, EUPRASSIA, FEBRONIA, TEÒDULA, EUFROSÌNE, MARIA l’egiziaca, e di tutte le sante devote madri.

Estrae la sesta particola e la depone sotto la seconda particola del secondo ordine, completandolo.

Dei santi e taumaturghi anargiri COSMA e DAMIANO, CIRO e GIOVANNI, PANTELEÌMONE ed ERMOLAO, e di tutti i santi anargiri.

Estrae la settima particola e la depone in alto come inizio del terzo ordine. Dice ancora:

Dei santi e giusti avi di Dio GIOACCHINO ed ANNA, di san N. (di santa N. dei santi NN. delle sante NN. del tempio), di san N. (di santa N. / dei santi NN. / delle sante NN. del giorno) dei santi simili agli apostoli METODIO e CIRILLO, maestri degli slavi, dei santi gran principe VLADIMIRO e gran principessa OLGA, simili agli apostoli, e di tutti i santi: per le loro preghiere visitaci, o Dio.

Depone l’ottava particola sotto la prima in buon ordine e prosegue:

E del nostro padre tra i santi GIOVANNI Crisostomo, arcivescovo di Costantinopoli.

Oppure:

E del nostro padre tra i santi BASILIO il Grande , arcivescovo di Cesarea di Cappadocia.

E prende la nona particola e la depone a chiudere il terzo ordine. Poi prende la quarta prosfora, e dice:

Ricorda, Sovrano benigno, i santissimi patriarchi ortodossi e il gran presule e nostro padre, il santissimo patriarca N., il nostro presule, il sacratissimo vescovo (arcivescovo / metropolita) N., tutto l’assieme dei vescovi ortodossi, l’insigne collegio dei presbiteri e il ministero in Cristo dei diaconi, e tutto l’ordine sacerdotale (in un monastero: l’archimandrita N. / l’igumeno N.; e tutto l’ordine monastico), i nostri fratelli e concelebranti, sacerdoti, diaconi e tutta la nostra comunità di fratelli che hai invitato alla tua comunione per tua generosità, Sovrano tuttobuono.

Prende una particola e la depone inferiormente al santo pane. Quindi commemora le autorità, dicendo:

Ricorda, Signore, la nazione e il suo popolo ortodosso.

Commemora i vivi che deve, nome per nome, e per ognuno estrae una particola, dicendo:

Ricorda, Signore, N. (nome di battesimo).

Estrae le particole e le depone inferiormente al santo pane. Commemora qui il gerarca che lo ha ordinato, se è vivente e se non è l’attuale ordinario. Poi prende la quinta prosfora e dice:

In memoria e in remissione dei peccati dei santissimi patriarchi ortodossi e dei beati fondatori di questa santa casa.

Commemora qui il gerarca che lo ha ordinato se è defunto, e gli altri defunti che vuole, nome per nome. Per ciascuno estrae una particola, dicendo:

Ricorda, Signore, N. (nome di battesimo).

Infine dice:

E tutti i dormienti nella speranza della resurrezione alla vita eterna e nella tua comunione: padri e fratelli nostri ortodossi, o benigno Signore.

Ed estrae una particola. Poi dice:

Ricordami, Signore, anche se sono indegno e perdonami ogni mancanza, volontaria e involontaria.

Ed estrae l’ultima particola. In seguito con la spugna raduna sul disco le particole sotto il santo pane per assicurarsi che non ne cadano.

Il diacono prende il turibolo, vi depone l’incenso e dice al sacerdote:

Benedici, presule, l’incenso.

Il sacerdote benedice. Il diacono dice:

Preghiamo il Signore.

Il sacerdote dice la preghiera dell’incenso:

Ti offriamo l’incenso, Cristo nostro Dio, in odore di fragranza spirituale: accoglilo sul tuo altare oltre i cieli e a tua volta mandaci la grazia del tuttosanto tuo spirito.

Il diacono:

Preghiamo il Signore.

Il sacerdote impregna di incenso l’asterisco e lo pone sopra il santo pane, dicendo:

E quando giunse, la stella si fermò sopra dov’era il Bimbo. (Mat 2:9)

Il diacono:

Preghiamo il Signore.

Il sacerdote impregna il primo velo e copre il santo pane con tutto il disco, dicendo:

Il Signore è regnante, è ammantato di splendore; il Signore è ammantato di vigore e ne è cinto, e così forgiò l’universo, tale che non crolli. Il tuo trono era pronto prima di allora: tu esisti prima dei secoli. I fiumi alzano, Signore, i fiumi alzano la loro voce, i fiumi alzano fragori con voci da grandi acque; sublimi i frangenti del mare, come sublime è il Signore nelle sommità. Le tue testimonianze sono ben degne di fede; alla tua casa si addice la santità, per il dilungare dei giorni. (Ps 92: 1-4)

Il diacono:

Preghiamo il Signore. Copri, presule.

Il sacerdote incensa il secondo velo e copre il santo calice, dicendo:

Il tuo valore ha coperto i cieli, o Cristo, e la terra è piena della tua lode. (Avv. 3: 3)

Il diacono:

Preghiamo il Signore. Copri, presule.

Il sacerdote incensa il velo maggiore, detto àere, e copre entrambi i vasi, dicendo:

Coprici, Dio, sotto il manto delle tue ali, scaccia da noi ogni nemico e avversario, da’ pace alla nostra vita, abbi misericordia di noi e di questo tuo mondo e salva le nostre anime, qual buono e benigno.

Il sacerdote prende il turibolo e incensa la presentazione, dicendo tre volte:

Benedetto sei tu, Signore; così hai gradito: gloria a te;

Il diacono termina ogni volta:

In perpetuo: ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

Ora entrambi si inchinano piamente tre volte. Il diacono dice:

Sulla presentazione dei preziosi doni preghiamo il Signore.

Il sacerdote prende il turibolo e dice la preghiera della presentazione:

Dio, nostro Dio, tu hai mandato il pane celeste, il nutrimento di tutto il mondo, il nostro Signore e Dio Gesù Cristo, il salvatore e redentore, che ci benedice e santifica: benedici questa presentazione e accettala sul tuo altare oltre i cieli; rammenta, qual buono e benigno, gli offerenti e chi si giova del loro apporto, e sèrbaci senza condanna nella consacrazione dei tuoi divini misteri.

È santificato e glorificato il tutto insigne e magnifico tuo nome: Padre e Figlio e santo Spirito; ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.

Al termine fa il congedo sul posto, dicendo:

Gloria a te, Cristo Dio, speranza nostra, gloria a te.

Gloria al Padre e al Figlio e al santo Spirito; ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.

Se è domenica premette:

Colui che è risorto dai morti …

Indi:

Cristo nostro vero Dio, per le preghiere della sua illibata madre, del nostro padre tra i santi Giovanni Crisostomo, arcivescovo di Costantinopoli, e di tutti i santi, ci usi misericordia e ci salvi, qual buono e benigno.

Dopo il congedo, il diacono incensa la santa presentazione, indi la santa mensa tutt’intorno, segnando a mo’ di croce, e dice:

Eri nella tomba con il corpo e nell’ade con l’anima, qual Dio; eri in paradiso con il ladrone e in trono col Padre e con lo Spirito, o Cristo, tutto ricolmando, tu, l’incircoscritto.

Indi recita il salmo 50:

Abbi misericordia di me, o Dio, secondo la tua grande misericordia, e secondo le tue dimolte indulgenze cancella il mio delitto. Lavami a fondo dalla mia iniquità e mondami dal mio peccato: riconosco la mia iniquità e il mio peccato mi è in continuo davanti; contro te solo ho peccato e ho fatto il male in tua presenza, così che tu sia trovato giusto per le tue parole e vinca, chiamato a giudizio. Ecco, sono infatti concepito nelle iniquità, e nei peccati mi ha figliato mia madre. Ecco, ami la verità, mi riveli gli arcani e i segreti della tua sapienza. Mi aspergerai con issòpo e sarò mondato, mi laverai e tornerò bianco più della neve. Mi farai udire esultanza e allegrezza, ossa umiliate esulteranno. Distogli il tuo volto dai miei peccati e cancella tutte le mie iniquità. Crea in me un cuore puro, o Dio, e rinnova nelle mie viscere lo spirito retto. Non respingermi dal tuo volto e non togliermi il tuo spirito santo. Ridammi l’esultanza della tua salvezza, rafforzami con lo spirito condottiero. Insegnerò agli iniqui le tue vie, e gli empi torneranno a te. Liberami dagli atti di sangue, o Dio, Dio della mia salvezza: la mia lingua esulterà per la tua giustizia. Signore, aprirai le mie labbra e la mia bocca proclamerà la tua lode. Se tu volessi un sacrificio, lo darei: non gradirai olocausti; sacrificio a Dio è uno spirito contrito; un cuore contrito e umiliato, Dio non lo disprezzerà. Favorisci Siòn, Signore, nel tuo gradimento, e siano costruite le mura di Gerusalemme; allora gradirai il sacrificio di giustizia, l’offerta da elevare e le vittime arse, allora innalzeranno vitelli sul tuo altare.

Quando ha incensato il santuario e tutto il tempio, il diacono rientra e incensa ancora la santa mensa e poi il sacerdote. Ripone il turibolo e si reca dal sacerdote. Insieme si dispongono alla santa mensa, compiono tre profondi inchini e pregando tra sé dicono:

Re celeste, Confortatore, Spirito della verità, che sei presente dovunque e tutto ricolmi ogni, scrigno dei beni e donatore di vita: vieni e dimora in noi, e purificaci da ogni macchia, e salva, o Buono, le nostre anime.

Gloria a Dio negli alti cieli e sulla terra pace, segno tra gli uomini del suo gradire. (due volte)

Signore, aprirai le mie labbra, e la mia bocca annunzierà la tua lode. (una volta) (Ps 50:17)

Poi il sacerdote bacia il santo vangelo, e il diacono la santa mensa. In seguito il diacono china il capo al sacerdote, tenendo l’orario con tre dita della mano destra, e dice:

È tempo di agire per il Signore. Benedici, presule. (Ps 118: 125)

Il sacerdote lo benedice, dicendo:

Benedetto il nostro Dio, in perpetuo: ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

Il diacono:

Prega per me, presule santo.

Il sacerdote:

Il Signore guidi i tuoi passi. (cfr Ps 36:23)

Il diacono:

Ricordami, presule santo.

Il sacerdote:

Ti ricordi il Signore Dio nel suo regno; in perpetuo: ora e sempre, e nei secoli dei secoli. (cfr Lc 23: 42)

D. Amen.

Il diacono si inchina, esce dalle porte settentrionali e si pone sul luogo abituale, cioè davanti alle porte sante; si inchina profondamente tre volte, dicendo tra sé:

D. Signore, aprirai le mie labbra, e la mia bocca annunzierà la tua lode. (Ps 50: 17)

Allora comincia dicendo: D. Benedici, presule. E il sacerdote comincia: Benedetto il regno….

Si noti che se il sacerdote celebra senza diacono, non deve dire le parole del diacono durante la presentazione, né alla liturgia prima della lettura del vangelo, né nei dialoghi: Benedici, presule, e trafiggi, presule, nonché È tempo …; deve dire solo le litanie e le esortazioni al popolo. Se molti sacerdoti concelebrano, solo uno deve celebrare la presentazione e dire quanto è prescritto; gli altri non ne dicano alcuna parte nemmeno per conto loro.

Se la celebrazione è pontificale, il sacerdote comincia la presentazione come al solito e dispone le particole della Deìpara e dei santi. Indi copre il santo disco e il santo calice con il velo senza dir nulla. Mentre si canta l’inno cherubico, il pontefice stesso termina la presentazione prima di compiere il grande ingresso.

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È qui ricordato il congedo della celebrazione delle Ore:

S. (Colui che è risorto dai morti, oppure il congedo proprio della festa) Cristo, nostro vero Dio, per le preghiere della sua illibata madre, dei santi latori di Dio, nostri padri, e di tutti i santi, ci usi misericordia e ci salvi, qual buono e benigno.

LA DIVINA LITURGIA

DEL NOSTRO PADRE TRA I SANTI

GIOVANNI CRISOSTOMO,

ARCIVESCOVO DI COSTANTINOPOLI

A porte sante chiuse e non velate, il diacono dice:

D. Benedici, presule.

Il sacerdote solleva l’evangeliario e con esso traccia una croce sull’altare, dicendo:

S. Benedetto il regno del Padre e del Figlio e del santo Spirito; ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

C. Amen.

Il diacono recita la litania iniziale, detta anche litania di pace. Ad ogni richiesta il coro risponde Kyrie eléison, oppure Signore, provvedi.

D. In pace preghiamo il Signore.

C. Kyrie eléison.

D. Per la pace dall’alto e per la salvezza delle nostre anime preghiamo il Signore.

C. Kyrie eléison.

D. Per la pace di tutto il mondo, per la saldezza delle sante Chiese di Dio e per l’unione di tutti preghiamo il Signore.

C. Kyrie eléison.

D. Per questa santa casa e per chi vi entra con fede, rispetto e timor di Dio preghiamo il Signore.

C. Kyrie eléison.

D. Per il gran presule e nostro padre, il santissimo patriarca N., per il nostro presule, il sacratissimo vescovo N. (oppure arcivescovo, o metropolita), per l’insigne collegio dei presbiteri, per il ministero in Cristo dei diaconi, per tutto il clero e il popolo preghiamo il Signore.

C. Kyrie eléison.

D. Per la nazione, le autorità e le forze della difesa preghiamo il Signore.

C. Kyrie eléison.

D. Per questa città (oppure paese, isola, monastero), per ogni città e paese e per i credenti che vi abitano preghiamo il Signore.

C. Kyrie eléison.

D. Per un clima mite, per abbondanti frutti della terra e per tempi di pace preghiamo il Signore.

C. Kyrie eléison.

D. Per i naviganti, i viaggiatori, i malati, i sofferenti, i prigionieri e per la loro salvezza preghiamo il Signore.

C. Kyrie eléison.

D. Per essere liberati da ogni afflizione, violenza e necessità preghiamo il Signore.

C. Kyrie eléison.

D. Soccorrici, salvaci, usaci misericordia e custodiscici, o Dio, per tua grazia.

C. Kyrie eléison.

D. Commemoriamo la tuttasanta, illibata, più che benedetta, gloriosa, nostra sovrana, Deìpara e semprevergine Maria insieme con tutti i santi e affidiamo noi stessi, gli uni gli altri e tutta la nostra vita a Cristo Dio.

C. A te, Signore.

Durante la litania diaconale il sacerdote dice sommessamente la preghiera della prima antifona:

S. Signore, nostro Dio, il tuo valore è incomparabile e la gloria inconcepibile, la tua misericordia immensa e la benignità ineffabile: tu, Sovrano, secondo la tua generosità, guarda su di noi e su questa santa casa, e compi in noi e in chi prega con noi le tue ricche misericordie e le tue indulgenze.

Indi esclama:

S. A te si addice ogni gloria, onore e adorazione: Padre e Figlio e santo Spirito; ora e sempre, e e nei secoli dei secoli.

C. Amen.

Il coro intona la Prima Antifona:Per le preghiere della Deìpara, Salvatore, salvaci”, con i versetti del salmo 91:

1. E’ un bene professare il Signore.

2. E’ un bene professare il Signore, e intonare al tuo nome, o Altissimo.

3. Annunciare al mattino la tua misericordia e la tua verità durante la notte.

4. Il Signore nostro Dio è retto, e in lui non c’è ingiustizia.

5. Gloria al Padre … Ora e sempre… e infine: “Per le preghiere della Deìpara, Salvatore, salvaci” .

Alla domenica si canta il salmo 102 e nelle feste il responsorio con i versetti propri.

All’inizio dell’antifona il diacono si inchina e si sposta davanti all’immagine di Cristo, tenendo sempre l’orario con tre dita della destra.

Il salmo 102:

Anima mia, benedici il Signore.

Benedetto sei tu, Signore.

Anima mia, benedici il Signore, e tutto in me il suo nome santo. Anima mia, benedici il Signore, e non dimenticare tutte le sue premure. Si fa clemente con tutte le tue iniquità, guarisce tutte le tue malattie, riscatta la tua vita dalla corruzione, ti corona di misericordia e indulgenze, soddisfa di beni la tua aspirazione: come per l’aquila, la tua giovinezza sarà rinnovata; il Signore fa misericordie e giustizia a tutti i vessati. Ha rivelato le sue vie a Mosè, le sue volontà ai figli d’Israele. Il Signore è indulgente e misericorde, paziente e provvidente. Non resterà a lungo adirato, né rimarrà sdegnato per sempre; non ci tratta secondo le nostre iniquità, né ci compensa secondo i nostri peccati; come è alto il cielo dalla terra, così il Signore rafforza la sua misericordia su chi lo teme; quanto dista levante da ponente, tanto ci allontana le iniquità; come un padre indulge ai figli, così il Signore indulge a chi lo teme; sa di che impasto siamo, ricorda che siamo polvere. L’uomo, come erba i suoi giorni, come fiore di campo, così sfiorirà; lo pervade un soffio e non esiste più, e non si riconoscerà dove era il suo posto. Eppure la misericordia del Signore da sempre e per sempre è su chi lo teme, e la sua giustizia sui figli dei figli, su chi custodisce il suo testamento e ricorda i suoi comandi per compierli. Il Signore ha preparato il suo trono nel cielo, e il suo regno domina tutto. Benedite il Signore, voi tutti angeli suoi, campioni di forza, che eseguite la sua parola all’udire la voce delle sue parole; benedite il Signore, voi tutte milizie sue, suoi ministri, che eseguite la sua volontà; benedite il Signore, voi tutte opere sue, in ogni parte del suo dominio; anima mia, benedici il Signore.

Gloria al Padre al Figlio e al santo Spirito; ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.

Anima mia, benedici il Signore, e tutto in me il suo nome santo. Benedetto sei tu, Signore.

Quando l’antifona è finita, il diacono torna al luogo abituale, si inchina e dice:

D. In pace, ancora e ancora preghiamo il Signore.

C. Kyrie eléison.

D. Soccorrici, salvaci, usaci misericordia e custodiscici, o Dio, per tua grazia.

C. Kyrie eléison.

D. Commemoriamo la tuttasanta, illibata, più che benedetta, gloriosa, nostra sovrana, Deìpara e semprevergine Maria insieme con tutti i santi, e affidiamo noi stessi, gli uni gli altri e tutta la nostra vita a Cristo Dio.

C. A te, Signore.

Il sacerdote dice sommessamente la seguente preghiera:

S. Signore, nostro Dio, salva il tuo popolo e benedici la tua eredità, custodisci la pienezza della tua chiesa, santifica chi ama lo splendore della tua casa: tu in cambio glorificali con la tua divina potenza e non abbandonare noi che speriamo in te.

Poi esclama:

S. È tua la forza e tuoi sono il regno, la potenza e la gloria: Padre e Figlio e santo Spirito; ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

C. Amen.

I cantori intonano la Seconda Antifona. Nei giorni feriali il responsorio: “Per le intercessioni dei tuoi Santi, Salvatore, salvaci”, con i versetti del salmo 92:

1. Il Signore è regnante, veste di splendore.

2. Il Signore è regnante, veste di splendore; il Signore veste di vigore e ne è cinto.

3. E così ha forgiato l’universo, tale da non crollare.

4. Le tue testimonianze sono ben degne di fede; la santità si addice alla tua casa, per durevoli giorni.

5. Gloria al Padre… Ora… e infine: “Per le preghiere dei tuoi santi, Salvatore, salvaci” .

La domenica si canta il salmo 145 e nelle feste il responsorio con i versetti propri.

C. Gloria al Padre e al Figlio e al santo Spirito.

Il salmo 145:

Anima mia, loda il Signore: loderò il Signore in vita mia, armonizzerò per il mio Dio finché esisto. Non confidate nei notabili, figli d’uomini, che non posseggono salvezza. Il loro spirito esalerà, tornerà alla propria terra, in quel giorno tutti i loro pensieri periranno. Beato chi ha per aiuto il Dio di Giacobbe, come speranza il Signore suo Dio: egli ha creato il cielo e la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, custodisce la verità per sempre, rende giustizia ai vessati, dà cibo agli affamati; il Signore scioglie gli incatenati, il Signore rende avveduti i ciechi, il Signore rialza gli abbattuti, il Signore ama i giusti. Il Signore custodisce i forestieri, sosterrà l’orfano e la vedova, dileguerà la via dei peccatori. Il Signore regnerà per sempre: il tuo Dio, o Siòn, di generazione in generazione.

Ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.

C. Unigenito Figlio e Verbo di Dio, tu sei immortale* e per la nostra salvezza hai accettato* di incarnarti dalla santa Deìpara e semprevergine Maria;* senza mutamento ti sei umanato;* sei stato crocefisso, Cristo Dio, e con la morte hai sconfitto la morte;* tu sei uno della santa Trinità,* glorificato con il Padre e il santo Spirito:* salvaci. (cfr Fil. 2: 6-11)

Alla seconda antifona il diacono si inchina e si sposta davanti all’immagine della Deìpara, tenendo sempre l’orario con tre dita della destra.

D. In pace, ancora e ancora preghiamo il Signore.

C. Kyrie eléison.

D. Soccorrici, salvaci, usaci misericordia e custodiscici, o Dio, per tua grazia.

C. Kyrie eléison.

D. Commemoriamo la tuttasanta, illibata, più che benedetta, gloriosa, nostra sovrana, Deìpara e semprevergine Maria insieme con tutti i santi, e affidiamo noi stessi, gli uni gli altri e tutta la nostra vita a Cristo Dio.

C. A te, Signore.

S. Tu ci hai largito queste preghiere in comune e in armonia; hai promesso di esaudire le richieste anche a due o tre d’accordo nel tuo nome: anche ora adempi le suppliche dei tuoi servi in ciò che è adatto, dispensando la conoscenza della tua verità già in questo mondo e largendo la vita eterna in quello a venire.

S. Tu sei Dio buono e benigno, e a te noi rendiamo gloria, Padre e Figlio e santo Spirito; ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

C. Amen.

Le porte sante vengono aperte. Il coro canta la Terza Antifona: Salvaci, Figlio di Dio, sublime nel santuario; noi a te intoniamo: Alleluia. Nei giorni feriali segue il versetto del Salmo 94:

1. Venite, esultiamo nel Signore, acclamiamo a Dio, nostro salvatore.

2. Presentiamoci al suo volto in atto di confessione, acclamiamolo con cantici.

3. Dio è gran signore, e re grande su tutta la terra, i confini della terra sono in mano sua e sue sono le sommità dei monti; il mare è suo e lo ha creato lui, e le sue mani hanno formato la terraferma.

4. Gloria al Padre… Ora… e infine: “Salva, Figlio di Dio, sublime nel santuario; noi a te intoniamo: Alleluia”.

La domenica si cantano le Beatitudini (Mt 5: 1-1):

Nel tuo regno ricordaci, Signore, quando verrai nel tuo regno.*Beati i poveri nello spirito: è loro il regno dei Cieli.* Beati i sofferenti: loro saranno consolati.* Beati i mansueti: loro erediteranno la terra.* Beati gli affamati e assetati di giustizia: loro saranno saziati.* Beati i misericordiosi: loro otterranno misericordia.

l° Tropario per le Beatitudini, secondo il Tono.

Beati i puri di cuore: loro vedranno Dio.*

2° Tropario per le Beatitudini.

Beati i pacificatori: loro saranno chiamati figli di Dio.*

3° Tropario per le Beatitudini.

Beati i perseguitati per la giustizia: è loro il regno dei cieli.*

4° Tropario per le Beatitudini.

Beati siete quando vi insulteranno e vi perseguiteranno, e diranno ogni cattiva parola contro di voi, mentendo, a causa mia.*

5° Tropario per le Beatitudini.

Gioite ed esultate: è grande la vostra ricompensa nei cieli.*

6° Tropario per le Beatitudini.

Gloria al Padre e al Figlio e al santo Spirito.*

7° Tropario per le Beatitudini.

Ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.*

Inno alla Deìpara per le Beatitudini.

All’inizio della terza antifona, il diacono rientra nel santuario attraverso la porta meridionale e apre le porte sante. Al momento opportuno i celebranti fanno tre inchini e baciano l’altare. Il sacerdote prende l’evangeliario dall’altare e lo cede al diacono, che a sua volta gli bacia la mano e dice sommessamente: Preghiamo il Signore; il sacerdote segue il diacono dicendo la preghiera:

S. Sovrano, Signore, nostro Dio, tu hai stabilito nei cieli schiere ed eserciti di angeli e arcangeli per la liturgia della tua gloria: col nostro ingresso fa’ che avvenga l’ingresso dei santi angeli, intenti a officiare e glorificare con noi la tua bontà. A te si addice ogni gloria, onore e adorazione: Padre e Figlio e santo Spirito; ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.

Il diacono e a seguire il sacerdote, preceduti dai ceroferari, escono dalla porta settentrionale e giungono all’ambone. Il diacono si ferma all’altezza dell’immagine del Sovrano, si volge a settentrione tenendo l’evangeliario sulla spalla e mostra l’oriente con l’orario nella destra dicendo al sacerdote:

D. Benedici, presule, il santo ingresso.

Il sacerdote benedice dicendo a bassa voce:

S. Benedetto l’ingresso al tuo santuario; in perpetuo: ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.

Il diacono, volto ad occidente, presenta l’evangeliario al sacerdote, il quale lo bacia. Il diacono si volge poi ad oriente e, tenendo l’evangeliario appoggiato alla fronte, aspetta la fine del canto della terza antifona, indi pregando l’evangeliario e tracciando con esso la croce, esclama:

D. Sapienza. In piedi.

Il coro canta l’inno comune dell’Ingresso:

C. Venite ad adorare: prosterniamoci a Cristo. * Salvaci, Figlio di Dio che sei risorto dai morti (di domenica, di Pasqua e dell’Esaltazione della Croce) oppure: sublime nel santuario (nei giorni feriali);* noi noi a te intoniamo: Alleluia. Oppure il Proprio della Festa.

Durante il canto dell’Ingresso il diacono mantiene elevato l’evangeliario, mentre il sacerdote china il capo. Quando il coro inizia a cantare: “Salva, Figlio di Dio…”, il diacono entra e pone l’evangeliario sull’altare; il sacerdote bacia l’immagine di Cristo a destra delle porte sante, si volge ad occidente per benedire i ceroferari, bacia l’immagine della Deìpara sul lato sinistro, entra nel santuario e bacia l’evangeliario sull’altare; se vi sono concelebranti, essi baciano le immagini o del Signore o della Deìpara a seconda del lato dove formano la fila, entrano nel santuario e baciano l’altare. Mentre il coro canta i tropari, contaci e teotochii previsti nelle rubriche, il sacerdote dice la preghiera del trisagio:

D. Preghiamo il Signore.

C. Kyrie eléison.

S. Dio santo, tu riposi nel santuario, sei inneggiato dai Serafini col canto del trisagio, sei glorificato dai Cherubini e adorato da ogni sovracceleste milizia. Da non esistere hai tratto all’esistenza tutte le cose, hai creato l’uomo a tua immagine e somiglianza e l’hai ornato di ogni tua largizione. A chi chiede, dài sapienza e intendimento e non eviti il peccatore, anzi hai posto il ravvedimento per la salvezza. Hai consentito a noi umili e indegni tuoi servi anche in questa ora di assistere il tuo santo altare e porgerti la dovuta adorazione e glorificazione. Tu, Sovrano, accetta dalla bocca di noi peccatori l’inno trisagio e visitaci nella tua soavità; perdonaci ogni mancanza volontaria e involontaria, santifica anime e corpi e donaci di essere dediti a te con devozione tutti i giorni della nostra vita; per le intercessioni della più che santa Deìpara e di tutti i santi che da sempre ti compiacciono.

Quando il coro canta il contacio finale, il diacono si inchina al sacerdote e tenendo l’orario gli dice sommessamente: Benedici, presule, il tempo del trisagio.

Il sacerdote, benedicendo il diacono, esclama:

S. Tu sei santo, Dio nostro, e a te noi rendiamo gloria: Padre e Figlio e santo Spirito; ora e sempre.

Il diacono, ponendosi tra le porte sante, dapprima si volge con l’orario all’immagine di Cristo esclamando:

D. Salva, Signore, i pii credenti e ascoltaci.

Il diacono poi si volge al popolo ed pregando l’orario, conclude esclamando:

D. E nei secoli dei secoli.

Ciò dicendo il diacono descrive con l’orario un semicerchio orizzontale e ritorna all’altare. Il coro risponde:

C. Amen.

Il coro continua intonando l’inno trisagio:

Santo Dio, Santo Forte, Santo Immortale: misericordia di noi. (tre volte)

Gloria al Padre e al Figlio e al santo Spirito; ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.

Santo Immortale: misericordia di noi.

Santo Dio, Santo Forte, Santo Immortale: misericordia di noi.

A Pasqua e durante la Settimana del Rinnovamento, a Pentecoste, a Natale e all’Epifania si canta, al posto del trisagio: Quanti in Cristo foste battezzati, di Cristo siete stati vestiti. Alleluia. Il giorno dell’Esaltazione della Croce si canta: Adoriamo la tua Croce, Signore, e glorifichiamo la tua santa Resurrezione.

Prima della fine dell’inno, dopo che il sacerdote ha baciato l’altare, il diacono dice: Comanda, presule. Il sacerdote si reca accanto alla cattedra in alto seguendo il diacono; il sacerdote dice: Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Quando il sacerdote è giunto al trono il diacono dice al sacerdote: Benedici, presule, la cattedra in alto.

S. Benedetto sei tu sul trono di gloria del tuo regno, assiso sui Cherubini; in perpetuo: ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.

Sacerdote e diacono si mettono da un lato e dall’altro della cattedra in alto, volti ad occidente. Quando l’inno trisagio è terminato, il diacono esclama:

D. Stiamo attenti.

Il sacerdote esclama:

S. Pace a tutti.

Il lettore, al centro della chiesa, esclama:

L. E al tuo spirito.

Il diacono esclama:

D. Sapienza.

L. Prochimeno nel tono …: salmo di Davide.

D. Sapienza.

L. Lettura dell’epistola del santo apostolo N. ai N. N. (oppure: dell’epistola cattolica del santo Apostolo N. oppure: degli Atti degli Apostoli).

D. Stiamo attenti.

L. Fratelli… (o: Figliolo mio Timoteo…, oppure: In quel tempo).

Verso il termine dell’epistola e continuando durante il canto di Alleluia, il diacono chiede al sacerdote benedizione del turibolo e incensa i quattro lati dell’altare, il trono, la presentazione, tutto il santuario, le immagini sovrane dell’iconostasio e il clero officiante. Alla fine dell’epistola, il sacerdote esclama:

S. Pace a te.

L. E al tuo spirito.

Il diacono esclama:

D. Sapienza.

L. Alleluia: Tono …

C. Alleluia. (tre volte)

L. 1° versetto di Alleluia.

C. Alleluia. (tre volte)

L. 2° versetto di Alleluia.

C. Alleluia. (tre volte)

Mentre il coro canta l’Alleluia e il Lettore modula i versetti, il sacerdote dice la preghiera:

S. Fa’ splendere nei nostri cuori, sovrano benigno, la luce immateriale della tua divina conoscenza e apri gli occhi della nostra mente a capire i tuoi richiami nel vangelo. Infondici anche il timore dei tuoi beati comandi, a che sconfiggiamo i desideri della carne e seguiamo una condotta spirituale, pensando e facendo tutto in tuo compiacimento. Sei tu infatti la luce di anime e corpi, Cristo Dio, e a te noi rendiamo gloria, insieme al tuo assoluto Padre e al tuttosanto, buono e vitale tuo Spirito; ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.

Il sacerdote o il più giovane di essi se ci sono concelebranti, tenendosi davanti all’altare cede l’evangeliario al diacono. Questi bacia il sacro libro o la mano del sacerdote e prende l’evangeliario con entrambe le mani, ponendovi l’orario mantenuto con la destra, indi fa il giro dell’altare. Passando presso il trono dà a baciare l’evangeliario al primo celebrante ed esce dalle porte sante nel momento in cui il coro canta il terzo Alleluia. Giunto all’ambone o al leggìo da cui proclamare il vangelo, egli poggia il lembo dell’orario sul pulpito e pone su di esso l’evangeliario in posizione verticale. Presso l’ambone si dispongono uno o due ceroferari; dopo l’ultimo Alleluia il diacono esclama:

D. Benedici, presule, il nunzio del santo, glorioso e illustre apostolo ed evangelista N. (Matteo, Marco, Luca, Giovanni).

S. Dio, per le preghiere del santo, glorioso e illustre apostolo ed evangelista N. (Matteo, Marco, Luca, Giovanni) ti dia, da nunzio, di parlare con gran vigore, per il compimento del vangelo del suo amato Figlio e nostro Signore Gesù Cristo.

Durante questa benedizione, il diacono tiene le mani incrociate sul bordo superiore dell’evangeliario e la fronte appoggiata sulle mani; tutto ciò presuppone che la lettura avvenga su un leggìo rivolto all’altare; alla fine della benedizione solleva la testa e dice:

D. Amen.

Questa è la forma solenne della benedizione del vangelo. Diverso è l’ uso che il dialogo si compia a bassa voce all’altare. Il primo celebrante consegna l’evangeliario al diacono e questi procede all’ambone attraversando le porte sante oppure passando per la porta settentrionale; dall’uscita dell’iconostasio in poi il diacono è accompagnato dai ceroferari.

Dal suo posto accanto al trono il sacerdote esclama:

S. Sapienza, in piedi, ascoltiamo il santo vangelo. Pace a tutti.

C. E al tuo spirito.

D. Lettura del santo vangelo secondo N. (Matteo, Marco, Luca, Giovanni).

C. Gloria a te, Signore, gloria a te.

S. Stiamo attenti.

Se ci sono due diaconi, il secondo, o comunque quello che non legge il vangelo, dice: “Sapienza, in piedi.” e poi: “Stiamo attenti”. Quando termina la lettura il coro canta nuovamente:

C. Gloria a te, Signore, gloria a te.

Il diacono, accompagnato dai ceroferari, riporta l’evangeliario fino alle porte sante e lo restituisce al sacerdote; questi gli dice a bassa voce: Pace a te, nunzio di vangelo. Il sacerdote bacia il santo libro, lo solleva tracciando una croce sul popolo e lo depone sull’altare. A porte sante chiuse e non velate il diacono dal suo posto abituale dice la litania detta “intensa”.

D. Diciamo tutti con tutta l’anima e con tutta la mente, diciamo:

C. Kyrie eléison. (una volta, ad ogni petizione)

D. Signore onnipotente, Dio dei nostri padri, ti preghiamo: ascolta e abbi misericordia.

D. Abbi misericordia di noi, o Dio, secondo la tua grande misericordia, ti preghiamo, ascolta e abbi misericordia.

C. Kyrie eléison. (tre volte, ad ogni petizione)

D. Noi preghiamo per il gran presule e nostro padre, il santissimo patriarca N. e per il nostro presule, il sacratissimo vescovo (o: arcivescovo, oppure: metropolita) N. e per tutti i nostri fratelli in Cristo.

D. E per la nazione, le autorità e la difesa, a che conduciamo una vita calma e tranquilla, in tutta pietà e verecondia.

D. E per i nostri fratelli sacerdoti e ieromonaci e per tutta la nostra comunità di fratelli in Cristo.

D. E per i beati e memorabili santissimi patriarchi ortodossi, per i fondatori di questa santa casa (oppure monastero) e per tutti i nostri padri e fratelli già dormienti e piamente coricati qui e altrove, ortodossi.

D. E per la misericordia, la vita, la pace, la salvezza, il perdono e la remissione dei peccati sui servi di Dio di questa santa casa (oppure monastero).

È riservata a questo punto una supplica per intenzioni particolari.

D. E per chi produce e coltiva intorno a questa santa e venerata casa, per i lavoranti, i cantori e per il popolo convenuto che attende misericordia, da te grande e abbondante.

S. Signore, nostro Dio, accetta dai tuoi servi questa supplica intensa e usaci misericordia, secondo la tua dimolta misericordia; e manda le tue indulgenze su di noi e su tutto il tuo popolo: esso attende questa misericordia, da te grande e abbondante.

S. Tu sei Dio misericorde e benigno e a te noi rendiamo gloria: Padre e Figlio e santo Spirito; ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

C. Amen.

Nei giorni feriali, se si deve pregare per i defunti, a porte sante aperte il diacono col turibolo dice davanti all’immagine di Cristo la seguente litania:

D. Abbi misericordia di noi, o Dio, secondo la tua grande misericordia, ti preghiamo, ascolta e abbi misericordia.

C. Kyrie eléison. (tre volte)

D. Siamo in preghiera per il riposo delle anime dei dormienti servi di Dio N. N. e che sia loro perdonata ogni mancanza, volontaria e involontaria.

C. Kyrie eléison. (tre volte)

D. Che il Signore nostro Dio ponga le loro anime dove i giusti riposano.

C. Kyrie eléison. (tre volte)

D. Chiediamo le misericordie di Dio, il regno dei cieli e la remissione dei loro peccati a Cristo, Re immortale e nostro Dio.

C. Concedi, Signore.

Il sacerdote, con il turibolo in mano dice la seguente preghiera:

S. Dio degli spiriti e di ogni carne, tu hai sconfitto la morte, fiaccato il diavolo e largito vita a questo tuo mondo: tu, Signore, riposa le anime dei tuoi servi in un luogo luminoso, in un luogo erboso, in un luogo di refrigerio, dove sono fugati dolore, tristezza e gemito. Perdona, qual Dio buono e benigno, ogni peccato da loro commesso con parola, azione o pensiero: non c’è uomo che viva e non pecchi; tu solo sei senza peccato; la tua giustizia è giustizia per sempre, e la tua parola verità.

Il sacerdote termina esclamando:

S. Sei tu la resurrezione, la vita e il riposo dei tuoi servi dormienti N. N., Cristo nostro Dio, e a te noi rendiamo gloria, insieme al tuo assoluto Padre e al tuttosanto, buono e vitale tuo Spirito; ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

C. Amen.

A porte sante chiuse e non velate il diacono assume il posto abituale per dire la litania dei catecumeni. Entro le prime tre petizioni il sacerdote traccia con l’evangeliario una croce sull’altare; dalla quarta petizione solleva l’evangeliario e lo colloca in posizione verticale dietro l’antimensio, oppure lo appoggia al tabernacolo, oppure ancora lo pone di piatto a lato.

D. Catecumeni, supplicate il Signore.

C. Kyrie eléison.

D. Noi fedeli, preghiamo per i catecumeni.

C. Kyrie eléison.

D. Che il Signore usi loro misericordia.

C. Kyrie eléison.

D. Li istruisca con la parola di verità.

C. Kyrie eléison.

D. Riveli loro il vangelo della giustizia.

C. Kyrie eléison.

D. Li unisca alla santa, cattolica e apostolica sua Chiesa.

C. Kyrie eléison.

D. Salvali, usa loro misericordia, soccorrili e custodiscili, o Dio, per tua grazia.

C. Kyrie eléison.

D. Voi catecumeni, chinate il capo al Signore.

C. A te, Signore.

S. Signore, nostro Dio, tu abiti le sommità e guardi da basso, tu hai mandato al genere umano la salvezza nel tuo Figlio, Dio e nostro Signore Gesù Cristo: considera i tuoi servi catecumeni, che a te hanno piegato la nuca; consenti loro al tempo stabilito il bagno della rigenerazione, la remissione dei peccati e la veste dell’incorruttibilità. Uniscili alla santa, cattolica e apostolica tua Chiesa e contali nel tuo gregge eletto.

S. Dìano gloria anche essi con noi al tutto insigne e magnifico tuo nome: Padre e Figlio e santo Spirito; ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

C. Amen.

Il sacerdote dispiega l’antimensio sull’altare, mentre il diacono congeda i catecumeni.

D. Quanti siete catecumeni, uscite.

Solo se c’è un secondo diacono, questi riprende: Catecumeni, uscite. Sempre se c’è un secondo diacono, il primo diacono ripete: Quanti siete catecumeni, uscite.

Il primo o l’unico diacono ancora esclama:

D. Nessun catecumeno!

Comincia così la liturgia dei fedeli.

D. Quanti siamo fedeli: in pace, ancora e ancora preghiamo il Signore.

C. Kyrie eléison.

D. Soccorrici, salvaci, usaci misericordia e custodiscici, o Dio, per tua grazia.

C. Kyrie eléison.

D. Sapienza.

S. Ti ringraziamo, Signore, Dio delle milizie: tu ci hai consentito di assistere anche ora il tuo santo altare e di prosternarci alle tue indulgenze per i nostri peccati e per le ignoranze del popolo. Accetta, o Dio, la nostra preghiera; fa’ che diveniamo degni di offrirti suppliche, implorazioni e sacrifici incruenti per tutto il tuo popolo. Tu ci hai messo in questo ministero nella potenza del tuo Spirito santo: approva che ti invochiamo senza condanna né inciampo, col puro testimonio della nostra coscienza in ogni istante e luogo, a che ci ascolti ci usi clemenza, nella tua dimolta bontà.

S. A te si addice ogni gloria, onore e adorazione: Padre e Figlio e santo Spirito; ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

C. Amen.

Il diacono dice la seconda litania per i fedeli.

D. In pace, ancora e ancora preghiamo il Signore.

C. Kyrie eléison.

Le quattro petizioni seguenti sono formulate solo quando la liturgia è celebrata con diacono:

[D. Per la pace dall’alto e per la salvezza delle nostre anime preghiamo il Signore.

C. Kyrie eléison.

D. Per la pace di tutto il mondo, per la saldezza delle sante Chiese di Dio e per l’unione di tutti preghiamo il Signore.

C. Kyrie eléison.

D. Per questa santa casa e per chi vi entra con fede, rispetto e timor di Dio preghiamo il Signore.

C. Kyrie eléison.

D. Per essere liberati da ogni afflizione, violenza e necessità preghiamo il Signore.

C. Kyrie eléison.]

D. Soccorrici, salvaci, usaci misericordia e custodiscici, o Dio, per tua grazia.

C. Kyrie eléison.

D. Sapienza.

Durante la seconda litania il sacerdote dice sommessamente questa preghiera:

S. A te ancora e più volte ci prosterniamo e te preghiamo, buono e benigno: considera la nostra preghiera, mondaci anima e corpo da ogni bruttura della carne e dello spirito, donaci indenne da accusa o colpa l’assistenza del tuo santo altare. A chi prega con noi, o Dio, largisci il progresso nella vita, nella fede e nella conoscenza spirituale: da’ loro in perpetuo di servire a te con timore e carità, di partecipare senza accusa o colpa ai tuoi santi misteri e di meritare il tuo regno sovracceleste.

S. Custoditi in perpetuo dalla tua forza, renderemo gloria a te: Padre e Figlio e santo Spirito; ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

C. Amen.

Durante questa esclamazione il diacono rientra nel santuario dalla porta meridionale e apre le porte sante. Il coro canta l’inno cherubico:

C. Noi – i Cherubini* misticamente – raffiguriamo* e alla vitale – Trinità* il trisagio inno – cantiamo:* ogni affanno – della vita* disponiamoci – a deporre, …

Il diacono intanto prende il turibolo fumante, lo presenta da benedire al sacerdote e, recitando il salmo 50, incensa l’altare, il trono, la presentazione, tutto il santuario, le immagini sovrane dell’iconostasio e il popolo; rientrato nel santuario, incensa i celebranti.

Abbi misericordia di me, o Dio, secondo la tua grande misericordia, e secondo le tue dimolte indulgenze cancella il mio delitto. Lavami a fondo dalla mia iniquità e mondami dal mio peccato: riconosco la mia iniquità e il mio peccato mi è in continuo davanti; contro te solo ho peccato e ho fatto il male in tua presenza, così che tu sia trovato giusto per le tue parole e vinca, chiamato a giudizio. Ecco, sono infatti concepito nelle iniquità, e nei peccati mi ha figliato mia madre. Ecco, ami la verità, mi riveli gli arcani e i segreti della tua sapienza. Mi aspergerai con issòpo e sarò mondato, mi laverai e tornerò bianco più della neve. Mi farai udire esultanza e allegrezza, ossa umiliate esulteranno. Distogli il tuo volto dai miei peccati e cancella tutte le mie iniquità. Crea in me un cuore puro, o Dio, e rinnova nelle mie viscere lo spirito retto. Non respingermi dal tuo volto e non togliermi il tuo spirito santo. Ridammi l’esultanza della tua salvezza, rafforzami con lo spirito condottiero. Insegnerò agli iniqui le tue vie, e gli empi torneranno a te. Liberami dagli atti di sangue, o Dio, Dio della mia salvezza: la mia lingua esulterà per la tua giustizia. Signore, aprirai le mie labbra e la mia bocca proclamerà la tua lode. Se tu volessi un sacrificio, lo darei: non gradirai olocausti; sacrificio a Dio è uno spirito contrito; un cuore contrito e umiliato, Dio non lo disprezzerà.

Durante l’incensazione da parte del diacono il sacerdote dice sommessamente la preghiera dell’inno cherubico:

S. Nessuno avvinto ai desideri e piaceri della carne è degno e di accedere, e di avvicinarsi e di officiare a te, re della gloria: servirti è infatti grande e tremendo perfino alle milizie sui cieli; eppure, per tua ineffabile ed immensa benignità, senza mutamento né alterazione sei divenuto uomo, ti sei costituito nostro pontefice e ci hai consegnato la consacrazione di questo liturgico e incruento sacrificio, qual sovrano di tutto. Tu solo infatti, Signore e nostro Dio, dòmini su cielo e su terra, poggi su un trono di cherubini, sei il Signore dei serafini e il re di Israele, sei l’unico santo e riposi nel santuario. Ti imploro dunque, o unico buono e in ascolto: guarda su di me peccatore e inutile tuo servo e mòndami anima e corpo dalla cattiva coscienza; e con la potenza del tuo santo spirito, nel mio vestire la grazia sacerdotale, approvami ad assistere questa tua santa mensa e a consacrare il tuo santo e illibato corpo e il tuo prezioso sangue. A te dunque mi avvicino a capo chino e ti prego: non distogliere da me il tuo volto, non escludermi dai tuoi servi, ma consenti di farti offrire questi doni da me, peccatore e indegno tuo servo. Sei tu invero colui che offre e che è offerto, che riceve e che è dispensato, Cristo nostro Dio, e a te noi rendiamo gloria, insieme al tuo assoluto Padre e al tuttosanto, buono e vitale tuo Spirito; ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.

Ultimata l’incensazione, sacerdote e diacono si dispongono davanti all’altare e dicono tre volte sommessamente l’inno cherubico; durante la prima parte dell’inno il sacerdote solleva alquanto le mani e il diacono l’orario; durante la seconda parte entrambi compiono un profondo inchino. Il sacerdote: Noi – i Cherubini* misticamente – raffiguriamo* e alla vitale – Trinità* il trisagio inno – cantiamo:* ogni affanno – della vita* disponiamoci – a deporre, … per poter accogliere il re – d’ogni cosa,* dalle angeliche schiere – scortato in modo invisibile. * Alleluia. Sacerdote e diacono baciano l’altare, si salutano con un lieve inchino, vanno alle porte sante, da lì salutano il popolo, indi si recano alla presentazione; il diacono consegna il turibolo al sacerdote, il quale incensa i santi doni, dicendo: O Dio, sii clemente con me peccatore e usami misericordia. Il diacono dice al sacerdote: Solleva, presule. Il sacerdote solleva il velo maggiore sui doni e lo poggia sulla spalla sinistra del diacono. Levando il velo, il sacerdote dice: Sollevate le mani al santuario e benedite il Signore. (Ps 133:2). Il diacono, tenendo il turibolo con il mignolo della destra flette un ginocchio a terra e riceve dal sacerdote il disco, velato, e lo sostiene con entrambe le mani all’altezza della testa. Il sacerdote prende egli stesso il calice, velato. In assenza del diacono il sacerdote prende il calice nella destra e il disco nella sinistra; il sacerdote prende anche la lancia e la pinza (cucchiaio), poggiandole a croce sul calice. Se ci sono altri sacerdoti il primo celebrante distribuisce loro gli oggetti da portare: croce manuale, lancia, pinza, purificatorio. Quando il coro termina la prima parte dell’inno cherubico, il diacono e il sacerdote escono dal santuario dal lato settentrionale, preceduti dai ceroferari. Compiendo il grande ingresso, o ingresso maggiore, si portano al centro della navata o dell’ambone. Nel corso della processione il diacono si ferma rivolto ai fedeli ed esclama:

D. Il Signore Dio ricordi nel suo regno il gran presule e nostro padre N., santissimo patriarca di Mosca e di tutta la Rus, e il nostro presule N., sacratissimo vescovo (oppure arcivescovo / metropolita) di N.; in perpetuo: ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

Dove è l’uso, la penultima commemorazione può riguardare uno o più defunti di recente: D. Il Signore Dio ricordi nel suo regno il suo servo N. piamente dormiente (la sua serva / i suoi servi / le sue serve NN. piamente dormienti) nella speranza della resurrezione e della vita eterna; in perpetuo: ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

Il sacerdote dice:

S. Il Signore Dio ricordi nel suo regno (i sacratissimi metropoliti, arcivescovi e vescovi, tutto l’ordine sacerdotale e monastico, il clero locale, i fratelli di questa santa casa e) tutti voi cristiani ortodossi; in perpetuo: ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

Se ci sono più sacerdoti, essi si ripartiscono le diverse commemorazioni, ma il primo sacerdote dice la prima e l’ultima.

C. Amen.

Il coro conclude l’inno cherubico:

C. …per poter accogliere – il re di tutto,* dalle angeliche schiere – scortato in modo invisibile.* Alleluia.

Il diacono entra nel santuario, si pone davanti all’altare, a destra, e dice al sacerdote nel momento in cui entra: Il Signore Dio ricordi il tuo ministero sacerdotale nel suo regno; in perpetuo: ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Così dicendo, incensa il sacerdote (o i sacerdoti a mano a mano che entrano nel santuario). Il sacerdote, dopo essere entrato, risponde al diacono: Il Signore Dio ricordi il tuo ministero diaconale nel suo regno; in perpetuo: ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Quando tutti i sacerdoti sono entrati, le porte vengono chiuse e velate. Il sacerdote intanto depone il calice sul lato destro dell’antimensio, poi prende il disco che il diacono gli porge, con un ginocchio a terra e con il disco al di sopra del capo, e lo depone sull’antimensio, a sinistra del calice. Dicendo i seguenti tropari il sacerdote toglie i veli minori dal disco e dal calice e li dispone ai lati dell’altare:

S. Il nobile Giuseppe calò dal legno il tuo illibato corpo, lo avvolse in un lenzuolo puro e in aromi, gli compì le esequie e in un sepolcro nuovo lo depose.

Eri nella tomba con il corpo e nell’ade con l’anima, qual Dio, eri in paradiso con il ladrone e in trono con il Padre e lo Spirito, o Cristo, tutto ricolmando, tu, l’incircoscritto.

Carico di vita, più bello del paradiso e ben più luminoso di ogni sala di re così apparve, o Cristo, il tuo sepolcro, fonte della nostra resurrezione.

Prende poi dalla spalla del diacono il velo maggiore o àire, profumandolo sul turibolo e ne ricopre disco e calice, ripetendo i tropari: Il nobile Giuseppe … ecc. Poi riceve il turibolo dal diacono ed incensa tre volte i santi doni concludendo il salmo 50:Favorisci Siòn, Signore, nel tuo gradire, e siano costruite le mura di Gerusalemme; allora gradirai il sacrificio di giustizia, l’offerta da elevare e le vittime arse, allora innalzeranno vitelli sul tuo altare.

Il sacerdote rende il turibolo al diacono e a capo chino gli dice: Ricordami, fratello e concelebrante. Il diacono, inchinandosi al sacerdote dice: Lo Spirito santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti adombrerà. Il sacerdote: Lo Spirito stesso agirà con noi, tutti i giorni della nostra vita. Il diacono, sempre inchinato e tenendo con tre dita della mano destra l’estremità del suo orario, dice al sacerdote: Ricordami, presule santo. Il sacerdote, benedicendo il diacono e dandogli da baciare la mano, dice: Il Signore Dio ti ricordi nel suo regno; in perpetuo: ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Il diacono risponde: Amen. Bacia la destra del sacerdote, esce dalla porta settentrionale e si ferma al posto abituale. Quando il coro ha terminato il Cherubico, dice la litania dell’Elevazione (Anàfora).

D. Adempiamo la nostra preghiera al Signore.

C. Kyrie eléison.

D. Per i preziosi doni presentati preghiamo il Signore.

C. Kyrie eléison.

D. Per questa santa casa e per chi vi entra con fede, rispetto e timor di Dio preghiamo il Signore.

C. Kyrie eléison.

D. Per essere liberati da ogni afflizione, violenza e necessità preghiamo il Signore.

C. Kyrie eléison.

D. Soccorrici, salvaci, usaci misericordia e custodiscici, o Dio, per tua grazia.

C. Kyrie eléison.

D. Tutto questo giorno perfetto, santo, nella pace e senza peccato chiediamo al Signore.

C. Concedi, Signore.

D. Un angelo di pace, guida fedele, custode di anime e corpi, chiediamo al Signore.

C. Concedi, Signore.

D. Perdono e remissione di peccati e mancanze chiediamo al Signore.

C. Concedi, Signore.

D. Cose buone e adatte alle nostre anime e pace per il mondo chiediamo al Signore.

C. Concedi, Signore.

D. Che il nostro tempo ancora da vivere si compia in pace e ravvedimento chiediamo al Signore.

C. Concedi, Signore.

D. Una fine cristiana della vita, senza dolore né vergogna, nella pace, e una buona discolpa davanti al tremendo tribunale di Cristo chiediamo.

C. Concedi, Signore.

D. Commemoriamo la tuttasanta, illibata, più che benedetta, gloriosa, nostra sovrana, Deìpara e semprevergine Maria insieme con tutti i santi e affidiamo noi stessi, gli uni gli altri e tutta la nostra vita a Cristo Dio.

C. A te, Signore.

Preghiera dell’offerta, dopo la deposizione dei santi doni sulla santa mensa:

S. Signore, Dio onnipotente, unico santo, tu accetti il sacrificio di lode da chi ti invoca di tutto cuore: accogli anche la preghiera di noi peccatori, ammettici al tuo santo altare e appròvaci ad offrirti doni e sacrifici spirituali per i nostri peccati e per le ignoranze del popolo. Consentici anche di trovare grazia alla tua presenza, a che il nostro sacrificio ti sia benaccetto e lo Spirito buono della tua grazia si posi su di noi e sui doni presentati e su tutto il tuo popolo.

S. Con le indulgenze del tuo unigenito Figlio, e tu con lui sei benedetto, insieme col tuttosanto, buono e vitale tuo Spirito; ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

C. Amen.

S. Pace a tutti.

C. E al tuo spirito.

Il D., che durante l’esclamazione era davanti ad una delle due immagini sovrane, bacia la croce del suo orario e dice, tornando al posto abituale:

D. Confermiamoci nella carità gli uni gli altri, a che in concordia professiamo:

C. Padre, Figlio e santo Spirito, Trinità coessenziale e indivisa.

Il sacerdote fa tre inchini davanti all’altare dicendo:

S. Ti amerò, Signore, mia forza: il Signore è il mio sostegno e il mio rifugio. (tre volte)

(Ps 17: 1-3)

E bacia il velo maggiore all’altezza dei santi doni, senza scoprirli, prima il disco e poi il calice; infine bacia l’altare. Se concelebrano più sacerdoti, ognuno compie lo stesso gesto, mentre il primo celebrante si tiene a destra; poi si scambiano il bacio di pace: il più anziano dice: Cristo è in mezzo a noi; il più giovane risponde: Lo è, e lo sarà. (Da Pasqua alla vigilia dell’Ascensione si scambia il saluto pasquale: Cristo è risorto. / E’ veramente risorto). Ciascuno, dopo il bacio di pace, si pone alla destra del proprio maggiore. Se più di due diaconi concelebrano, quelli che si trovano nel santuario scambiano allo stesso modo il bacio di pace, dietro l’altare. Quando il coro termina di cantare, il diacono esclama:

D. Le porte, le porte. Con sapienza stiamo attenti.

A porte chiuse e non velate il sacerdote solleva il velo maggiore e, tenendolo con entrambe le mani, lo agita lievemente e in continuo; se ci sono vari sacerdoti concelebranti, essi sostengono in più persone gli angoli del velo e lo agitano insieme durante il simbolo della fede cantato da tutti.

Credo nell’unico Dio Padre: onnipotente, creatore del cielo e della terra, e di tutte le cose visibili e invisibili.

E nell’unico Signore Gesù Cristo, che è Figlio di Dio, è unigenito, è generato dal Padre prima di tutti i secoli: Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, coessenziale al Padre; per mezzo suo tutto prese ad esistere;

che per noi uomini e per la nostra salvezza discese dai cieli e si incarnò dallo Spirito santo e dalla Vergine Maria, e si rese uomo;

e fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato e patì e fu sepolto;

e risuscitò il terzo giorno, secondo le Scritture;

e salì ai cieli e siede alla destra del Padre;

e ancora verrà in gloria per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine.

E nello Spirito, che è santo, è signore, è vitale, procede dal Padre, con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato, parlò per mezzo dei Profeti.

E nell’unica, santa, cattolica e apostolica Chiesa.

Confesso un solo battesimo per la remissione dei peccati.

Aspetto la resurrezione dei morti.

E la vita del mondo futuro. Amen.

Il sacerdote piega il velo maggiore e lo pone di lato, sull’altare. Il diacono, rimasto davanti all’immagine di Cristo durante il simbolo della fede, torna al posto abituale ed esclama:

D. Stiamo composti, stiamo con timore, volgiamo ad elevare in pace la santa offerta.

Il diacono entra nel santuario mentre il coro canta:

C. Misericordia di pace, sacrificio di lode.

Il sacerdote, benedicendo il popolo, esclama:

S. La grazia del nostro Signore Gesù Cristo e la carità di Dio Padre e la comunione del santo Spirito sia con tutti voi.

C. E con il tuo spirito.

S. In alto volgiamo i cuori.

C. Li volgiamo al Signore.

Il sacerdote, rivolto verso l’altare, a capo chino e con le mani incrociate al petto, dice:

S. Ringraziamo il Signore.

C. E’ degno e giusto (adorare il Padre, il Figlio e il santo Spirito, Trinità coessenziale e indivisa).

Durante il canto il diacono ventila i santi doni con un flabello e può continuare, salvo interruzioni per necessità, tutto il tempo dell’elevazione (anàfora); il sacerdote intanto dice la preghiera dell’elevazione:

S. Degno e giusto è inneggiarti, benedirti, lodarti, ringraziarti e adorarti in ogni parte del tuo dominio. Sei tu infatti Dio inesprimibile, inspiegabile, invisibile, incomprensibile, sempre esistente, in sé stesso esistente: tu, il tuo unigenito Figlio e il tuo Spirito santo. Tu ci hai tratti da non esistere all’esistenza; caduti, ci hai rialzati e non hai mancato di far di tutto fino a condurci al cielo e largirci il tuo regno a venire. Di tutto questo ringraziamo te, il tuo unigenito Figlio e il tuo Spirito santo: di tutto ciò che sappiamo e che non sappiamo, dei benefici manifesti e di quelli recònditi attuati per noi. Ti ringraziamo anche per questa liturgia: hai consentito di accoglierla dalle nostre mani, mentre già ti assistono migliaia di arcangeli e miriadi di angeli, i cherubini e i serafini dalle sei ali, molti occhi, eccelso volo, manto piumato.

Ed esclama:

S. L’inno di vittoria essi cantano, esclamano, gridano e dicono:

C. Santo, santo, santo, il Signore Savaòth: pieno è il cielo e la terra della tua gloria. Osanna negli alti cieli. Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Osanna negli alti cieli.

Durante l’esclamazione del sacerdote il diacono solleva l’asterisco dal disco, lo piega e lo fa tintinnare quattro volte contro i bordi del disco, tracciando una croce (ovvero, con l’asterisco ancora dispiegato, egli tocca leggermente con ciascuno sperone il disco, formando una croce) indi lo piega, lo bacia e lo depone sull’antimensio.

S. Insieme con queste beate milizie, Sovrano benigno, anche noi esclamiamo e diciamo: sei santo e tuttosanto, tu e il tuo unigenito Figlio e il tuo Spirito santo. Sei santo e tuttosanto, e magnifica è la tua gloria: tu, che hai tanto amato il mondo da dare il tuo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna; e lui, che, dopo essere giunto e aver adempiuto tutto il progetto per noi, nella notte in cui era consegnato, o piuttosto consegnava sé stesso per la vita del mondo, prese il pane nelle sue sante, illibate ed irreprensibili mani, rese grazie pregando la Benedizione, lo santificò, lo spezzò, lo diede ai suoi santi discepoli e apostoli, dicendo:

Con la destra il sacerdote mostra il santo pane; anche il diacono mostra, chinando il busto e tendendo l’orario, fino a toccare con l’estremità il bordo o il piede del disco. Il sacerdote esclama:

S. Prendete, mangiate: questo è il mio corpo, per voi spezzato in remissione dei peccati.

C. Amen.

Il sacerdote mostra il calice e anche il diacono, inchinato, agisce come prima. Il sacerdote dice sommessamente:

S. Parimenti, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo:

Indi esclama:

S. Bevetene tutti: questo è il mio sangue, quello del nuovo testamento, per voi e per molti sparso in remissione dei peccati.

C. Amen.

Sacerdote e diacono fanno un inchino. Il sacerdote, a capo chino, prosegue sommessamente:

S. Abbiamo dunque ricordato questo comando di salvezza e tutto quanto è succeduto per noi: la croce, la tomba, la resurrezione al terzo giorno, la salita ai cieli, la sede alla destra e il secondo e glorioso avvento a suo tempo,

Il sacerdote prosegue esclamando:

S. ti offriamo le tue cose da ciò che è tuo, in tutto e per tutto,

Mentre il sacerdote proferisce queste parole il diacono, incrociando le braccia all’altezza dei gomiti, prende il disco con la destra ed il calice con la sinistra, indi li solleva, tracciando con essi un segno di croce. Il coro continua lentamente:

C. e ti inneggiamo, ti benediciamo, ti ringraziamo, Signore, e ti preghiamo, Dio nostro.

Il sacerdote continua sommessamente:

S. Ti dedichiamo ancora questa razionale e incruenta offerta, e ti chiediamo, ti preghiamo e ti imploriamo: manda il tuo Spirito santo su di noi e su questi doni presentati.

Elevano di poco il sacerdote le mani e il diacono l’orario, recitando il tropario dell’ora terza: sommessamente per tre volte da parte del celebrante, alternato al diacono (o, in sua assenza, con i sacerdoti concelebranti); il diacono recita (ovvero i concelebranti recitano) dei versetti scelti dal salmo 50. Quando terminano ogni singolo tropario tutti i celebranti fanno un profondo inchino:

S. Signore, all’ora terza hai mandato sui tuoi apostoli il tuo Spirito tuttosanto: non rimuoverlo da noi, o buono, ma rinnovacelo ora che ti imploriamo.

D. Crea in me un cuore puro, o Dio, e rinnova nelle mie viscere uno spirito retto.

S. Signore, all’ora terza…

D. Non respingermi dal tuo volto e non togliermi il tuo Spirito santo.

S. Signore, all’ora terza…

Il diacono, a capo chino, mostra con l’orario il disco dicendo:

D. Benedici, presule, il santo pane.

Il sacerdote dice benedicendo:

S. E fa’ di questo pane il prezioso corpo del tuo Cristo.

Il diacono, a capo chino, mostra con l’orario il calice dicendo:

D. Amen. Benedici, presule, il santo calice.

Il sacerdote quindi dice, benedicendo:

S. E di ciò che è in questo calice il prezioso sangue del tuo Cristo.

Il diacono risponde:

Amen. Benedicili entrambi, presule.

Il sacerdote, benedicendo entrambi i santi doni:

S. Cambiandoli per mezzo del tuo Spirito santo.

D. Amen. Amen. Amen.

Indi il diacono china il capo verso il sacerdote dicendo:

D. Ricorda, presule santo, me peccatore.

S. Il Signore Dio ti ricordi nel suo regno; in perpetuo: ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

D. Amen.

S. Che siano per chi ne partecipa vigilanza dell’anima, remissione dei peccati, comunione col tuo santo Spirito, pienezza del regno dei cieli, confidenza con te, non giudizio o condanna.

Ti dedichiamo ancora questa offerta razionale per chi riposa nella fede: avi, padri, patriarchi, profeti, apostoli, predicatori, evangelisti, martiri, confessori, asceti e per ogni spirito giusto, perfetto nella fede.

Indi il diacono cede il turibolo al sacerdote. Questi, incensando i santi doni, esclama:

S. Specialmente per la tuttasanta, illibata, più che benedetta, gloriosa, nostra sovrana, Deìpara e semprevergine Maria.

Il sacerdote rende il turibolo al diacono. Questi incensa l’altare intorno, da destra a sinistra, e poi da sinistra a destra, ricordando sommessamente i defunti che deve commemorare. Nel frattempo il coro canta:

C. È degno, in quanto è verità,* dire beata a te, o Deìpara,* semprebeata, tutta irreprensibile* e madre del nostro Dio.* Più insigne dei Cherubini,* e più gloriosa senza pari dei Serafini,* in modo incorruttibile hai partorito Dio Verbo:* la realmente Deìpara in te magnifichiamo.

Nelle feste del Signore e della Deìpara questo inno è sostituito dall’irmo della nona ode preceduta dalla magnificazione. Il diacono incensa, indi commemora sommessamente i defunti. Il sacerdote continua:

S. Per il santo profeta, precursore e battista Giovanni; per i santi, gloriosi e illustri apostoli; per san N., di cui celebriamo anche la memoria, e per tutti i tuoi santi: a motivo delle loro suppliche visitaci, o Dio. E ricorda tutti i dormienti nella speranza della resurrezione alla vita eterna: riposali, Dio nostro, dove veglia la luce del tuo volto. Ti invochiamo ancora: ricorda, Signore, tutto l’assieme dei vescovi ortodossi, precisi sulla tua parola di verità, tutto il collegio dei presbiteri e il ministero in Cristo dei diaconi, e tutto l’ordine sacerdotale. Ti dedichiamo ancora questa offerta razionale per tutto l’universo, per la santa, cattolica e apostolica tua Chiesa, per chi vive in castità e condotta decorosa, e per la nazione, le autorità e la difesa: a queste, Signore, assegna un mandato di pace a che, per loro sereno agire, noi conduciamo una vita calma e tranquilla con ogni pietà e decoro.

Indi esclamando:

S. Anzitutto ricorda, Signore, il gran presule e nostro padre N., santissimo patriarca di Mosca e di tutta la Rus, e il nostro presule N., sacratissimo vescovo (oppure arcivescovo / metropolita) di N.; e largiscili alle tue sante Chiese in pace, salvi, onorati, sani, longevi, precisi sulla tua parola di verità.

Il diacono commemora sommessamente i viventi; dove usa, conclude la commemorazione dicendo presso le porte sante: D. E quanti ciascuno di noi ha in mente, e tutti e tutto.

C. E tutti e tutto.

Nel frattempo il sacerdote continua:

S. Ricorda, Signore, la città (oppure: il paese / l’isola / il monastero) in cui ci troviamo, ogni città e paese e i credenti che vi abitano. Ricorda, Signore, i naviganti, i viaggiatori, i malati, i sofferenti, i prigionieri e la loro salvezza. Ricorda, Signore, i produttori e coltivatori intorno alle tue sante chiese e chi pensa ai poveri, e manda su tutti noi le tue misericordie.

Indi esclama:

S. E donaci di glorificare e inneggiare con una sola bocca e un solo cuore il tuttoinsigne e magnifico tuo nome: Padre e Figlio e santo Spirito; ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

C. Amen.

Il sacerdote si volge al popolo e lo benedice, esclamando:

S. E siano le misericordie del gran Dio e nostro salvatore Gesù Cristo con tutti voi.

C. E con il tuo spirito.

Il diacono riprende il posto davanti alle porte sante e dice la litania di accesso alla comunione. Il coro risponde Kyrie eléison alle prime cinque petizioni e Concedi, Signore alle sei successive.

D. Commemoriamo tutti i santi e in pace, ancora e ancora preghiamo il Signore.

C. Kyrie eléison.

D. Per i preziosi doni recati e santificati preghiamo il Signore.

C. Kyrie eléison.

D. Che il nostro benigno Dio, per averli accolti sul suo santo, oltre i cieli e ideale altare in odore di fragranza spirituale, ci mandi a sua volta la divina grazia e il dono del santo Spirito, preghiamo.

C. Kyrie eléison.

D. Per essere liberati da ogni afflizione, violenza e necessità preghiamo il Signore.

C. Kyrie eléison.

D. Soccorrici, salvaci, usaci misericordia e custodiscici, o Dio, per tua grazia.

C. Kyrie eléison.

D. Tutto questo giorno perfetto, santo, nella pace e senza peccato chiediamo al Signore.

C. Concedi, Signore.

D. Un angelo di pace, guida fedele, custode di anime e corpi, chiediamo al Signore.

C. Concedi, Signore.

D. Perdono e remissione di peccati e mancanze chiediamo al Signore.

C. Concedi, Signore.

D. Cose buone e adatte alle nostre anime e pace per il mondo chiediamo al Signore.

C. Concedi, Signore.

D. Che il nostro tempo ancora da vivere si compia in pace e ravvedimento chiediamo al Signore.

C. Concedi, Signore.

D. Una fine cristiana della vita, senza dolore né vergogna, nella pace, e una buona discolpa davanti al tremendo tribunale di Cristo, chiediamo.

C. Concedi, Signore.

D. Chiediamo l’unità della fede e la comunione del santo Spirito e affidiamo noi stessi e gli uni gli altri e tutta la nostra vita a Cristo Dio.

C. A te, Signore.

S. A te affidiamo tutta la nostra vita e speranza, Sovrano benigno, e ti invochiamo, ti preghiamo e ti imploriamo: consentici di partecipare ai tuoi celesti e terribili misteri di questa mensa santa e spirituale con la coscienza pura, per la remissione dei peccati, per il perdono delle mancanze, per la comunione con lo Spirito santo, per l’eredità del regno dei cieli, per la confidenza con te, non per giudizio o per condanna.

Il sacerdote esclama:

S. E consentici, Sovrano, di osare con confidenza e senza condanna chiamarti Padre, Dio sovracceleste, e dire:

Il coro intona la preghiera del Signore:

C. Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo, così sulla terra; dacci oggi il nostro pane essenziale; e rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori; e non indurci in tentazione, ma liberaci dal maligno. (Mt. 6:9-13)

Durante la preghiera del Signore il diacono, tenendosi davanti all’immagine del Salvatore, incrocia l’orario sul petto e sulle spalle. Al termine della preghiera del Signore il sacerdote esclama:

S. È tuo il regno, e la potenza e la gloria: Padre e Figlio e santo Spirito; ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

C. Amen.

S. Pace a tutti.

C. E al tuo spirito.

Il diacono, tornato davanti alle porte sante esclama:

D. Chinate il capo al Signore.

C. A te, Signore.

Il sacerdote dice sommessamente:

S. Ti ringraziamo, re invisibile: nell’immensa tua potenza hai creato tutte le cose, e nella tua dimolta misericordia le hai condotte tutte insieme da non esistere all’esistenza; tu, Sovrano, guarda dal cielo quanti ti hanno chinato il capo: non lo hanno chinato a carne e sangue, ma a te, Dio tremendo; tu dunque, sovrano, confà i presenti doni al bene di tutti noi, secondo il particolare bisogno di ciascuno: naviga con i naviganti, viaggia con i viaggiatori, guarisci i malati, medico di anime e corpi.

Il sacerdote esclama:

S. Con la grazia, le indulgenze e la benignità del tuo unigenito Figlio; e tu con lui sei benedetto, insieme col tuttosanto, buono e vitale tuo Spirito; ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

C. Amen.

S. Volgiti, Signore Gesù Cristo, nostro Dio, dalla tua santa dimora e dal trono di gloria del tuo regno e vieni a santificarci, tu che siedi in alto col Padre e sei qui invisibilmente con noi; e consentici di impartire con la tua ferma mano il tuo illibato corpo e il tuo prezioso sangue a noi e, per mezzo di noi, a tutto il popolo.

Il sacerdote all’altare e il diacono al suo posto fanno tre profondi inchini e dicono a bassa voce tre volte :

S. O Dio, sii clemente con me peccatore, e di me abbi misericordia.

Poi il diacono esclama:

D. Stiamo attenti.

Il sacerdote eleva con entrambe le mani il pane al di sopra del disco dicendo:

S. Le cose sante ai santi.

A porte già chiuse e da ora anche velate il D, con le mani incrociate al petto, si inchina verso i due cori o verso i fedeli dicendo a bassa voce: Pregate per me, peccatore, padri e fratelli santi, e perdonatemi. Rientra poi nel santuario attraverso la porta meridionale.

C. Solo uno è il Santo, solo uno è il Signore: Gesù Cristo, nella gloria di Dio Padre. Amen.

Segue il canto di comunione del giorno o della festa. Il comune è il seguente:

C. Lodate il Signore che scende dai cieli, lodate lui che abita negli alti cieli. Alleluia. (Ps.148:1)

Entrato nel santuario, il diacono dice al sacerdote: Spezza, presule, il santo pane. Il sacerdote spezza l’agnello in quattro parti e le dispone in forma di croce sul disco: in alto la porzione IИC (IC), che andrà immersa nel calice per la comunione, in basso la porzione XC per la comunione di sacerdoti e diaconi, ai lati sinistro e destro per la comunione dei fedeli. Ciò facendo il sacerdote dice sommessamente: È spezzato e spartito l’Agnello di Dio, che è spezzato e non diviso, sempre mangiato e mai consumato anzi, santifica chi ne partecipa. Poi il diacono dice: Riempi, presule, il santo calice. Il sacerdote prende la prima porzione, quella che porta il segno IHC, ne traccia una croce sul calice e ve lo depone dicendo: Pienezza di Spirito santo. Il diacono risponde: Amen, indi prende il recipiente con l’acqua fervente e dice: Benedici, presule, il fervore. Il sacerdote benedice e risponde: Benedetto il fervore dei tuoi santi doni; in perpetuo: ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen. Il diacono versa l’acqua fervente nel calice in forma di croce e dice: Fervore della fede, pieno di Spirito santo. Amen. Il diacono, dopo aver riposto il recipiente, abbraccia gli altri eventuali diaconi presenti se non ha potuto farlo prima del simbolo della fede, si ritira dietro l’altare, oppure aggirandolo si porta alla sinistra del sacerdote. Il sacerdote prende la seconda parte dell’agnello, quello segnato con XC e lo divide con la lancia in tante particole quanti sono i concelebranti. Il sacerdote dice: S. Diacono, avvicìnati. Il diacono compie un profondo inchino e dice: D. Impartiscimi, presule, il prezioso e santo corpo del Signore e Dio e nostro salvatore Gesù Cristo. Ciò dicendo, diacono mette le mani supine sull’altare, la destra sulla sinistra, e china il capo. Il sacerdote pone nel cavo una particola del santo corpo e dice:

S. A N., diacono (oppure: ierodiacono), si impartisce il prezioso, santo e illibato corpo del Signore e Dio e nostro salvatore Gesù Cristo, per la remissione dei suoi peccati e per la vita eterna.

Il diacono bacia la mano del sacerdote, copre con la mano sinistra la destra contenente la particola e si reca dietro l’altare, rivolto al sacerdote. Se ci sono più diaconi, essi si comportano allo stesso modo. Il sacerdote fa a sua volta un profondo inchino dicendo:

S. A me N., sacerdote (oppure: ieromonaco), si impartisce il prezioso e tuttosanto corpo del Signore e Dio e nostro Salvatore Gesù Cristo, per la remissione dei miei peccati e per la vita eterna.

Se ci sono più sacerdoti, il primo celebrante lascia che i concelebranti si amministrino prima di lui: i sacerdoti pongono una particola sul palmo della mano destra e prendono posto intorno all’altare, sul quale appoggiano le mani incrociate, l’una sull’altra. Se c’è posto i diaconi, già con il santo pane, si avvicinano anche loro all’altare, sul lato orientale, appoggiandovi anche il dorso della mano sinistra. Quando il primo celebrante si è anche lui amministrato, sacerdoti e diaconi chinando il capo dicono:

S. e D. Credo, Signore, e confesso che sei tu veramente il Cristo, Figlio del Dio vivente, venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Credo inoltre che questo è il tuo illibato corpo e questo è il tuo prezioso sangue. Ti prego dunque: abbi misericordia di me, perdonami tutte le mie cadute, volontarie e involontarie, commesse con parola o azione, cognizione o ignoranza, e consentimi di partecipare senza condanna ai tuoi illibati misteri per la remissione dei peccati e per la vita eterna. Amen.

Alla tua mistica cena, Figlio di Dio, oggi accoglimi partecipe: non dirò il mistero ai tuoi nemici, non ti darò un bacio al modo di Giuda, ma come il ladrone ti confesserò: Ricordami, Signore, quando sarai giunto nel tuo regno.

Non mi sia giudizio o condanna partecipare a questi santi misteri, Signore, ma guarigione di anima e corpo. Amen.

S. Mi comunico io, servo di Dio sacerdote N. (oppure: ieromonaco N.), al prezioso e santo sangue del Signore, e Dio, e Salvatore nostro Gesù Cristo, per la remissione dei miei peccati e per la vita eterna.

Il sacerdote beve dal calice in tre sorsi, poi asciuga le labbra e il bordo del calice, che bacia dicendo:

S. Ecco, questo ha toccato le mie labbra, toglierà le mie iniquità e monderà i miei peccati.

Se ci sono altri sacerdoti, essi si avvicinano a loro volta dicendo: Mi avvicino ancora a Cristo, Re immortale e nostro Dio. Mi comunico io, servo di Dio sacerdote N., (oppure: ieromonaco N.), al prezioso e santo sangue del Signore, e Dio, e Salvatore nostro Gesù Cristo per la remissione dei miei peccati e per la vita eterna. E comunicano al calice nello stesso modo del primo celebrante, poi vanno a prendere le abluzioni (pane e vino temperato con acqua calda) all’altare della presentazione. Il sacerdote dice in seguito: S. Diacono, avvicìnati. Il diacono, rimasto dietro l’altare, si reca alla destra del sacerdote e compie un profondo inchino dicendo: D. Ecco, mi avvicino all’immortale re e mio Dio. Impartiscimi, presule, il prezioso e santo sangue del Signore e Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo.

S. Il servo di Dio, diacono (oppure ierodiacono) N., si comunica al prezioso e santo sangue del Signore e Dio e nostro Salvatore Gesù Cristo per la remissione dei suoi peccati e per la vita eterna.

Il diacono asciuga le labbra e il bordo del calice mentre il sacerdote dice:

S. Ecco, questo ha toccato le tue labbra, toglierà le tue iniquità e monderà i tuoi peccati.

Se ci sono altri diaconi, agiscono allo stesso modo. Il sacerdoce dice sommessamente la seguente preghiera:

S. Ti ringraziamo, Sovrano benigno, benefattore delle nostre anime, per averci consentito in questo giorno i tuoi sovraccelesti e immortali misteri. Appiana la nostra via, rinsalda noi tutti nel tuo timore, fortifica la nostra vita, assicura i nostri passi, per le preghiere e le implorazioni della gloriosa Deìpara e semprevergine Maria, e di tutti i tuoi santi.

In seguito il sacerdote taglia in particole i due restanti quarti dell’agnello. Il diacono, tenendo il disco con la sinistra, immette nel calice le particole dell’agnello, lasciando sul disco le particole delle memorie; copre poi il calice con l’apposito velo e su di esso pone il cucchiaio; piega il purificatorio e lo mette di traverso sul polso sinistro, oppure nel punto dove l’orario passa come cintura; se il sacerdote celebra senza diacono, pone il purificatorio sul calice. A porte aperte il diacono si inchina al popolo e torna all’altare, compiendo un profondo inchino verso il calice. Il sacerdote consegna il calice al diacono e questi si reca alle porte sante; qui il diacono eleva il calice e lo mostra ai fedeli dicendo:

D. Con timore di Dio e fede avvicinatevi.

C. Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Dio Signore è apparso a noi.

Dove usa, il sacerdote dice ad alta voce per i fedeli le preghiere di accesso alla comunione: Credo, Signore, e confesso… Intanto il diacono si pone a sinistra del sacerdote e, volto a settentrione, sostiene il calice. Quando le preghiere sono terminate, il sacerdote prende il calice con la sinistra e il cucchiaio con la destra. Il diacono dispiega il purificatorio tra il calice e il mento dei comunicanti.

I monaci e le monache comunicano per primi. Seguono i bambini: ai lattanti e divezzi il sacerdote dà il cucchiaio con un po’ di santo Sangue dicendo: Il bimbo (oppure: la bimba) di Dio N… si comunica al prezioso e santo corpo e sangue del Signore, e Dio, e nostro salvatore Gesù Cristo, per la vita eterna; ai bambini più grandi impartisce la completa comunione dicendo: Il bambino (oppure: la bambina) di Dio N… si comunica al prezioso e santo corpo e sangue del Signore, e Dio, e nostro salvatore Gesù Cristo, per la vita eterna.

I fedeli che si accostano per comunicare tengono le mani incrociate sul petto. Giunti davanti al calice dicono il loro nome di battesimo o monastico, poi riversano quanto basta il capo e aprono la bocca all’altezza del calice. Se non c’è diacono essi stessi mantengono il purificatorio sotto il mento per la durata della somministrazione.

Comunicando i fedeli in età di ragione il sacerdote dice:

S. Il servo (oppure: la serva) di Dio N… si comunica al prezioso e santo corpo e sangue del Signore, e Dio, e nostro salvatore Gesù Cristo, in remissione dei suoi peccati e per la vita eterna.

S. Ecco, questo ha toccato le tue labbra, toglierà le tue iniquità e monderà i tuoi peccati.

Dopo aver comunicato, il fedele si asciuga la labbra con il purificatorio, bacia la base del calice, fa un segno di croce e si reca a prendere le abluzioni (pane e vino diluito con acqua calda).

Durante tutto il tempo della comunione dei fedeli, il coro canta:

C. Al corpo di Cristo partecipate, della fonte immortale gustate. Alleluia, Alleluia, Alleluia.

Quando tutti i fedeli hanno comunicato, il diacono torna all’altare con il purificatorio o con il velo del calice e con il cucchiaio, mentre il sacerdote riporta sull’antimensio il calice coperto dal proprio velo o dal purificatorio.

Il sacerdote si volge poi al popolo e lo benedice dicendo:

S. Salva, o Dio, il tuo popolo e benedici la tua eredità.

C. Abbiamo visto la vera luce, ricevuto lo Spirito celeste e trovato la fede vera, nell’adorare la Trinità indivisibile; essa infatti ci ha salvati.

Questo canto è sostituito dal tropario della festa nel periodo che va da Pasqua sino al suo congedo, nonché solo il giorno delle feste del Signore e del loro congedo. Dove usa, nei sabati dei defunti si canta: Come hai ricordato il ladrone, o Sovrano, ricorda anche noi nel regno dei cieli.

Dopo che il sacerdote ha posato il calice, il diacono ne solleva il purificatorio e vi immerge tutte le particole del disco, usando la spugna per raccoglierle. Versando le particole in memorie dentro il calice, il diacono dice: Lava, Signore, nel tuo prezioso sangue i peccati di chi ha qui trovato memoria, per le preghiere di tutti i tuoi santi. Dopo aver diligentemente terso il disco, vi depone l’asterisco, la lancia, il cucchiaio, il velo maggiore ed il velo del disco, indi copre il calice con il purificatorio ed il velo.

Il diacono dice sommessamente i seguenti versetti, tratti dal mattutino di Pasqua: Contempliamo la resurrezione di Cristo e adoriamo il Signore santo, Gesù, l’unico senza peccato. O Cristo, veneriamo la tua Croce e diamo inni e gloria alla tua santa resurrezione; sei tu infatti il nostro Dio, altri che te non conosciamo e il tuo nome chiamiamo. Venite, fedeli tutti, adoriamo la santa resurrezione di Cristo: ecco è giunta per mezzo della Croce gioia in tutto il mondo. In continuo benedicendo il Signore, inneggiamo alla sua resurrezione: subendo la Croce per noi, con la morte ha distrutto la morte.

Risplendi, risplendi, nuova Gerusalemme, la gloria del Signore è sorta su di te. Danza ora ed esulta, Siòn, e tu casta Deìpara, sii lieta del risveglio di tuo figlio.

O Pasqua, grande e sacratissima! O Cristo, Sapienza, Verbo di Dio e sua Potenza: dacci di aver parte più nettamente con te e nel giorno senza declino del tuo regno. Dopo aver coperto il calice prende il turibolo e lo consegna al sacerdote, dicendo sommessamente:

D. Innalza, presule.

Il sacerdote incensa il calice tre volte, dicendo sommessamente:

S. Innàlzati sui cieli, o Dio, e su tutta la terra la tua gloria.

Il sacerdote rende il turibolo al diacono; questi a sua volta dice, sempre sommessamente: Benedici, presule. Il sacerdote gli consegna il disco. Il diacono, tenendo con la mano sinistra il disco all’altezza del capo e con la destra il turibolo, si reca alle porte sante, mostra al popolo il disco elevato indi va a deporlo sull’altare della presentazione. Intanto il sacerdote compie un profondo inchino, segna di croce l’antimensio con il calice dicendo sommessamente: Benedetto il nostro Dio e si volge al popolo; si volge alle porte sante e mostra il calice esclamando:

S. In perpetuo: ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

C. Amen.

La nostra bocca sia colma di lode per te, Signore, * per farci inneggiare alla tua gloria: * ci hai ammesso ai tuoi santi, divini, immortali e vitali misteri. * Sèrbaci nella tua santificazione * a meditare tutto il giorno la tua giustizia. * Alleluia, Alleluia, Alleluia.

Intanto il sacerdote trasferisce il calice all’altare della presentazione, preceduto dal diacono che incensa, pone il calice sull’altare e lo incensa tre volte; il diacono scioglie l’orario, esce dalla porta settentrionale e si ferma al posto abituale per dire la litania di ringraziamento:

D. In piedi. Ora che abbiamo partecipato ai divini, santi, illibati, immortali, celesti, vitali e tremendi misteri di Cristo, ringraziamo degnamente il Signore.

C. Kyrie eléison.

D. Soccorrici, salvaci, usaci misericordia e custodiscici, o Dio, per tua grazia.

C. Kyrie eléison.

D. Chiediamo tutto questo giorno perfetto, santo, nella pace e senza peccato e affidiamo noi stessi e gli uni gli altri e tutta la nostra vita a Cristo Dio.

C. A te, Signore.

Il sacerdote intanto ripiega l’antimensio. Il diacono si pone alla destra dell’immagine di Cristo. Il sacerdote esclama:

S. Sei tu la nostra santificazione e a te noi rendiamo gloria: Padre e Figlio e santo Spirito; ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

Il sacerdote dicendo l’esclamazione traccia con l’evangeliario una croce sull’altare e depone il libro sull’antimensio piegato. Il coro risponde:

C. Amen.

S. Andiamo in pace.

C. Nel nome del Signore.

D. Preghiamo il Signore.

C. Kyrie eléison.

Il sacerdote (o chi dei concelebranti deve dire la preghiera, in genere il più giovane) esce dal santuario attraverso le porte sante e si reca dietro l’ambone. Il diacono a capo chino mostra con l’orario sollevato l’immagine di Cristo. Il sacerdote esclama:

S. Tu benedici chi ti benedice, Signore, e santifichi chi confida in te: salva il tuo popolo e benedici la tua eredità; custodisci la pienezza della tua Chiesa; santifica quanti amano lo splendore della tua casa; glorificali a tua volta con la tua divina potenza e non abbandonare noi che speriamo in te. Dona pace a questo tuo mondo, alle tue chiese, ai sacerdoti, alle autorità, alle forze della difesa e a tutto il tuo popolo, perché ogni dote buona e ogni dono perfetto è dall’alto, scendendo da te, Padre delle luci; e a te noi rendiamo gloria, grazie e adorazione: Padre e Figlio e santo Spirito; ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

C. Amen. Sia il nome del Signore benedetto da ora e per sempre. (tre volte)

Il sacerdote rientra subito nel santuario attraverso le porte sante. Il diacono invece rientra per la porta settentrionale per chiedere la benedizione a consumare i santi doni: si china all’angolo dell’altare, poggiandovi l’estremità dell’orario direttamente e la fronte sulle mani incrociate. Il sacerdote impone la mano destra sul capo del diacono e dice questa preghiera:

S. Tu sei il compimento della Legge e dei profeti, Cristo nostro Dio, e hai adempito tutto il progetto del Padre; riempi di gaudio e letizia i nostri cuori; in perpetuo: ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

Se il sacerdote celebra senza diacono, dirà la preghiera dopo il congedo, poco prima di consumare. Durante la consumazione da parte del sacerdote se celebra da solo, il coro canta il salmo 33:

Benedirò il Signore in ogni momento, in continuo la sua lode è alla mia bocca. La mia anima vanterà del Signore: i mansueti ascoltino e si rallegrino. Magnificate il Signore con me ed insieme esaltiamo il suo nome. Cerco il Signore e lui mi esaudisce, e mi libera da tutte le mie afflizioni. Avvicinatelo per essere illuminati e i vostri volti non saranno confusi. Questo povero grida, e il Signore lo ascolta e lo salva da tutte le afflizioni. L’angelo del Signore si accamperà intorno a chi lo teme e lo libererà. Gustate e vedete che il Signore è soave: beato l’uomo che spera in lui. Temete il Signore, voi tutti suoi santi, perché non c’è stenti in chi lo teme. I ricchi diventano poveri e affamati, ma quelli che cercano il Signore non mancheranno di alcun bene. Venite, figlioli, ascoltatemi, vi insegnerò il timor del Signore. Chi è l’uomo che vuole vita, che ama vedere giorni buoni? Trattieni la lingua dal male e le labbra dal parlare con inganno. Distogliti dal male e fa’ il bene, cerca la pace e seguila. Gli occhi del Signore sono sui giusti e le sue orecchie alla loro supplica, ma il volto del Signore è su chi fa il male, per sterminare dalla terra la loro memoria. I giusti gridano e il Signore li ascolta e li libera da tutte le loro afflizioni. Il Signore è vicino ai contriti di cuore e salverà gli umili di spirito. Molte le afflizioni dei giusti, e da tutte queste il Signore li libererà. Il Signore custodirà tutte le loro ossa, non ne sarà spezzato alcuno. La morte dei peccatori sarà crudele e chi odia il giusto fallirà. Il Signore riscatterà le anime dei suoi servi, e tutti quelli che sperano in lui non falliranno.

La predica, se non è stata tenuta dopo il vangelo o durante la comunione del clero, può aver luogo durante la consumazione dei santi doni. Alla fine il sacerdote, benedicendo il popolo, esclama:

S. La benedizione del Signore su di voi, per sua grazia e benignità; in perpetuo: ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

C. Amen.

S. Gloria a te, Cristo Dio, nostra speranza, gloria a te.

C. Gloria al Padre e al Figlio e al santo Spirito; ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen. Kyrie eléison (tre volte). Benedici.

Il sacerdote invia il congedo:

S. Cristo, nostro vero Dio, per le preghiere della sua illibata madre, dei santi, gloriosi e illustri apostoli e del nostro padre tra i santi Giovanni Crisostomo, arcivescovo di Costantinopoli, di san N. (del tempio) e di san N. (del giorno), dei santi e giusti avi di Dio Gioacchino e Anna e di tutti i santi, ci usi misericordia e ci salvi, qual buono e benigno.

C. Salva, Cristo Dio, e colma di misericordia il gran presule e nostro padre N, santissimo patriarca di Mosca e di tutta la Rus, e il nostro presule N., sacratissimo vescovo (oppure arcivescovo / metropolita) di N., il parroco (con il titolo specifico: presbitero / ieromonaco, arciprete / igumeno / archimandrita, ecc) N., questa comunità e tutti i cristiani ortodossi: Signore, custodiscili per molti anni.

I fedeli poi si avvicinano a baciare la croce tenuta dal sacerdote e a ricevere, dove usa, il pane noto come prosfòra, eulogìa, o antìdoro; il sacerdote dice a ciascun fedele:

S. La benedizione del Signore e la sua misericordia su di te.

Infine il sacerdote entra nel santuario; le porte sante sono chiuse e velate.

Se il sacerdote celebra senza diacono, si reca all’altare della presentazione e, se non lo ha fatto durante il canto del salmo, consuma dal calice, poi vi versa vino e acqua per esaurire ogni traccia, e ancora acqua calda per detergere il calice indi lo asciuga con il purificatorio. Infine dice:

Ora congeda il tuo servo, o Sovrano, secondo la tua parola in pace, perché i miei occhi hanno visto la salvezza che hai preparato per tutti i popoli, luce da rivelare alle nazioni e gloria del tuo popolo Israele.

Santo Dio, santo forte, santo immortale: misericordia di noi. (tre volte)

Gloria al Padre e al Figlio e al santo Spirito; ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.

Tuttasanta Trinità, abbi misericordia di noi; Signore, sii clemente con i nostri peccati; Sovrano, perdonaci le iniquità; Santo, visita e guarisci le nostre infermità a motivo del tuo nome.

Kyrie eléison. (tre volte)

Gloria al Padre e al Figlio e al santo Spirito; ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.

Kyrie eléison. (tre volte)

Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà come in cielo, così sulla terra; dacci oggi il nostro pane essenziale; e rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori; e non indurci in tentazione, ma liberaci dal maligno.

S. E’ tuo il regno, la potenza e la gloria: Padre e Figlio e santo Spirito; ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

D. Amen.

Il sacerdote e il diacono si lavano le mani e le labbra, dicono le preghiere di ringraziamento dopo la comunione e depongono i paramenti; poi, dopo aver fatto tre profondi inchini e baciato l’altare, lasciano la chiesa, lodando Dio e ringraziandolo di tutto.

Fine della Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo.

Gloria a Dio.

RINGRAZIAMENTO DOPO LA DIVINA COMUNIONE

Hai potuto comunicare

con i vitali e mistici doni;

subito inneggia e ringrazia con forza,

e dall’anima esclama a Dio con fervore:

Gloria a te, o Dio; gloria a te, o Dio; gloria a te, o Dio.

E subito le seguenti preghiere di ringraziamento:

Ti ringrazio, Signore Dio mio, di non aver respinto me peccatore, anzi di avermi consentito di comunicare con le tue santificazioni. Ti ringrazio di aver consentito me indegno di partecipare ai tuoi intemerati e celesti doni. Ci hai anzi largito, Sovrano benigno per noi morto e risorto, questi tuoi tremendi e vitali misteri in beneficio e santificazione di anima e corpo: concedi che questi beni siano anche per me guarigione dell’anima e del corpo, dissuasione per ogni avversario, luce agli occhi del mio cuore, pace per le facoltà della mia anima, fede senza confusione, carità non ipocrita, sazietà di sapienza, compimento dei tuoi comandi, aggiunta della tua divina grazia e accesso al tuo regno; custodito da questi beni nella tua santità, che io rammenti in continuo la tua grazia e non viva più per me stesso, ma per te, nostro sovrano e benefattore; quando uscirò da questa vita nella speranza della vita eterna, possa io giungere al riposo perpetuo, dov’è la voce senza posa di chi è in festa e la delizia senza fine di chi contempla la bellezza ineffabile del tuo volto. Sei tu la reale aspirazione e la letizia indicibile di chi ti ama, nostro Cristo Dio, e te inneggia tutto il creato nei secoli. Amen.

Seconda preghiera. Del Metafraste, in versi:

Di tuo volere mi hai dato te stesso in cibo:

Tu sei fuoco che brucia gli indegni:

non bruciarmi, tu che mi hai foggiato;

passa invece per tutte le mie membra,

in ogni giunto, nelle viscere, nel cuore.

Brucia sì le spine di ogni mia caduta,

rendi pura l’anima e santi i pensieri;

rafforza i nerbi insieme con le ossa;

illumina i miei cinque sensi;

configgimi del timore per te.

Dammi sempre protezione, scorta e custodia

da ogni azione e parola che corrompe l’anima.

Rendimi casto, puro e regolato;

fammi buono, intelligente e luminoso.

rendimi dimora del tuo unico spirito

e mai più dimora del peccato.

Divenuto tua dimora mediante la comunione,

ogni malvagio, ogni passione mi fugga come fuoco.

Ti presento intercessori tutti i santi,

i gran condottieri degli esseri incorporei,

il tuo precursore, i sapienti apostoli,

e davanti ad essi la tua illibata e casta madre:

accetta le loro suppliche, o mio generoso Cristo,

e fa’ del tuo servo un figlio della luce.

Tu sei, o buono, la santificazione

e il fulgore delle nostre anime,

e come si addice a te, Dio e salvatore,

tutti noi ogni giorno rendiamo gloria.

Terza preghiera. Di Basilio il Grande:

Sovrano Cristo Dio, re dei secoli e artefice di tutto, ti ringrazio di tutti i beni che mi hai concesso e della comunione ai tuoi illibati e vitali misteri. Ti prego dunque, buono e benigno: custodiscimi sotto il tuo manto e all’ombra delle tue ali, e donami di partecipare fino all’ultimo respiro alle tue santificazioni con la coscienza pura, per la remissione dei peccati e per la vita eterna. Sei tu infatti il pane della vita, la fonte della santità, il donatore dei beni, e noi a te noi rendiamo gloria, insieme al Padre e al santo Spirito; ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.

Quarta preghiera:

Il tuo santo corpo, Signore Gesù Cristo nostro Dio, divenga per me vita eterna, e il tuo prezioso sangue remissione dei peccati. Questa eucaristia mi sia gioia, salute e letizia. Al tuo tremendo e secondo avvento consentimi, anche se sono peccatore, di stare alla destra della tua gloria, per le preghiere della tua illibata madre e di tutti i santi. Amen.

Altra preghiera, alla tuttasanta Deìpara:

Tutta santa sovrana Deìpara, luce per la mia anima tetra, mia speranza, manto, rifugio, consolazione, giubilo, ti ringrazio, pur indegno, di avermi consentito di comunicare all’illibato corpo e al prezioso sangue del tuo Figlio. Tu hai partorito la vera luce: illumina gli occhi interiori del mio cuore; hai partorito la fonte dell’immortalità: ravviva me, morto per il peccato; come madre generosa di Dio misericorde, usami anche tu misericordia e dammi compunzione e contrizione nel cuore. Dammi umiltà nei pensieri e rimpatrio dalla prigionia dei miei pensieri. E consentimi fino all’ultimo mio respiro di ricevere senza condanna la santità degli illibati misteri per la guarigione di anima e corpo; e concedimi lacrime di ravvedimento e confessione per renderti inni e gloria tutti i giorni della mia vita. Tu sei benedetta e glorificata nei secoli. Amen.

Seguono il tropario del giorno e il tropario di san Giovanni Crisostomo, tono 8°:

La grazia della tua bocca splendè come un faro – ed illuminò l’universo;* sparse per il mondo tesori non venali – e alto ci indicò il pensare umile.* Mentre ancora educhi con le tue parole, – Padre Giovanni Crisostomo,* intercedi dal Verbo, Cristo Dio, – che siano salve le nostre anime.

Gloria al Padre e al Figlio e al santo Spirito,

Indi il tropario del giorno e il contacio del Santo, tono 6°:

Dai cieli hai ricevuto – la divina grazia* e con le tue labbra insegni a tutti come adorare – l’unico Dio nella Trinità,* o Giovanni Crisostomo, – tutto beato, devoto.* Degnamente ti elogiamo: sei docente, – che palesa i misteri divini.

Ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.

Contacio della Deìpara, tono 2°:

Patrocinio intrepido dei cristiani,* immutabile ambasceria presso il Creatore,* non sottrarti alle suppliche dei peccatori,* ma accorri, buona, in aiuto a noi che gridiamo con fede:* corri alla preghiera e insisti nella supplica,* Deìpara che sempre difendi chi ti inneggia.

Indi:

Kyrie, eleison. (12 volte)

Più insigne dei Cherubini, * e più gloriosa senza pari dei Serafini, * in modo incorruttibile hai partorito Dio Verbo: * realmente Deìpara ti magnifichiamo.

Segue il congedo.

Fine delle preghiere dopo la santa comunione.

Gloria a Dio

INNI DELL’INGRESSO MINORE

ESALTAZIONE DELLA CROCE

Esaltate il Signore nostro Dio e adorate allo sgabello dei suoi piedi, perché è santo. Salvaci, Figlio di Dio, che sei stato crocifisso nella carne; noi a te intoniamo: Alleluia.

NATALE

Dal seno prima dell’aurora ti ho generato; ha giurato il Signore, e non si smentirà: tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchisedèk. Salvaci, Figlio di Dio che che sei stato partorito dalla Vergine, salva noi a te intoniamo: Alleluia.

TEOFANIA

Benedetto Colui che viene nel nome del Signore: Dio Signore è apparso a noi: Salvaci, Figlio di Dio che nel Giordano sei stato battezzato da Giovanni; noi a te intoniamo: Alleluia.

INCONTRO

Il Signore ha fatto conoscere la sua Salvezza di fronte a tutte le nazioni: Salvaci, Figlio di Dio che sei stato accolto tra le braccia dal giusto Simeone; noi a te intoniamo: Alleluia.

ANNUNCIAZIONE

Annunciate giorno dopo giorno la salvezza dal nostro Dio. Salvaci, Figlio di Dio che hai assunto la carne per noi; noi a te intoniamo: Alleluia.

DOMENICA DELLE PALME

Benedetto Colui che viene nel nome del Signore: Dio Signore si è manifestato a noi: Salvaci, Figlio di Dio che ti sei assiso su un puledro d’asina; noi a te intoniamo: Alleluia.

DOMENICA DI PASQUA E TUTTA LA SETTIMANA DEL RINNOVAMENTO

In adunanze benedite Dio Signore, voi casata di Israele. Salvaci, Figlio di Dio che sei risorto dai morti; noi a te intoniamo: Alleluia.

ASSUNZIONE (ASCENSIONE)

Dio è asceso tra il clamore, il Signore durante suono di tromba. Salvaci, Figlio di Dio che in gloria via da noi sei assunto ai cieli; noi a te intoniamo: Alleluia.

PENTECOSTE E LUNEDÌ DEL SANTO SPIRITO

Innàlzati, Signore, nella tua potenza, canteremo intonando alle tue gesta. Salvaci, Confortatore buono; noi a te intoniamo: Alleluia.

TRASFIGURAZIONE

Poiché presso di te è la fonte della vita, nella tua luce vedremo la luce. Salvaci, Figlio di Dio che sei trasfigurato sul monte Tabòr; noi a te intoniamo: Alleluia.

INNI DELL’INGRESSO MAGGIORE

QUANDO NON SI CANTA IL CHERUBICO

ALLA LITURGIA DEI PRESANTIFICATI

Le milizie dei Cieli, non viste – ora sono dedite con noi: * ecco il Re della gloria – sta infatti per entrare,* … Ecco che in questo mistero – è scortata la perfetta vittima. * Avviciniamoci con fede ed anelito – per essere partecipi di vita eterna.

GRANDE E SANTO GIOVEDI

Della tua mistica cena – oggi, Figlio di Dio, * accoglimi partecipe: – non dirò del mistero ai tuoi nemici, * non ti darò un bacio – al modo di Giuda* … – ma come il ladrone – ti confesserò: * ricordati di me, Signore, – quando verrai nel tuo regno.

GRANDE E SANTO SABATO

Taccia ogni mortale carne – e provi timore e tremito, * e non mediti tra sé – alcun pensiero terreno: * il Re dei regnanti si approssima – per essere infatti immolato * e dato in cibo ai credenti; – lo precedono così * i cori degli Angeli – con i Principati e le Potenze… * … i Cherubini dai molti occhi – e i Serafini dalle molte ali, * che si velano il volto – ed esclamano l’inno: * Alleluia.

CONGEDI DOMENICALE E FERIALI

DOMENICA

Colui che è risorto dai morti, Cristo nostro vero Dio, per le preghiere della sua illibata madre, dei santi, gloriosi e illustri apostoli e del nostro padre tra i santi Giovanni Crisostomo, arcivescovo di Costantinopoli, di san N. (del tempio), di san N. (del giorno), dei santi e giusti avi di Dio Gioacchino e Anna, e di tutti i santi, ci usi misericordia e ci salvi, qual buono e benigno.

LUNEDÌ

Cristo nostro vero Dio, per le preghiere della sua illibata madre, per i patrocini delle insigni e sovraccelesti milizie incorporee, per le implorazioni dei santi, gloriosi e illustri apostoli e del nostro padre tra i santi Giovanni Crisostomo, arcivescovo di Costantinopoli, di san N. (del tempio) di san N. (del giorno), dei santi e giusti avi di Dio Gioacchino e Anna, e di tutti i santi, ci usi misericordia e ci salvi, qual buono e benigno.

MARTEDÌ

Cristo nostro vero Dio, per le preghiere della sua illibata madre, per le suppliche dell’insigne e glorioso profeta, precursore e battista Giovanni, per le implorazioni dei santi, gloriosi e illustri apostoli e del nostro padre tra i santi Giovanni Crisostomo, arcivescovo di Costantinopoli, di san N. (del tempio), di san N. (del giorno), dei santi e giusti avi di Dio Gioacchino e Anna, e di tutti i santi, ci usi misericordia e ci salvi, qual buono e benigno.

MERCOLEDÌ E VENERDÌ

Cristo nostro vero Dio, per le preghiere della sua illibata madre, per la potenza della preziosa e vitale croce, per le implorazioni dei santi, gloriosi e illustri apostoli e del nostro padre tra i santi Giovanni Crisostomo, arcivescovo di Costantinopoli, di san N. (del tempio), di san N. (del giorno), dei santi e giusti avi di Dio Gioacchino e Anna, e di tutti i santi, ci usi misericordia e ci salvi, qual buono e benigno.

GIOVEDÌ

Cristo nostro vero Dio, per le preghiere della sua illibata madre, per le suppliche dei santi, gloriosi e illustri apostoli, per le implorazioni del nostro padre tra i santi Nicola, arcivescovo di Mira nella Licia, taumaturgo, e del nostro padre tra i santi Giovanni Crisostomo, arcivescovo di Costantinopoli, di san N. (del tempio), di san N. (del giorno), dei santi e giusti avi di Dio Gioacchino e Anna, e di tutti i santi, ci usi misericordia e ci salvi, qual buono e benigno.

SABATO

Cristo nostro vero Dio, per le preghiere della sua illibata madre, per le suppliche dei santi, gloriosi e illustri apostoli, per le suppliche dei santi, gloriosi e vittoriosi martiri, dei devoti latori di Dio nostri padri, e del nostro padre tra i santi Giovanni Crisostomo, arcivescovo di Costantinopoli, di san N. (del tempio), di san N. (del giorno), dei santi e giusti avi di Dio Gioacchino e Anna, e di tutti i santi, ci usi misericordia e ci salvi, qual buono e benigno.

CONGEDI FESTIVI

ESALTAZIONE DELLA CROCE

Colui che è risorto dai morti, Cristo nostro vero Dio, per le preghiere della sua illibata madre, dei devoti latori di Dio nostri padri, e di tutti i santi, ci usi misericordia e ci salvi, qual buono e benigno.

NATALE

Colui che è nato in una grotta ed è stato adagiato in una mangiatoia per la nostra salvezza, Cristo nostro vero Dio, per le preghiere della sua illibata madre, dei devoti latori di Dio nostri padri, e di tutti i santi, ci usi misericordia e ci salvi, qual buono e benigno.

CIRCONCISIONE

Colui che all’ottavo giorno ha accettato di farsi circoncidere per la nostra salvezza, Cristo nostro vero Dio, per le preghiere della sua illibata madre, dei devoti latori di Dio nostri padri, e di tutti i santi, ci usi misericordia e ci salvi, qual buono e benigno.

TEOFANIA

Colui che nel Giordano ha accettato di farsi battezzare da Giovanni per la nostra salvezza, Cristo nostro vero Dio, per le preghiere della sua illibata madre, dei devoti latori di Dio nostri padri, e di tutti i santi, ci usi misericordia e ci salvi, qual buono e benigno.

INCONTRO

Colui che ha accettato di farsi tenere in braccio dal giusto Simeone per la nostra salvezza, Cristo nostro vero Dio, per le preghiere della sua illibata madre, dei devoti latori di Dio nostri padri, e di tutti i santi, ci usi misericordia e ci salvi, qual buono e benigno.

DOMENICA DELLE PALME

Colui che ha accettato di salire su un puledro d’asina per la nostra salvezza, Cristo nostro vero Dio, per le preghiere della sua illibata madre, dei devoti latori di Dio nostri padri, e di tutti i santi, ci usi misericordia e ci salvi, qual buono e benigno.

DAL VESPRO DEL GRANDE E SANTO LUNEDI FINO AL MERCOLEDI

Il Signore, che è pervenuto alla volontaria Passione per la nostra salvezza, Cristo nostro vero Dio, per le preghiere della sua illibata madre, dei devoti latori di Dio nostri padri, e di tutti i santi, ci usi misericordia e ci salvi, qual buono e benigno.

GRANDE E SANTO GIOVEDI

Colui che ha subìto sputi, flagelli e schiaffi, croce e morte per la salvezza del mondo, Cristo nostro vero Dio, per le preghiere della sua illibata madre, dei devoti latori di Dio nostri padri, e di tutti i santi, ci usi misericordia e ci salvi, qual buono e benigno.

GRANDE E SANTO VENERDI

Colui che per noi uomini e per la nostra salvezza ha accettato nella carne le terribili sofferenze, la vitale Croce e la volontaria sepoltura, Cristo nostro vero Dio, per le preghiere della sua illibata madre, dei devoti latori di Dio nostri padri e di tutti i santi, ci usi misericordia e ci salvi, qual buono e benigno.

DOMENICA DI PASQUA E SETTIMANA DEL RINNOVAMENTO

FINO ALLA DOMENICA DI TOMMASO COMPRESA

Colui che è risorto dai morti e ha sconfitto la morte con la morte e a chi giace nei sepolcri ha largito vita, Cristo nostro vero Dio, per le preghiere della sua illibata madre, dei devoti latori di Dio nostri padri, e di tutti i santi, ci usi misericordia e ci salvi, qual buono e benigno.

DAL CONGEDO DELLA DOMENICA DI TOMMASO

FINO AL CONGEDO DI PASQUA

Colui che è risorto dai morti, Cristo nostro vero Dio, per le preghiere della sua illibata madre, dei santi, gloriosi e illustri apostoli e del nostro padre tra i santi Giovanni Crisostomo, arcivescovo di Costantinopoli, di san N. (del tempio), di san N. (del giorno), dei santi e giusti avi di Dio Gioacchino e Anna e di tutti i santi, ci usi misericordia e ci salvi, qual buono e benigno.

ASSUNZIONE (ASCENSIONE)

Colui che via da noi è stato assunto ai cieli e siede alla destra del Padre, Cristo nostro vero Dio, per le preghiere della sua illibata madre, dei devoti latori di Dio nostri padri, e di tutti i santi, ci usi misericordia e ci salvi, qual buono e benigno.

PENTECOSTE

Colui che dal Cielo ha mandato in apparenza di lingue di fuoco il tutto santo Spirito sopra i suoi Discepoli e Apostoli, Cristo nostro vero Dio, per le preghiere della sua illibata madre, dei devoti latori di Dio nostri padri, e di tutti i santi, ci usi misericordia e ci salvi, qual buono e benigno.

AL VESPRO DELLA GENUFLESSIONE, LA SERA DOPO PENTECOSTE

Colui che è dal seno del Padre ed ha svuotato sé stesso, è sceso dal cielo in terra, ha assunto tutta la nostra natura e l’ha deificata; che poi è risalito ai cieli e si è assiso alla destra di Dio Padre; che di là ha mandato lo Spirito, come il Padre e il Figlio divino, santo, essenziale, potente, glorioso ed eterno, sui suoi Discepoli e Apostoli e per suo tramite li ha illuminati, e così per mezzo loro ha illuminato tutto l’universo, Cristo nostro vero Dio, per le preghiere della sua santa e illibata madre, dei santi gloriosi, illustri Apostoli araldi di Dio e podi dello Spirito, e di tutti i santi, ci usi misericordia e ci salvi, qual buono e benigno.

TRASFIGURAZIONE

Colui che sul monte Tabòr si è trasfigurato nella gloria davanti ai suoi santi Dicepoli e Apostoli, Cristo nostro vero Dio, per le preghiere della sua illibata madre, dei devoti latori di Dio nostri padri, e di tutti i santi, ci usi misericordia e ci salvi, qual buono e benigno.

Nelle feste del Signore e della Deìpara il sacerdote dice la formula breve del congedo, cioè quella che non tiene conto del giorno della settimana e non fa menzione né del santo del tempio, né del giorno, né dei santi avi di Dio Gioacchino ed Anna. Ciò vale per il solo giorno della festa. Durante l’ottava egli dice la formula completa, ma senza la menzione della croce mercoledì e venerdì. Il giorno della chiusura della festa egli dice la formula breve, ma aggiungendo la menzione del santo del giorno. La formula breve: Cristo nostro vero Dio, per le preghiere della sua illibata madre, dei santi latori di Dio nostri padri, e di tutti i santi, ci usi misericordia e ci salvi, qual buono e benigno.

Per le feste del Signore, l’inizio della formula varia a seconda del mistero festeggiato; quando tuttavia la Circoncisione e l’Incontro coincidono con la domenica, la formula domenicale prevale su quella della festa; lo stesso vale per la dopo-festa e per la chiusura delle grandi feste del Signore.

Per le feste della Deìpara la formula nel congedo è sempre la stessa: Per le preghiere della sua tuttaillibata Madre, senza menzione del mistero celebrato.

Egualmente per le feste dei santi non si menziona l’avvenimento (nascita, trapasso, traslazione delle reliquie) che ha motivato la celebrazione. Nelle grandi feste dei santi, il sacerdote dice la formula breve del congedo, con la sola menzione della Deìpara, del santo festeggiato, dell’autore della Divina Liturgia e di tutti i santi.

Al termine del congedo il coro canta direttamente i voti di molti anni (policronio).

BIBLIOGRAFIA MINIMA

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  24. J. B. Carroll: Psicologia del Linguaggio. Aldo Martello Ed., 1966.

COMMENTARIO

PREMESSA

I testi presentati intendono essere un contributo alla traduzione dei testi liturgici. In quanto contributo non pretendono di essere assunti a definitiva eccellenza, né di soppiantare altre esperienze.

Il metodo della presente traduzione si basa su alcuni assunti, alcuni dei quali consolidati.

Sappiamo che lo slavonico della Divina Liturgia è lingua modellata sulla liturgia, all’opposto delle lingue moderne.

Se tradurre è un po’ tradire, dobbiamo ammettere che le traduzioni delle traduzioni, come è quando si traduce sul testo slavonico, sono tradire due volte, a meno che non si consideri la versione slavonica testo a sè stante e divinamente ispirato: tanto ci obbligherebbe alla sua intoccabilità, con la più letterale, desolante e incomprensibile delle versioni, e tanto è ciò che è finora accaduto in italiano; le discrepanze tra greco e slavonico, spesso solo apparenti, sono così ingigantite sino a divenire differenze da competizione. Altre traduzioni, ormai tradizionali ma di terza generazione, se prese anch’esse a modello unico, aumentano il fenomeno esposto. Queste affermazioni non contestano la doverosa e rispettosa consultazione di tutte le traduzioni considerate di tradizione, ma pretendono la piena conoscenza del testo greco.

Gli esperti ci dicono che lo slavonico liturgico costituisce una favorevole esperienza di come una lingua creata ad hoc conservi la mentalità ortodossa fuori dai contesti mediterranei. Gli stessi ci dicono che per conservare tale mentalità nelle lingue moderne bisogna affrontare un percorso differente.

Tanto premesso, ho cercato di confrontare per la presente versione entrambe le tradizioni, quella greca e quella slavonica, non senza perdere di vista quella rumena. Il concetto che il testo slavonico è traduzione dal greco non è esaustiva: il greco liturgico include altre culture cristiane, in buona parte mediorientali, tutte con la propria logica di lingua; il pensiero moderno si accontenta di chiarezza logica nella traduzione, ma anche questa minima esigenza pare scontrarsi con una formale intoccabilità dei testi. In questo contesto, la traduzione della liturgia può occuparsi ai suoi fini delle sovrapposizioni storiche? posta la domanda, conviene abbandonare subito l’argomento spinoso. Altra constatazione è che i commentari successivi al consolidamento della Divina Liturgia, di solo ordine mistico, non aiutano il processo della traduzione; nel commento del Cabasilas e in testi tardo-patristici ho tuttavia trovato spunti tecnici; per il resto dobbiamo affidarci a studi più recenti, anche non di fonte ortodossa.

L’appartenenza alla Chiesa Russa mi impone giustamente di seguirne il tipico. Ho pensato che lo Hiératikon del memorabile p. Denis Guillaume, qui in italiano con poche varianti e aggiunte, fosse esaustivo.

A grande rischio e pericolo, il mio programma di traduzione è solo pratico; non mi sento intimidito dalle commissioni liturgiche internazionali, né da quelle italiane a conduzione famigliare, che della lingua italiana sembrano occuparsi ben poco; non mi sono arrampicato sulla traduzione letterale o sull’uniformità di versione dei singoli termini, specie quando la lingua non tollera tali manovre. Ho inseguito termini diretti, rifuggendo il più possibile da parafrasi e letteralismi, nonché da verbi servili o epistemici; ho cercato l’immediatezza e il ritmo della lingua italiana. Ho usato anche costrutti e termini oggi meno comuni, ma legittimati da letteratura, dizionari e grammatiche, al solo scopo dell’immediatezza (p. es. secondo le tue dimolte indulgenze, per secondo la moltitudine delle tue indulgenze, 12 sillabe poetiche contro 17), e simili. Pochi termini specifici sono stati confermati rispetto al Compendio del 1989: già all’indomani della pubblicazione ne sentivo i limiti, compresi i refusi dopo ben tre correzioni di bozza, e da allora ho dedicato per un trentennio una parte del mio tempo a consultare e a correggere; ciò che non ho fatto è disprezzarlo come per infantile capriccio; ciò che ho fatto è rispettare in esso quanti vi sono tuttora affezionati.

Si troveranno nella nuova versione termini inusuali ad un pubblico formato sulla cultura di massa, ma il rischio di svendere i valori teologici trasmessi dalla nostra Liturgia è stato per me più grande del cedere alla lingua dei cento vocaboli; resta sempre la catechesi per spiegare i termini più difficili.

Mi permetto qualche nota più severa sul metodo di traduzione. Ultimamente sembra ne debba esistere uno solo: la versione più pedestre possibile; e così le difficoltà di comprensibilità aumentano. Sembra poi ci sia una gara a tradurre sciatto. Ribadisco giusto reagire con una versione rispettosa della nostra lingua classica, a costo di usare termini e accezioni non usuali al parlare comune, ma almeno propri ed elevati rispetto agli argomenti liturgici.

Nel commentario che segue si trova anche del nozionismo spicciolo; se sarà considerato saccente me ne scuso, non ne avevo intenzione; d’altronde si converrà che il dilettante deve dar conto per filo e per segno di ogni iota tradotto, mentre l’accademico, anche solo autoreferenziato, va creduto sulla parola. Per questo lavoro ho quindi coinvolto molte persone attente, non solo dotate di specifica formazione, ma anche versate in altri campi, ortodossi e non, ed esclusivamente per gli aspetti linguistici. Tale interazione è stata ricca di consigli, insegnamenti, domande e contestazioni; inevitabilmente un po’ di nozionismo, solo per giustificazione o per resoconto del lavoro svolto, è ricaduto sul commentario.

Voglio concludere dicendomi felice di questa esperienza, fatta non solo di ricerca, ma anche di riflessione e di dialogo. Mi piacerebbe non tanto aver compiuto un’impossibile traduzione perfetta, quanto aver proposto un metodo alternativo a quello sbandierato come “accademico” finora imperante, fecondo solo di testi in lingua creola. Il lavoro corale ne è stato un valido antidoto, ma non mi ha esentato dalle decisioni definitive e dalla responsabilità del testo finale. Ringrazio dunque chi si è interessato alla traduzione e anche chi mi ha consigliato di compilare articoli su ogni scelta dei termini; per fortuna del lettore non tutti sono stati pubblicati, ma sono a disposizione. Ringrazio da ora anche chi vorrà con buona coscienza correggere sviste o intraprendere di meglio. Avverto che negli articoli le citazioni originali sono riportate in caratteri propri e nelle declinazioni e coniugazioni del testo in esame, anche qui chiedendo venia di eventuali sviste.

La revisione costante del testo è quanto serve a garantire progressi e non la si deve fermare; è agli antipodi della pretesa di fissare il processo delle traduzioni liturgiche su dei libri, perfino costosi, spesso rifiutati a dispetto di imposizioni ufficiali. Il processo che propongo si fermerà solo al conseguimento di un reale e ampio consenso, e forse per breve tempo, prima di ripartire: è invero un esercizio duro per chi si contenta di una versione qualunque, purché imposta dall’alto, abitudinaria e non impegnativa.

Lo spirito del Compendio Liturgico del 1989 continua, anzi si rinnova e torna a conseguire un altro umilissimo primato: quale “pronto soccorso” (non quale editio princeps, come equivocato!) per le officiature in italiano, il Compendio allora fu il primo testo del genere scritto e pubblicato da Ortodossi per gli Ortodossi: prima e dopo le pubblicazioni etero- e ortodosse a scopo catechetico, filologico o solo pro domo sua abbondano; il nostro non fu impostato su schemi confusi, come sorprendentemente affermato, bensì, pur in piccolo, sul modello dei συνέκδημος, popolare successo della Chiesa di Grecia, pubblicato quando all’Est era pericoloso perfino avere in casa testi sacri e all’Ovest si rischiavao sanzioni sociologiche; ora è il primo testo impostato sulla revisione continua e dotato di un aperto resoconto delle scelte di traduzione. E continua a riconoscere i propri limiti.

DIZIONARIO DELLA PRESENTE VERSIONE

Più di cento riflessioni e innovazioni sui termini liturgici.

  1. A CHE: sta per “affinché”, avverbio per me stucchevole e ingombrante anche nella lingua letteraria, quando non male usato (“Preghiamo affinché”… “Ti esorto affinché…”). La snella soluzione è ben conosciuta dalle grammatiche e dalla letteratura.

  2. ABBIAMO RICORDATO, dopo l’Anamnesi: qui non si tratta di volgere la mente al passato dei fatti di Cristo, né di porre contradditoriamente nel passato da ricordare anche il futuro del secondo avvento; si tratta invece della consapevolezza di un tutt’uno cui la comunità accede nel memoriale, oltre il tempo e lo spazio. Tale visione è bene espressa dal Concilio di Costantinopoli del 1157, che si oppone agli estremi di una semplice commemorazione storica degli atti salvifici da un lato e di una loro moltiplicazione nelle consacrazioni dall’altro. Il pensiero qui esposto mi pare sia contraddetto dall’intimistico e sfocato “Memori”.

  3. ACCEDERE, AVVICINARSI E OFFICIARE: alla prima proposizione della preghiera dell’ingresso maggiore troviamo questa tripletta di verbi, tre veri gradini di ascesa alla celebrazione presso l’altare; come è noto, gli albori della nostra liturgia vedevano il clero lasciare l’ambone e recarsi nel vano dell’altare (il verbo proposto è accedere a te), indi disporsi nelle immediate vicinanze dell’altare stesso (avvicinarsi a te) e poi iniziare gli atti consacratori (officiare a te). Non ho trovato nei vari studi e traduzioni la consapevolezza di tali gradi, ma a me il fenomeno pare evidente; ignorarlo comporta una versione con verbi in sequenza confusa, perché erroneamente ritenuti banali sinonimi. Per precisare sul primo verbo: non si tratta vagamente di avvicinarsi, ma di compiere il preciso atto direzionale di accedere all’altare. Sul secondo verbo: l’atto è spesso correttamente descritto mediante un “accostarsi” o un “avvicinarsi”, ma la differenziazione tra questo verbo e il precedente, se entrambi sono pensati come sinonimi, è inefficace: ne risulta una ripetizione non logica. Sul terzo verbo si trova “servire”, “celebrare”, “lodare” e quant’altro venga in mente: essi sono imprecisi rispetto allo scopo liturgico prefissato; mancando la nostra lingua di un verbo con la stessa radice di “liturgia”, ci soccorre officiare, che si sovrappone perfettamente nel significato al concetto greco di liturgia come pubblico officio; tale verbo è pertanto pregnante quanto all’azione liturgica sacerdotale, come attesta il resto della preghiera. Per conseguenza logica ho collegato i tre verbi che si succedono pensando di non trovarmi davanti a classiche congiunzioni disgiuntive, bensì a nessi correlativi; tanto può accadere in greco, anche non classico, quando la congiunzione è ripetuta per indicare il nesso anziché la disgiunzione, quasi dicesse qui: “Nessuno è degno di una sola di queste azioni, figuriamoci di tutte e tre insieme”; avrei potuto tradurre banalmente con sia…, sia… , mancando però di caratterizzare il testo; ho comunque lasciato una punta di disgiunzione nella ripetizione della preposizione “di” davanti a ciascun verbo. Quanto poi all’abuso del termine “servizio” in altre versioni italiane, mi permetto di ricordare che 1) se “servizio” indica officio/ufficio, esso è un anglicismo; 2) “servizio” è in italiano un termine non liturgico e comunque indica solo un compito servile, quand’anche svolto per lo Stato o per la Chiesa, al contrario di “servigio”, che ne indica uno liberale ed elevato, sempre non liturgico; ogni dizionario, compreso il Treccani, ne dà ampia ragione. Formulo un esempio: il celebrante non inizia il servizio alle ore 8, bensì inizia a quell’ora l’officio o, con un sinonimo, la funzione; un pastore d’anime può permettersi un service a Londra e ampi dintorni, ma non in Italia. Per il culto divino come lo intendiamo noi Ortodossi, credo si debba offrire il meglio di una lingua: non tutte le parole italiane sono presenti nel dizionario turistico, né sui giornali, né nel nostro colloquiare, e non sono spiegate a sufficienza sui dizionari da internet; se ce ne faremo una ragione, indagheremo nella ricchezza della nostra lingua e prenderemo confidenza con i termini più difficili; ai russofoni può essere difficile lo slavonico e ai greci il greco liturgico, come pure agli italiani la loro lingua colta, ma la consapevolezza di celebrare i sacri offici con le migliori parole possibili val bene la difficoltà, tanto più che per noi non si tratta di una lingua remota, ma di un modulo letterario della medesima lingua e che ci è possibile spiegare i termini più difficili. Non è certo il vocabolario dimesso a rendere efficace o solenne un discorso, ma la giusta scelta dei termini.

  4. ACCORDO, ARMONIA, CONCORDIA, CONCORDANZA, CONSENSO, CONSONANZA, UNANIMITÀ: a prescindere dal testo originale, ὁμώνοια, συμφωνία ed altri sinonimi, devono essere registrati sulla proprietà di linguaggio della lingua ricevente. “Accordo” è l’incontro di volontà o di consensi tra due o più persone; per altri argomenti, come musica, colori, ecc., somiglia più a “intonazione”. “Armonia” è consonanza di voci o di strumenti, cioè di suoni simultanei o anche successivi; in senso figurativo è concordia di sentimenti e di opinioni tra più persone. “Concordia” è un aspetto della conformità: è conformità di sentimenti, voleri, opinioni, non disgiunta da reciproco affetto. “Concordanza” è ancora più chiaramente conformità, nel senso di esatta corrispondenza. “Consenso” è conformità di voleri, da cui l’accezione di giudizio favorevole. “Consonanza” è dare suono insieme e, nel traslato, corrispondenza di opinioni, di sentimenti e simili. “Unanimità” è la totale e piena concordanza di opinioni tra più persone; sotto l’aspetto etimologico, abbandonate le similitudini con cuore, suoni e sentimenti, qui si passa ad animo; l’unanimità tuttavia mi pare più di decisioni da prendere insieme di volta in volta: il Credo, per esempio, stabilito una volta per tutte, non è “professato all’unanimità” perché non messo ai voti ad ogni celebrazione, semmai può essere “cantato all’unanimità”, cioè con un’intesa immediata e spontanea di tutto il popolo al di là del compito del coro (così dovrebbe essere sempre). Nella terza preghiera delle antifone il concetto di συμφωνία mi pare sia reso meglio dal nostro armonia nella prima proposizione e accordo nella seconda; all’invito prima del Credo, ὁμώνοια penso sia reso meglio da concordia, dovendosi attuare in conformità la dichiarazione di fede comune ai fini della partecipazione eucaristica. Una menzione a parte merita il sintagma “con una mente”, concetto non di incontro né di consonanza, non di conformità né di corrispondenza, ma di grigio ammasso di cervelli; pur comprendendo la fotocopia che il rumeno trae dallo slavonico, dico che se si passa all’italiano la foto risulta “bruciata”. Ringraziamo la Provvidenza che le menti siano molte e multiformi. Una mente unica e a senso unico non fa per noi Ortodossi, nè credo si adatti alla nostra ecclesiologia sinodale.

  5. ADATTE, συμφέροντα/полезных: il verbo in greco non vuol dire alla spicciolata “essere utile”, bensì “portare insieme”, con molti significati legati al senso; nell’accezione “di confare”, il participio presente è “confacente”, cioè che “facilmente si adatta o diviene adatto”. Adatto, cioè “che risponde a un determinato scopo, conveniente, idoneo” è più semplice e diretto, si converrà, di “confacente”. Chi prega così ha certo in mente tanti bisogni materiali, anche gravi, ma li esprime specificamente in altri momenti della Liturgia; qui invece prega esplicitamente il bene per le nostre anime; tradurre “utili”, oggigiorno è significare “soddisfacenti bisogni materiali”, addirittura di lucro, per cui qui è per me termine non adatto.

  6. ADE, ᾃδης/ядь: è difficile in italiano rendere il lemma in modo breve e accessibile; i sintagmi “luogo/sede/regno” ecc. “dei morti”, nonché “ombra di morte”, già noto in Isaia (e oggi nei videogames!) non sono né sintetici né diretti: spesso nell’innologia tali sintagmi si trovano accanto a lemmi “morte” o “morto” di altra provenienza semantica e in varie forme grammaticali: l’inevitabile ripetizione affolla e disorienta. Scarto “inferi”, plurale che impedisce la frequente personificazione poetica, allunga i verbi corrispondenti nella loro desinenza plurale, ma soprattutto marca una posizione territoriale precisa e attualmente contestabile, mentre la stessa è secondo me più sfumata nel concetto di ade; scarto anche “inferno”, che denota, meno di “inferi”, una localizzazione, ma indica nella nostra teologia uno stato di condanna definitiva; non mi resta che confermare ade. Chi vuole sovrapporvi per forza radici latine può farlo con “orco”, termine che ha seguito il percorso di ade, indicando, abolito il dio pagano, solo il luogo, e in seguito il personaggio sanguinario dei racconti. Si potrebbe dire anche “averno”, termine altrettanto ignoto ai più, se non per l’assonante illusione di digerire meglio con una bevanda alcolica. Non possiamo dunque fruire di termini italiani né di un etimo latino, ai fini di essere immediati. Non sono però soddisfatto di ade, perché è un non tradurre; sarò grato a chi trovi di meglio.

  7. ADEMPIRE (le richieste), πλήροσων/исполни, nella preghiera della terza antifona: la traduzione è letterale secondo la proprietà di linguaggio in italiano; proprio in convergenze come questa, non possibili dovunque per il rispetto della succitata proprietà, si trovano versioni improprie.

  8. ADORARE προσκινω/пoкланятися: il latino adorare, passato nella nostra lingua a piè pari, ha un etimo diverso dal greco e dallo slavonico, pur con lo stesso significato; significa “portare alla bocca” (ad orem), non “piegarsi”; si adorava prendendo l’oggetto dell’azione e portandolo alla bocca per un bacio; se ciò non era possibile, lo si toccava e si portava la mano aal bocca baciandola; lo sporgersi ad un lieve inchino si accentuò per influssi orientali, associandosi alla perdita del bacio; il bacio e il movimento della mano, spesso preceduti da un segno di croce, sopravvivono in molte nostre regioni meridionali di fronte ad immagini sacre. Oggi, per barbarismo snob, “adorare” è abuso per “apprezzare vivamente”, ma a maggior ragione è bene ricordarne etimologia e significato a fini più salutari. A proposito di bocca, è discussa l’origine di ὀράριον, ma con molta probabilità dalle bocche dei Romani abbiamo ereditato anche il nome del paramento diaconale orario: era un tessuto per la bocca, orarium, come il nostro fazzoletto (che deriva da “faccia”), ma col tempo pare abbia assunto uso e forma di sciarpa; nella cultura della Nuova Roma, il termine, insieme con tanti altri liturgici, cortigiani e amministrativi, sarebbe passato a indicare la fascia diaconale. È quanto accadde, ma con percorso inverso, per la stessa stola, che dal greco στολή, veste, passò in latino a significare, forse per sineddocche, quello che noi chiamiamo epitrachilio.

  9. ANARGIRI ἀνάργυροι/безсребреници: l’aggettivo è tuttora associato al culto dei santi medici gratuiti. Al contrario di “teòforo” o di “filantropo”, che per i nostri dizionari risulta di altro significato, anargiro è un termine presente e propriamente descritto nei suddetti tomi, per cui è pacificamente adottato dalla presente versione, con l’impegno di spiegarlo se necessario.

  10. ANCORA E ANCORA, ἔτι καὶ ἔτι / паки и паки: non discuto qui se sia tassativo evitare di iniziare una proposizione principale con un avverbio, ma se conserviamo il doppio iterativo a inizio di frase cadiamo in una piccola ambiguità: si potrebbe pensare che prevalga il concetto di “ancora e ancora in pace ”, quando prevale quello di “ancora e ancora preghiamo ”, puranche in pace, a motivo delle reiterate litanie diaconali. Ho quindi pensato di posporre l’avverbio raddoppiato, come è comunque della buona lingua, sperando di non essere contestato di vana pignoleria. La reiterazione dell’avverbio è efficace proprio per la sua enfasi, per cui non mi pare bene il dimezzamento operato in alcune versioni.

  11. APPROVARE, κανω/удовлят: nell’accezione di “riconoscere idoneo”; tale concetto ci libera dal sintagma acritico “rendere idoneo”; a mio avviso infatti il senso di κανω è qui di “riconoscere”, nel qui ed ora della celebrazione, non di “rendere”. A “rendere idoneo ci pensò la chirotonia: la preghiera dell’ingresso maggiore, proprio quando chiede attuale approvazione, ricorda che l’officiante già veste di grazia sacerdotale e non la mette in discussione. Ciò che è indicato in tutte le preghiere preparatorie come carenza umana, dunque, non è lo stato perenne o grave di indegnità, che porterebbe all’esclusione già prima di accedere alla celebrazione, ma è lo stato continuo ed esistenziale di fragilità; ciò che è liberatorio è che la confidenza nella divina misericordia fa chiedere al celebrante compunto l’attuale approvazione a celebrare. C’erano sacerdoti, molti dei quali proclamati santi, e ce ne sono ancora, che non celebrano se si sentono indegni, nel senso preciso che temono di essere orfani del santo Spirito, del quale non percepiscono un segno di approvazione a celebrare l’eucarestia. Esulano dal nostro ragionamento le rare agiografie iniettate di donatismo in cui si narra di sacerdoti dubbiosi della propria chirotonia e del vescovo che la amministrò; in una di queste, di cui non citerò null’altro che il fatto, un santo sacerdote non celebrò mai l’eucaristia, convinto di essere coinvolto in un atto di simonia: tardivamente era venuto a sapere che il giorno prima della chirotonia i genitori avevano donato al vescovo un paramento, e che questi lo aveva accettato.

  12. ASSOLUTO, ἄναρχος/безначалний: molti sono i lemmi candidati per tradurre questo termine. Eterno non specifica “da che lato” è l’eternità, come potrebbe essere il sintagma aggettivale ab aeterno, in italiano abeterno, parlandosi del non mai principiare del Padre. In italiano eterno ha due accezioni, 1) “che non ha né principio né fine”, 2) “che non ha mai fine”. Tralascio per ora l’accezione filosofica di eterno come “fuori dal tempo”. Ci serve un termine che neghi solo il principiare, che non si identifichi tout court con eterno secondo la mentalità italiana e che non confligga con αἰώνιος/вечний. Nel suo essere eterno il Padre anche non ha mai fine: questa osservazione sorpassa l’accezione di ἄναρχος. La seconda accezione di ἄναρχος è inoltre “che non sottostà ad alcun potere”, solo apparentemente come “anarchico”, perché serve a caratterizzare il Padre come non soggetto ad alcun potere e mónarchos, fonte unica, abeterna, della divinità trina. Sono anche critico con il sintagma aggettivale “senza principio”. Di fondo, “senza” (dal latino absentia) indica carenza, concetto secondo me inappropriato agli attributi divini, anche se si tratta di carenza di limiti (Erasmo da Rotterdam traduce principio carens, perché careo ha senso più vasto rispetto al nostro “carente”). Mi sembrano meno inadeguati il concetto di esclusione e di esenzione; ritengo corretto solo l’aggettivo inversivo o un analogo costrutto di senso inversivo. Faccio presente che il buon italiano ha varie soluzioni, quanto ad analoghi inversivi, ma sono i soliti sintagmi: non originato, non causato, non principiato e ancora mai originato, mai causato, mai principiato. Ci sarebbe anche preeterno, tollerabile se si accettasse il malfermo concetto di “prima dell’eternità”; si tratta in realtà di προαιώνιος/превечний, ante saecula. Infine c’è aprimordio, altro neologismo come tanti altri neologismi. Aprimordio risulta inoltre non eccezionalmente composto da un prefisso greco e da una radice latina, come ad esempio il termine teologico e filosofico atemporale, o come quello tecnico radiofonico, e come altre miriadi; una stimata persona me ne ha inviato un lunghissimo elenco con vivaci commenti, giustamente indignato che ci sia chi nega il diritto alla doppia radice. Aprimordio presenta, nel suo piccolo, un trentennio di assensi sia nel metodo (introdurre i neologismi solo dopo aver perso i conforti dell’italiano classico), sia per intuibilità, almeno in ambiente interessato o colto. Il nostro però risponde solo al requisito di “che mai ebbe cominciamento”, essendo carente sulla seconda accezione di ἄναρχος, e così somiglia piuttosto a fără de început rumeno. L’editto proibizionista sui neologismi non mi fa sentire né un fuorilegge né un dilettante, per cui confermerei aprimordio, se non fosse per il limite appena esposto. Mi restava da esaminare ancora il termine assoluto. Di esso recita il Treccani negli usi estensivi, alla voce “In filosofia”: “Ciò che ha realtà per sé stesso, che non dipende cioè da altro ed è incondizionato…; in particolare, nella filosofia greca, ciò che, sottratto alle vicende del divenire, è per sé stesso compiuto e perfetto”. Il termine absolutus nel ‘700 entra nel linguaggio politico, ma già Niccolò da Cusa attribuiva il termine a Dio in quanto “sciolto” da ogni limite, cominciamento compreso (Docta Ignorantia. II: 9). Mi pare, sempre nell’ottica di immediatezza e brevità, che “sottratto alle restrizioni del divenire, di cui il principiare è elemento essenziale”, sia l’accezione più vicina all’originale greco. Il συν-άναρχος/со-безначалний può essere reso con l’aggiunta di come (esempio: assoluto come il Padre), oppure con, o pari a, ma si potrebbe arditamente rendere con coassoluto, come quando diciamo consostanziale o coessenziale.

  13. AULICO: secondo Dante, il linguaggio è aulico quando è degno di una corte (αὐλή); è sinonimo di elevato, sostenuto, illustre, ma oggi può assumere anche un sapore ironico, specie dopo le ultime pubblicazioni liturgiche di ordine planetario. Penso che il linguaggio per la nostra liturgia debba essere il più possibile chiaro, scorrevole, incisivo, breve e diretto, cioè intuitivo, in cui la terminologia dotta o non comune abbia diritto di presenza, ma solo in quanto subordinata alla visione ora esposta. In questo modo la “aulicità” comparirà da sola, senza farsi sbandierare con esiti finora deludenti.

  14. AVVIVANTE, AVVIVATORE, ζωοδότης/живодавечь: l’originale sarebbe “datore di vita”, come “datore di lavoro” burocratico o sindacale, “datore a riporto” bancario, “datore di luce” cinematografico e televisivo, ecc.; questi termini mi pare sappiano di mestiere, di polilalia e di prosaicità. Il visionario (solo Dio sa quanto occorrano visioni alle nostre traduzioni!), il visionario avvivante, dunque, riporta ad avvivare, cioè “rendere vivo, fornire di vita” (Treccani), nel pieno significato del termine originale. È un aggettivo verbale, forma purtroppo rara nella nostra impoverita lingua. Anche avvivatore, pur provvisto di desinenza prosaica, mi pare comunque più ispirato di “datore di vita” e potrebbe essere usato quando ζωοδότης è un sostantivo. Vedi anche RAVVIVARE.

  15. BENEDIZIONE all’anamnesi: “… avendo reso grazie, avendo recitato la benedizione…”. L’acquisito è la recita da parte di Gesù delle formule benedizionali alla Cena, secondo l’uso ebraico. L’inusuale per le nostre traduzioni alla lettera è che la recitazione della preghiera di benedizione sia assunta come un tutt’uno con l’atto del ringraziamento (P Grelot: “Regole e tradizioni del cristianesimo primitivo”. Piemme Ed., 1998 e molti altri). Va aggiunto che “La parola barakà non fa allusione alle parole di chi benedice, ma all’attitudine di colui che idealmente piega il ginocchio (ebraico berèk) per ottenere questa benedizione, ponendosi nella condizione di ricevere un beneficio” (A. Chouraqui, nel suo commentario ai Salmi; N. Bux, nelle note alla sua “La Liturgia degli Orientali”). Ho ardito associare i due verbi in un’unica proposizione, costituita da una principale rese grazie reggente una secondaria pregando la Benedizione, all’interno dell’intera frase organizzata in proposizioni principali coordinate. Annoto che “pregare la benedizione” riguarda quei verbi transitivi che all’occasione divengono transitivi per specifici complementi oggetto (vedi VERBI ASSOLUTI ecc). Quanto al verbo della benedizione ho preferito pregare a “pronunciare”, “recitare” e sinonimi, credo in modo più consono non solo al significato di barakà, ma anche alla nostra mentalità liturgica. Ho reso “Benedizione” con l’iniziale maiuscola, alludendo alla specifica formula ebraica; così facendo mi sono discostato dall’attuale uso grafico, avaro di maiuscole. La versione moderna di uno dei canoni romani rese grazie con la preghiera di benedizione, più diretta di quella che presento, è a buon diritto antesignana.

  16. BENIGNO, BENIGNITÀ, φιλάνθρωπος, φιλανθρωπία / человеколюбеч,человеколюбие: in italiano filantropia è definita con laica serenità “Amore verso il prossimo, come disposizione d’animo e come sforzo operoso, di un individuo o anche di gruppi sociali, a promuovere la felicità e il benessere degli altri: opere di f.; uomo ricordato da tutti per la sua grande f.” (Treccani) Non si citano, come spesso per altri termini, esempi di matrice religiosa. Se leggiamo la definizione di filantropo, sostantivo e anche aggettivo, il cielo si annuvola, ma non piove: “Chi sente, sostiene, esercita la filantropia” (Treccani). Pioviggina se si confronta con il Tommaseo : “Chi ama, o dice d’amare, gli uomini, perché uomini, non perché creature di Dio e per amore di Dio. Ma si possono le tre ragioni congiungere; anzi il Cristiano è più veramente e compiutamente filantropo”; si ode qui l’eco della polemica tra cristianesimo e teofilantropismo, ma nella contrapposizione al massimo si concede di essere filantropi ai cristiani, non a Dio. Estrapolando ancora si può ovviamente dire che Dio è il filantropo per eccellenza, ma a questo punto andiamo al nubifragio per definizione intrinseca e per consuetudine linguistica. Le lingue moderne e analitiche hanno fatto disperato ricorso a vari costrutti per fondere i due concetti di φιλία e di ἄνθρωπος, aprendo la porta ad ambiguità per via degli aumentati significati di “amore” causati dalla perdita di sinonimi, dalla banalizzazione del concetto in sé e dal mitragliare a vuoto delle sillabe (da “La Settimana Enigmistica n. 4360: “Unisce due cuori: Amore” e: “È più di un conoscente: Amico”; l’immediatezza comporta anche il rischio della superficialità). A proposito del buon uso dei sinonimi, il Pestelli sconsiglia “filantropia” (intesa sempre come sentimento di uomini per gli uomini), caldeggiando “carità”. Riprendendo il filo del discorso, se diciamo che Dio è buono o è misericordioso (misericorde), non aggiungiamo mai “con gli uomini” perché è ben sottinteso; ci si intestardisce però ad aggiungere il “con gli uomini” solo nel tradurre φιλάνθρωπος: non si considera che questa parola, composta in greco, ha perso il suo significato classico, storicamente costituito da tre elementi esclusivamente sociali: il saluto, l’amicizia e l’ospitalità; con il cristianesimo il termine assume quello della divina e perciò innata benevola disposizione per gli uomini, ovviamente, così come la divina bontà, generosità, misericordia, ecc. sono egualmente per gli uomini, in quanto creature amate dal Creatore. Qui dunque promuovo, anziché il prolisso e ambiguo amore per gli uomini, il termine benignità, che nella definizione porta già l’obiettivo del bene per l’uomo; scrive infatti il filosofo Baumgarten nell’individuare il più ristretto significato del termine, che la benignità è la determinazione della volontà a far bene agli altri. Già prima Erasmo da Rotterdam aveva reso φιλάνθρωπος con benignus nella sua traduzione della Divina Liturgia. In ogni caso la prima definizione di benigno nella Treccani è la seguente: “Disposizione a beneficare, a trattare e a giudicare con affettuosa indulgenza”; è qui sottinteso il complemento oggetto l’uomo, perché non esiste in italiano una accezione di uomo benigno con i cani o con i pesci rossi, ecc., né viceversa. Altre citazioni dal Tommaseo (Dizionario dei Sinonimi e dei Contrari): “Benigno, chi fa o cerca far bene ad altri. Dolce, chi non offende altrui con parole o modi bruschi. Umano, chi sente i mali altrui in sè. E ancora dallo stesso: “Benigno, chi è tale per moto deliberato dell’animo.” “La benignità è nell’animo e anche nelle parole e negli occhi, e negli atti; la clemenza nell’animo, nella ragione e nelle opere. La clemenza s’astien dal punire quando potrebbe; la benignità vuol giovare, e, giovando, piacere. Benignità de’ superiori agli inferiori, … Benigno (rispetto a clemente, ndr), dunque, è più: è cosa più stabile”. “Benigno denota meglio l’amore del bene altrui, amore che viene da intera e stabile volontà. Benevolo può dirsi di chi soltanto desidera l’altrui bene, benigno non direbbesi se non di chi, almeno in parte, lo fa. Ma benevolenza talvolta denota un affetto attuale più prossimo ad amicizia, ad amore, a carità.” “Benignità, disposizione d’animo a giovare altrui. Suppone d’ordinario superiorità di grado, di forza o d’ingegno.” “Bontà è amore e abito del bene; se risiede nella volontà, è benevolenza; se nelle azioni, beneficenza; nel contegno dolce, facile, generoso, benignità. Benignità è bontà benefica nelle azioni, graziosa negli atti. La bontà cede, perdona, la benignità cerca le vie del perdono”. E in ultimo: “Il benigno non dà talvolta, ma piange al pianto altrui; non maligna sulle intenzioni; ama i miseri”. Benigno può non piacere sulle prime, non fosse che per una delle sue accezioni, quella di “mite”, che il linguaggio medico usa per graduare le malattie, ma, così come siamo abituati a declamare insensatezze propalate da versioni traballanti (non dirò mai dilettantistiche, non sono sconcio), a maggior ragione dovremmo indulgere a questo termine che almeno ha senso pieno. Esistono ovviamente molti lemmi composti con “filo-”, che vanno resi, a mio avviso, con perspicacia di volta in volta; non tutti infatti sono termini a sé stanti, lontani dalla loro struttura composta; per esempio, nella Liturgia di san Giacomo il popolo viene detto φιλόχριστος: penso in questo caso si debba tradurre leale popolo di Cristo, perché φίλος è anche qui la parte attiva del lemma, la quale è del popolo; il popolo però non ha autorità maggiore, riconosciuta a Cristo; lo stesso termine “Cristo” non può essere sottinteso, perché non scontato, al contrario di quanto accade con φιλάνθρωπος; il ruolo del “popolo” è poi tale da non poter rendere con il costrutto, per me improprio, di “popolo leale con Cristo”; il contesto in cui la preghiera si è andata sviluppando giustifica la mia versione, fatto di tentazioni e forzature continue all’apostasi in favore dell’Islam e poi in favore delle “missioni” occidentali del passato e del presente. Quanto alla valanga di sillabe che vieppiù travolge i testi liturgici in italiano, smorzandone l’immediatezza, vedansi sopra e sotto le chiose a riguardo, ma soprattutto gli insegnamenti generali sulla nostra lingua da parte del linguaiolo Leo Pestelli, del quale ho citato ben poco nella bibliografia minima.

  17. CARNE, σάρξ/плоть: ho lasciato immodificato il termine ambiguo, e ciò per conservare i molti riferimenti biblici e l’immediatezza. A mio avviso l’unica perfetta traduzione è “natura biologica”: in tal modo spiego il termine nella catechesi, anche se non introdurrei questo costrutto nelle orazioni. Accettando insomma l’ambiguo carne dovremmo impegnarci di più a spiegarlo.

  18. CASA, οἶκος/храм: tralasciando l’evidenza di οἶκος e avendo храм il medesimo significato di “casa”, non dovrebbe stupire se non traduco “tempio”. Come domus, храм evolve in “casa cultuale”, poi “tempio di grandi dimensioni”, in occidente “duomo”, in oriente “basilica” (rumeno “biserică”; per noi credo basti “casa”, per la solenne semplicità del termine, almeno nella nostra lingua, perché invece in latino vuol dire “capanna”. Da duomo siamo precipitati a capanna, perciò “casa” vale per quel che si dice in medio stat virtus.

  19. CHI PRODUCE E COLTIVA ecc., τῶν καρποφοροῦντων καί καλλιεργοῦντων / плодоносящих и добродеющих: in greco entrambi i termini sono agricoli (Solo per καρποφορέω: Avacum. 3: 17; Matteo 13: 23; Marco 4:20 e 28; Luca 8:15; Romani 7:4 e 15; Colossesi 1: 6 e 10 – 7:15); il primo significa “produrre frutti”, il secondo “coltivare la terra”, che è sempre “bella cosa”; solo nel traslato postumo si consente di coltivare sentimenti, arti, ecc., come nel latino colĕre. Si può affermare che prima del “grande commercio” e della “catena del freddo” si pregasse per chi forniva gli addetti al culto di prodotti dei campi e li coltivava a questo scopo. È importante chiarire in quale modo i due verbi agiscano rispetto al “tempio”: certamente al suo interno, a motivo della preposizione ἐν e della declinazione al dativo, che rendono il complemento di stato in luogo; più verosimilmente è “nell’ambito del tempio”, ovvero negli orti circostanti o almeno pertinenti. Non si tratta di “recare” frutti al tempio e di coltivarli per il tempio: i verbi avrebbero retto almeno un complemento di moto a luogo, εἰς il primo e πρός il secondo; questi aggettivi verbali sostantivati non sono dunque di moto e non sono tra loro disgiunti, come al contrario lo quelli che seguono. L’apparente contraddizione di produrre coltivando “dentro” un tempio è facilmente risolta con questi ragionamenti, ma è necessario che anche la traduzione segua la logica; propongo pertanto che ἐν sia reso con intorno a, per correttezza e per immediatezza. Siamo autorizzati ad escludere che i due aggettivi verbali indichino due gruppi differenti di persone, perché l’articolo τῶν è riservato al primo dei due e non è ripetuto al secondo; non solo, ma siamo anche autorizzati a pensare che, data la forte attinenza tecnica, i due in questione siano, nel clima enfatico del testo, semplicemente dei sinonimi con funzione rafforzativa. È infine da escludere radicalmente la traduzione di καλλιεργέω/καλλιεργῶ con “fare belle opere” e simili, che in greco atteniene a καλλιτεχνέω. Sono convinto che prevalga l’attività concreta sul traslato; nulla però, per come è impostata questa mia versione, impedisce l’interpretazione allegorica. Quanto al concetto di produrre, (“pro-duco”), esso in italiano indica classicamente lo spuntare e il maturare di piante e frutti in modo spontaneo (“Il melo produce mele”) o il fruttare o far fruttare mediante il lavoro nei campi (“Il campo produce mais”; “il contadino produce buoni ortaggi”). È verbo affine a “germinare”, dice il Tommaseo. Si noterà che i due termini sono resi da me come verbi assoluti, fenomeno irritante per chi non conosce questo aspetto della nostra grammatica. Chi vuole, o può, legga poi tutta la voce “produrre” del Treccani per i traslati, ma nel nostro testo, produrre posto accanto a coltivare non dovrebbe lasciare dubbi sul significato primario. Tengo al senso realistico, perché esso è vivo nelle nostre comunità e non necessita di allegorie: in varie ricorrenze i fedeli portano cibi vegetali in chiesa, anche coltivati e preparati in proprio; dopo una preghiera anche per chi li ha recati, essi sono benedetti e partecipati ai convenuti; agli indigenti vengono offerte quantità abbondanti, da consumare subito e da portare con sé, preesistendo questa pratica di carità al moderno Banco Alimentare; né devo citare la preghiera per chi offre gli elementi dell’eucarestia; a questo scopo il grano e l’uva sono tuttora coltivati in terreni dedicati; da chi li produce e coltiva essi sono poi manipolati in pane e vino “per la chiesa”, come si dice. Questi usi, quando è possibile che si realizzino, lungi dall’essere solo un aspetto di una cultura antica non intimidita da un occidente “hygienic”, è, secondo me, una forma di purità nel timore di contaminazioni pagane; tale pratica va dall’ebraismo al cristianesimo e ritrova la sua importanza nel nostro mondo, da alcuni definito post-cristiano. Vorrei citare, a proposito dell’antichità dell’uso liturgico dei cibi nel cristianesimo, quanto narra nelle sue “Confessioni” Agostino di Ippona nel VI libro: sant’Ambrogio di Milano proibì a Monica cibi e bevande in memoria dei defunti; ella, ad esse abituata dalla lontana Africa, obbedì al presule; si delineava, in occidente, un cristianesimo privo di fisicità, allora per tema di paganesimo e, nell’immediato futuro, rimediaticcio dei peggiori devozionismi, un compenso deviato di tale deprivazione. Commento infine e amaramente il male dil seguire nel campo delle traduzioni gli stili delle pubblicazioni eterodosse; io per primo mi rammarico di essermene lasciato influenzare in passato. A mia difesa ho soltanto una precoce, anche se lenta, revisione del Compendio. Vedi anche VERBI ASSOLUTI.

  20. CHIESA CATTOLICA, καθολική/соворная: giungono di tanto in tanto echi di contestazioni di questo aggettivo italiano di etimo greco, detto nel Simbolo della Fede e in varie preghiere, a motivo di una confusione ingiustificabile tra “Chiesa Cattolica” in sé e “Chiesa Cattolica Romana”. Questo accade quando una tradizione liturgica è ritenuta superiore ad un’altra. Penso comunque che se un’intera comunità fosse mai costituita in buona fede da tenaci avversatori del termine “cattolico”, per loro suggerirei provvisoriamente, irenicamente e prudentemente, l’aggettivo plenario. Pochi conoscono origine e vero significato di “cattolico” per poterlo spiegare, per cui vanno a parare su universalità e ubiquità che sono un accidente e non l’essenza del termine: altro impegno per la catechesi in italiano.

  21. CONFESSARE e PROFESSARE, ἳνα…ὁμολογήσωμεν / да исповедим: si tratta di sinonimi, che però nell’uso liturgico si differenziano. Sebbene in italiano la definizione sia comune ad entrambi i verbi, nel nostro ambito “confessare” presenta piuttosto il senso di “riconoscere”, sia i propri peccati, sia la grandezza di Dio, mentre “professare” indica piuttosto “esternare”, “dichiarare pubblicamente” ciò che si crede. Il primo verbo dà l’idea di un atto interiore ponderato se non travagliato: pensiamo ai propri peccati riconosciuti davanti al sacerdote o la presa di posizione dei martiri e confessori di ogni epoca; il secondo ha un abito prevalentemente esteriore, come indossare una divisa, mostrare un distintivo. Il greco ὁμολογέω (“parlo in modo eguale”) significa 1) andare d’accordo, convenire, concordare, e da qui 2) ammettere, riconoscere, confessare e, in conseguenza, “celebrare”, “lodare, “glorificare”, e ancora 3) “avere a che fare”, “avere relazione”, fino a “omologare”. Quasi tutti questi verbi in genere reggono un caso indiretto, ma il gruppo 2) regge classicamente il caso diretto. Nella LXX il senso si restringe a “riconoscere” sia il male fatto, con rammarico, sia il bene divino, con lodi, e regge prevalentemente il dativo; in quest’ultima accezione si presenta anche col prefisso ἐκ-ἐξ che palesa il prorompere dell’azione. Dal NT in poi con lo stesso senso torna a reggere l’accusativo. In latino confessare e professare reggono il dativo e nel significato sono quasi sempre distinti, ma essendo la radice fat quello che supporta il concetto sia di esternare che di riconoscere, verbalmente, non sempre il prefisso dirime. Cicerone sentenzia: “Tanto volentieri egli confessa, che pare lo professi”. Tutte le scritture, non solo i Salmi, riportano in latino esclusivamente confiteor. I dizionari di italiano moderno non ci aiutano a distinguere i due termini, ma il Tommaseo ci ricorda che “Dall’idea di professare viene il senso religioso di confessare Dio, riconoscerlo Bene sommo, dimostrargli in fatto e in parola la riverenza e l’amore”. Concordo perciò che il termine “confessare” nella presente versione ceda il passo a “professare”, perché formalmente appropriato, forse troppo, rispetto al modo di professare, qual è appunto “confessare”. Provo a parafrasare la nota dal Dizionario dei Sinonimi del Tommaseo: confessare denota un moto interiore, mentre professare intende azione rispetto a sé. Penso che, nel contesto esaminato, insistere su “confessare” sia indulgere su singoli moti d’animo, quando invece c’è un ordo da seguire se si vuole dimostrare insieme la fede comune. Fin qui la mia ricerca e la mia opinione in fatto di appropriatezza di linguaggio. Vedi anche ACCORDO ecc.

  22. CONFIDENZA CON, παρρησία/держновением, nell’accezione di “parlare con schiettezza”. Va da sé che in italiano “confidenza con q.no” è diverso da “confidenza in q.no”, sapendo che entrambi i costrutti ricorrono nelle nostre preghiere.

  23. CONFERMIAMOCI NELLA CARITÀ GLI UNI GLI ALTRI (“Amiamoci ecc.”), ἀγαπήσωμεν ἀλλήλους / возлюбим друг друга: la comune traduzione “amiamoci gli uni gli altri” mi è parsa ambigua per i motivi che seguono: 1) A causa del concetto generico e ubiquitario del verbo connesso ad “amore”, quando invece si tratta di “carità”, ἀγάπη, che è per i Cristiani il precipuo amore che unisce gli uomini con Dio, e ogni uomo con gli altri a motivo di Dio. 2) A causa dell’aspetto del verbo qui esaminato: qui abbiamo un invito che non è ad amarsi al momento dell’invito stesso, cosa in contrasto con questo verbo che è di aspetto comunemente continuativo e imperfettivo (non comunemente è anche puntuale e perfettivo, come nei seguenti esempi da feuilleton: “Amiamoci, – disse lo spasimante”. “Quel giorno essi si amarono”. Absit iniuria verbis). Il verbo nel contesto esaminato è dunque in aspetto continuativo e imperfettivo (l’azione è in svolgimento e non intende finirla in breve), volto a confermare una già nota e perdurante carità. I riferimenti che mi hanno suggerito la presente versione, anche nel costrutto, sono Ebrei, 10: 24 e I Giovanni 4: 7, ovviamente nel testo greco, nonché il Cabasilas nel suo Commento al cap. XXV. Il mio impegno contro le perifrasi a prevenzione di prolissità e confusione ha qui trovato un ostacolo, ma la versione che propongo mi pare aderente all’aspetto verbale in sé e ai riferimenti scritturali. L’avverbio di modo ἐν ὁμωνοίᾳ è reso in concordia per proprietà di linguaggio. In conclusione: 1) Per me carità è teologicamente meglio di “amore”; i romantici che vengono in chiesa per sospirare udendo “amore”, si rivolgano alle soap opera, ma imparino carità, termine invero scomparso in Italia per la “rivoluzione dei 50 vocaboli”. 2) Non esiste in italiano un verbo di carità in un singolo lemma, in alcun aspetto verbale, tale da evitare una perifrasi. 3) A chi grida forzatura del testo rispondo che la vera forzatura è la tradizionale versione, romantica e non per nulla di fonte biritualista, dell’uso perfettivo di un generico e ambiguo “amare”. Vedi anche ACCORDO, ARMONIA ecc.

  24. CONSENTIRE, καταξιóω/сподобить: come sinonimo di “degnare”; lo assumo anche come sinonimo di κανω/удовлетворяты, che ho reso con approvare. Escludo l’accezione di “rendere degno” o, al passivo, di “essere reso degno”, moralista, pedante, di molti lemmi, tortuoso e non corrispondente, a mio avviso, al reale significato. Se infatti valutiamo ξιος, ci rendiamo conto che il lemma è modificato dal prefisso κατά per modulare un significato diverso, appunto come reso da сподобить, non passando attraverso достоиный). “Consentire” è anche uno dei tanti termini che propongo come anti-valanga di sillabe. Appartenendo alla categoria dei volitivi, questo verbo nella forma implicita richiede “di” davanti all’infinito. Vedi anche APPROVARE.

  25. DA TE: alla preghiera del sacerdote durante la Supplica Intensa; traduce παρὰ σοῦ, “proveniente da te”, “da parte tua”, secondo me con riferimento agli aggettivi “grande e abbondante” e non al sostantivo “misericordia”, almeno se ci è permesso di serbare il testo greco. Ai fini di immediatezza e di proprietà di linguaggio, tradurre παρὰ σοῦ con “la tua” è dunque inesatto se riferito direttamente a “misericordia”. In questa preghiera, inoltre, per ben tre volte si trova il sostantivo “misericordia”; la prima delle tre ripetizioni è causata in italiano dall’assenza di un lemma unico per “usare misericordia” (scartato il desueto “misericordiare”). Per armonizzare questa inevitabile ripetizione e volendo dare un senso specifico almeno alla terza “misericordia”, ho trasformato l’articolo determinativo che la accompagna in aggettivo dimostrativo; l’operazione non è affatto insolita nelle versioni dal greco, avendone l’articolo un antico e mai spento significato dimostrativo: …esso attende questa misericordia, da te grande e abbondante. Se ci si attiene solo allo slavonico, immaginandolo fonte primaria e ignorando quella greca, visto che colà manca l’articolo, occorrerà una dose di misericordia in più.

  26. DECORO, σεμνότης/чистота: qui si tratta, credo, di un modo di condurre insieme una vita calma e tranquilla, con ogni pietà (piětas) e dignità convienente alla comunità di cristiani, cioè decoro. Si tratta dunque di pubblici valori cristiani come purità, onestà, probità, serietà, ecc. Decoro è tutto questo, ed è riduttivo eleggere alla traduzione uno solo degli aspetti elencati passando sotto silenzio gli altri. Mi duple che per l’ennesima volta siamo di fronte ad una non diversificata traduzione in slavonico con la radice чист- fotocopiata a “purezza” (nemmeno “purità”) in italiano. Rinuncio per ora a cercare spiegazioni linguistiche, teologiche e forse psicologiche del fenomeno e torno a biasimare chi ha tradotto dalla traduzione della traduzione con “purezza”.

  27. DEDIZIONE, DEDICAZIONE λατρία/служба: il termine greco indica un servizio dovuto, un possesso per chi riceve il servizio. In origine era proprio “servaggio, schiavitù” per poi ottenere una accezione più nobile di “servigio”. Nel linguaggio religioso successivo, ben altro che “adorare”, di modalità perfettiva, è un imperfettivo assegnare o assegnarsi in modo assiduo. Il testo è paolino (Rom. 12:1). Se ci rivolgiamo al Dizionario Treccani troviamo che dedicare è sinonimo di “consacrare” figurativo, e il riflessivo è “Consacrarsi, darsi interamente a qualche cosa… anche, occuparsi attivamente di qualche cosa”. Dedizione ha una desueta prima accezione di resa al nemico, sempre nel senso di cedersi senza riserve; oggi prevale il senso figurativo, che significa “Il dedicarsi interamente e con spirito di sacrificio a una persona, a un’attività, a un ideale”. Dedito è colui il quale “attende con assiduità a qualche cosa”. Dalla trattazione escludo “dedica”, che ha assunto significato diverso ed anche abusato. La dedicazione è l’atto, la cerimonia o anche la festa commemorativa (se si tratta di chiese) del dedicare”; io credo che il senso possa estendersi anche a “oggetto dedicato”, ma solo come senso, perché l’uso ne fa un’azione e non un oggetto. A conferma cito il Dizionario dei Sinonimi del Tommaseo: “Dedicasi dicendo di offrire un oggetto, un’azione, o alla divinità o a persona sacra, o almeno a persona che intendesi onorare… Il dedicare è un dire che la tal cosa è del tale, dandogliene, in segno d’onore o d’affetto, una specie di proprietà… L’uomo dedica le sue cure, i pensieri, gli atti, la vita a tale o tal fine; le dedica a Dio, alla patria, alla scienza. Si dedica egli, dedica sé stesso… Dedicazione è l’atto del solennemente offrire al nome di Dio, o di una divinità, o ad un santo (secondo le religioni), statua, teatro, ginnasio, ponte, arnese, tempio, chiesa”. Ho pensato dunque di rendere alla prima preghiera per i fedeli, da un formale “Ti offriamo ancora questa dedicazione” a: “Ti dedichiamo ancora questa offerta”, come ho anche reso all’Anafora con eleviamo l’offerta. Nel mio modo di vedere, tradurre con “servizio” per stare dietro a служба è errato, perché è una “latrìa” teologica e non atto servile di schiavi, e poi perché riduce le italiche sinonimie e il senso stretto dei termini. Credo di non dover caldeggiare neanche “culto”, espressione tecnica, gelida e non esente da estensioni laiche, pescaggio abusivo e irriverente dal sacro, tipico ormai solo del linguaggio da media. Vedi ELEVAZIONE e anche OFFERTA.

  28. DEÌPARA, θεοτóκος/богородица: Confermo per fini di correttezza dogmatica questa versione, di fronte al personale fallimento nel cercare varie soluzioni e di fronte all’obbiettiva insufficienza di “Madre di Dio” con o senza trattini, di “Genitrice di Dio”, di prolisse proposizioni relative, e infine dell’importazione acritica di Theotòkos nell’italiano. A proposito di Θεοτóκος, e nel rispetto di tutte le sperimentazioni possibili, dico la mia: come si fa ad imporre una dentale aspirata a un italiano mentre parla italiano, e dove mai essa è contemplata nella nostra pronuncia, se non nella sola toscana che fa aspirare in ogni caso la dentale dura? Theotòkos è invece approvato in inglese, perché congiunge la concisione (che si dovrebbe cercare anche da noi), la pronuncia naturale e l’ecletticità linguistica degli Anglosassoni con la perfezione del termine. Da noi risulta invece un termine da lingua creola. Usava a Venezia il termine teotòca per icone e chiese dedicate a Maria, con evidente riferimento al greco, ma come tale, bella forma di italianizzazione, non pare oggi proponibile per pedante ossequio al semplicismo, magari fosse semplicità. La buona tradizione latina, a voler accettare almeno quella, ci soccorre con deipăra, lemma caratterizzato dalla prima “a” breve, a stabilire inconfutabilmente l’accento sulla “i”. Vale la pena di ricorrere a un buon dizionario per ricordare a chi ritiene straniero deìpara (sol perché di origine latina!), che esso è termine italiano: “Deìpara, agg. e s. f. … Nel linguaggio ecclesiatico di tono elevato, appellativo di Maria madre di Gesù”. (Treccani). Si noti il theologically correct “madre di Gesù”, che sa invece di ariano, nemmeno di nestoriano: dalla cultura laica di più non si può pretendere (vedi anche “pontefice”); il Palazzi, votato al martirio, definisce: “La madre di Dio”. Θεοτóκος nasce come vero e proprio slogan, assunto da un preesistente aggettivo pagano che aveva ruolo solo descrittivo. Il termine proprio è monastico del III secolo; dal IV in poi fu la formula per combattere ariani e poi nestoriani, che con presupposti diversi contestavano esistenza l’uno e parto l’altro, di Dio Verbo. Nel linguaggio ortodosso resta tuttora affettato parlare colloquialmente della Madre di Dio come Deìpara, proprio per questa sua costituzione da slogan e per la dotta precisione teologica, per cui il termine è sostituito, a seconda delle culture, con Madre di Dio, Tuttasanta, Madonna, nostra Signora, Sovrana e in Sicilia con il controverso, eppure meraviglioso, Mamma Santissima. Sostituire nella liturgia questo termine con altri più imprecisi, mi sono convinto, è altamente lesivo della nostra fede: lasciamo questo peso agli eretici e ai teologici da due soldi. Quanti dizionari ad usum delphini hanno omesso un lemma così prezioso per la teologia ortodossa nella nostra lingua? e quanto si rischia in eresie, già dilaganti in Italia sull’argomento e appaiate con l’indifferenza, depistando un concetto tanto fondamentale per l’Ortodossia? Ho finora inteso districare vigorosamente il testo liturgico ritenendolo forma di tradizione, ma non dogma di traduzione; con la stesso vigore e dopo molto sperimentare difendo la formula dogmatica di Deìpara. Come se non bastasse, dalle due radici latine ci viene un’altra possibilità; nel cercare un aggettivo di Deìpara da offrire all’uso, ho trovato in una biblioteca virtuale un libro che non intendo affatto leggere, ma che mi conforta nell’uso al maschile dell’aggettivo riservato a deipăra: De immaculato Deiparo Conceptu ejusque Dogmatice definitione in ordine praesertim ad scholam Thomisticam et institum F. F. praedicatorum, di Francesco Gaude, pubblicato a Roma da Bertelli nel 1854. Ho così trovato l’uso aggettivale di Deìpara, più consono di “teotochìo”, come comunemente si scrive e si dice da noi: deìparo è dunque termine affiancabile a tutti gli altri aggettivi tecnici dell’innologia, quali Tropario, Contacio, Doxastico/Dogmatico; a differenza di questi ultimi, che sono di etimo greco e sono mantenuti in tutte le lingue con soli adattamenti fonetici e grafici, l’inno alla Deìpara ha infatti un termine diverso in ciascuna lingua, derivando non dal greco ma dalla versione in lingua di Theotòkos. Per lo stretto uso tecnico la ritengo più completa del concorrente “mariano” o “mariale” e del ristretto “teotochio”. Va da sé che per accettare deìparo bisognerebbe aver prima accettato Deìpara.

  29. DEVOTO, ὅσιος/преподобный: si trovano svariate versioni del termine greco; a causa della difficoltà essenziale di 1) sovrapporre il termine slavonico a quello greco e 2) della conseguente confusione creata ai danni della nostra lingua, il minimo è l’indulgenza per le svariate traduzioni. Ritengo però necessario un chiarimento per spiegare la mia scelta. Ὅσιος significa, molto sinteticamente, se di cosa, “sancito, ordinato, permesso dalle leggi divine” e, se di persona, “pio, religioso, timorato di Dio, giusto, onesto”. Immancabile l’incubo dell’accezione “puro”. È opposto sia a δίκαιος, “conforme alle leggi umane”, e a ἱερὸς,“sacro, consacrato” (Rocci). Entrambe le accezioni di ὅσιος possono in realtà essere ridotte all’unica “posto sotto le leggi divine”. Il termine nel cristianesimo è sì del greco classico, ma traduce la mentalità biblica risalente alla traduzione dei LXX, essendo il parallelo dell’ebraico “hassìd”. Преподобный è, non potendo essere brevi,chi ha la speciale somiglianza dei santi graditi a Dio nel N. T., conseguita attraverso il freno delle proprie inclinazioni al peccato e attraverso il miglioramento spirituale della propria immagine e somiglianza divina; il преподобный si santifica con la più severa professione della pratica dei precetti di Cristo” (Грнгорнй Дъяченко: “Церковно-славянский Словар”). Da qui la traduzione, insita nel lemma stesso slavonico, di “somigliantissimo” che, pur nel suo serrato ermetismo e nell’allungata dizione, se spiegato descrive il senso del carattere intrinseco del cristiano. Altra versione interessante è “venerabile”, che pare meno intrinseca, quasi a vedere dal di fuori ciò che è dentro, è non pregnante e spreca un termine utile per altri scopi. Io preferisco, sempre in linea con i miei propositi di immediatezza e brevità, devoto, un participio passato latino da devověre, “promettere con voto, consacrare”; in italiano, nella specifica accezione religiosa, è “dedito all’amore e al culto della divinità, alla contemplazione delle cose celesti, all’osservanza delle pratiche religiose” (Treccani). Chi viene da fuori e presume che il termine significhi “bigotto” è dunque in errore; chi è di casa ammetterà che il termine si sovrappone allo hassìd ebraico, all’ὅσιος dei LXX e del Cristianesimo greco, nonché al преподобный slavonico, sebbene le etimologie di ciascun lemma siano diverse; e apprezza anche quanto devoto sia breve e incisivo.

  30. DISCOLPA ἀπολογία/ответ: il termine greco significa “controdeduzione” “difesa verbale”, “discolpa”; è termine prettamente giuridico. Potrebbero esistere in qualche brillante mente due diverse liturgie, quella greca e quella slava: mi preme perciò annotare che se lo slavonico dice “risposta”, è per indicare, forse in carenza di sinonimi più pregnanti, la reazione naturale di fronte a chi in tribunale interrogando accusa, per cui si deve tradurre comunque con discolpa. Tanto vale anche per la versione rumena, che qui dipende dal testo slavonico, non so se secondo il noto metodo “fotocopia”, o per scelta propria.

  31. DONATORE DI VITA, ζωῆς χορηγὸς / жиэни подателю: ho sempre cercato di meglio rispetto all’oculato “dispensatore” del Compendio: “Dispensare è distribuire con certa misura”, limita infatti il Tommaseo. Il corego nel suo incarico munifico durante la sua “liturgia” delle feste religiose statali era tutt’altro che misurato, direi che fosse prodigo. La traduzione forse più corretta è “sostenitore”, termine improprio nel presente contesto e arduo da articolare. Scarto senza passare in rassegna molti termini anch’essi impropri e punto sull’esile ma diretto donatore, già in uso in molte altre traduzioni. Il suffisso in -tore, che poco apprezzo, in questo caso giunge accettabile: definisce lo spirito del “corego”, non comunque il reale significato, e avvicina nell’immaginario linguistico più il buon “donatore di sangue, di mezzi, di fondi, ecc.” che non chi fa mestieri o atti ripetitivi, come “datore, accoglitore, timbratore”, ecc.

  32. DOPO L’ANAMNESI πάλιν/паки alla lettera ancora, nella preghiera dopo l’anamnesi: è riferito a παρουσία/пришествие e non al verbo μεμνημένων/поминающе; non sfugge il pleonasmo verso δευθέρα/второе, se “ancora” è avverbio reiterativo. In effetti una seconda “ri”-παρουσία/пришествии è troppo per la nostra logica; tuttavia in origine questa frase è coerente, perché secondo me πάλιν non è reiterativo e ridondante rispetto al numerale. Nelle traduzioni da me esaminate, il πάλιν/паки 1) è ignorato, apparentemente assorbito dall’aggettivo “secondo”, nella coscienza che si tratta di pleonasmo; 2) è trasformato in un aggettivo come ad esempio “nuovo”, non risolvendo il pleonasmo anzi, introducendo ambiguità verso secondo (vedasi più in basso); 3) convive con “secondo” mediante un prefisso reiterativo, addossato a “parusia”, che è resa con “ri-torno”, con pleonasmo attenuato e senza ambiguità; in tutti questi casi πάλιν/пакн è inteso come reiterativo; 4) esprime in nuce, come nel Compendio, il disagio linguistico proponendo la versione: “seconda … Parusìa del Ritorno”, in cui è il πάλιν/пакн ad essere reso con la formula avverbiale “del Ritorno”. Credo che sia accettabile rendere πάλιν/паки con la locuzione avverbiale a suo tempo, cioè in un tempo che verrà opportuno, che noi non possiamo stabilire e che indica l’attesa del non compiuto e non una ripetizione. “Di nuovo” o “nuovo”, sempre nell’ottica chiusa della reiterazione, non solo cozzano con secondo, ma forzano il significato; l’implacabile Dizionario dei Sinonimi del Tommaseo infatti riporta: “Di nuovo può essere nonché un’altra, ma la decima volta”. Non intendo poi infierire su cacofonie come “nuova-venuta. A suo tempo non forza la lettera e integra secondo. Dopo questa (come molte altre) estenuante trattazione, invito a volgere deferente pensiero al lapidario “nell’attesa della sua venuta” dei riti occidentali.

  33. DOVE SONO FUGATI, ἔνθα ἀπέδρα / отнюдуже отбеже, nella preghiera per i defunti, la quale riporta il testo di Is. 51: 11; al termine del versetto troviamo: “E la letizia coinvolgerà tutti, sono fuggiti (ἀπέδρα) dolore, tristezza e gemito”. Il riferimento, come vedremo assai pertinente, è al risveglio di Gerusalemme. Quanto a tradizione, il tratto della preghiera per i defunti è già citato quasi alla lettera dal Dionigi Areopagita del De Ecclesiastica Ierarchia (Cap. VII: III.4) come preghiera per i funerali (amministrati dal vescovo); c’è una sola differenza: l’avverbio di luogo è ἐν τόπω οὖ, che significa nel luogo in cui, esattamente ciò che significa anche ἔνθα, dove, che è della preghiera liturgica nel testo che oggi conosciamo e fa riferimento, così come ἐν τόπω οὖ, al luogo dei beati. La citazione del Dionigi dimostra che la formula in greco è inalterata almeno dal VI secolo, data di attribuzione degli scritti. C’è una sorpresa per chi è abituato alla versione slavonica: entrambi, avverbio e forma avverbiale, indicano senza equivoci uno stato in luogo, non un moto da luogo. Di conseguenza quello indicato è il luogo non “da dove dolore, tristezza ecc. sono fuggiti”, bensì “nel luogo dove risultano come fuggiti”, (in greco il verbo è aoristo, sia in Dionigi che nell’attuale preghiera in greco), cioè dove la visione del profeta si realizza. Tanto varrebbe tradurre che lì dolore, tristezza ecc. “non ci sono”, se non fosse per il rispetto del testo biblico. La figura di tali sofferenze in ansiosa fuga da un luogo di beatitudine non è per sé convincente, perché ipotizza che, prima di fuggire, tali sofferenze stessero di casa in quel posto, in contrasto con la beatitudine che vi è stata assegnata; in realtà erano nel secolo, mentre “nel” luogo beato risultano messe in fuga; nella visione di Isaia c’erano nella Gerusalemme delle decadute cose umane e non ci sono nella Gerusalemme del compimento delle profezie. Mi pare dunque corretto confermare l’avverbio di stato in luogo dove e dedicarmi piuttosto a sviluppare il verbo; propongo perciò il verbo attivo fugare all’indicativo presente passivo: sono fugati, “ridotti ad uno stato di fuga”, in aspetto perfettivo. Fugare è causativo di “fuggire”: ritengo ancora una volta l’aspetto verbale una chiave importante; essa rende immediata un’immagine che nell’imperfettivo “fuggire” stride con l’avverbio di stato in luogo e con la visione profetica realizzata e definitiva. Annoto che Giovanni Eriugena così traduce il testo di Dionigi: “…loco quo expellitur dolor et tristitia et angustia…”, con un “quo” complemento ambiguo tra stato in luogo e moto da luogo, ma con un verbo passivo addirittura più caratterizzato di fugare.

  34. E TI INNEGGIAMO, μεμνημένοι τοίνουν / поминающе убо: è stato evidenziato che nel receptus slavonico, a partire da “Abbiamo dunque ricordato” fino a “immolazione di lode” siamo di fronte ad un’unica preghiera, testimoniata dalla struttura dei primi due verbi subordinati al terzo; alla lettera: “Avendo ricordato… offrendoti queste cose… ti inneggiamo…”. Il testo slavonico riporta la recensione documentata dal Swainson all’XI secolo, con la finale in solo “ti inneggiamo, ti benediciamo.”; anche in tale testo la proposizione principale spetta comunque all’assemblea. Il testo greco attuale coincide con la recensione al XVI secolo dello stesso Swainson; in esso la prima proposizione è subordinata alla seconda, divenuta la principale, mentre la terza, quella spettante all’assemblea, si è trovata indipendente dal contesto, scollegata dalla premessa. Nella presente versione, derivata dal receptus slavonico, coordino soltanto tutte e tre le proposizioni, ritenendo di migliorarne la comprensione. Pur nel rispetto della variante del XVI secolo, perché è importante affermare che il testo dell’XI secolo è un’unica preghiera? Proprio perché, avvertono alcuni studiosi, solo la prima e la seconda parte spettano al celebrante, anche se nel tempo distinta da due intonazioni diverse, mentre la terza parte, quella della proposizione principale, spetta all’assemblea; ciò è stato visto come una sorta di secondo “áxion”. Questa affermazione coinvolge anche il coro professionale: in più di un momento liturgico esso ha assunto nel tempo l’uso di sopraffare assemblea e celebrante: prima vittima in questi frangenti è caduta l’Anafora. C’era un detto in occidente: “In chiesa l’organo ha ucciso il coro”. La comparsa dell’organo in realtà fu nemesi per il coro stesso, perché esso già prima e in ogni rito aveva a sua volta “ucciso” l’assemblea, cessando di guidarne la partecipazione e sostituendosi ad esso. Senza infierire e tornando al tema, la congiunzione “e” all’inizio di proposizione in …e ti inneggiamo, ecc. della presente versione vuole restituire il dovuto all’assemblea e ammonire il coro a sostenere, anziché zittire, celebrante ed assemblea, la quale andrebbe invece educata dal coro a partecipare pienamente.

  35. ELEVAZIONE, ναφορ/возношение: il greco da ναφρω; ἀνά significa “in alto” e φέρω “portare”. “Anafora” è termine tecnico veterotestamentario dei LXX per vittima offerta o da offrire, elevata sull’altare in forma solenne a motivo della sua importanza. “Oblazione”, voluta da certuni, oggi indica “multa o altra spesa pagata subito e senza contestazione…, ovvero con spontanea solerzia… Viene dal latino classico con il senso di tributo volontario” (Treccani). Nella forma di aggettivo sostantivato, oblata (da offӗro) era in uso nei riti occidentali latini; indicava i doni da consacrare, non senza altri doni in denaro o in natura accanto al pane e al vino, cosa che corrisponde al greco προσφορά/offerta, e non ad ἀναφορά/vittima elevata -o da elevare- sull’altare. La messa romana ignorava dunque la differenza tra ἀναφορά e προσφορά, soprattutto per l’assenza di quel rito che maturò come πρόθεσις. Adoperando insieme due termini di offӗro, si diceva “offrire un’offerta” senza batter ciglio. “Inlatio” (e non “illatio”, che comporta molte altre accezioni tra cui “inlatio”), forse vera versione latina di ἀναφορά, era termine della messa visigota. Non intendo prendere in esame espressioni come “nafòra” e “prosfòra”, in quanto forme popolari locali. Elevazione, come si dirà più sotto, è più un’azione che una cosa. Ho reso perciò sempre con offerta,vittima ecc. elevata o da elevare, tollerando il passaggio da un solo lemma ad un sintagma, anche se nell’uso tecnico liturgico mantengo i termini di origine greca con italiana accentazione sdrucciola. Vedasi in OFFERTA una soluzione breve e diretta per l’esortazione che precede la preghiera dell’Anafora.

  36. FIACCARE, καταργέω/упразднять: il termine proposto ha due accezioni principali, entrambe a mio avviso pregnanti: 1. privare delle forze, delle energie; 2. spezzare o piegare forzando e indebolendo, senza smembrare. Ἀργός è in origine un inversivo, ἀ-εργός, cioè “in-operoso” e “in-operante, con tutte le derivate accezioni possibili, fino a “sfaccendato, “inutile” e “vano”. Trovo che fiaccare sia sovrapponibile al greco, ed entrambe le sue accezioni siano conformi all’insegnamento ortodosso sul diavolo dopo la resurrezione di Cristo. Il lemma appartiene alla buona lingua e alla letteratura, da Dante compreso in poi, ed è scorretto pensarlo forma dialettale o popolare. L’azione è qui direttamente riferita alla persona del diavolo, come vogliono sia il greco che lo slavonico, e non a qualcosa che a lui appartiene o che egli opera. Si sarebbe potuto tradurre con “annullare”, “annientare”, “annichilire, o “vanificare”, ma con ridotta proprietà di linguaggio, essendo i primi tre sinonimi intesi sulle persone come “eliminare”, ovvero uccidere, mentre il terzo, neologismo accreditato da solo un quarantennio, non fa diretto riferimento a persone ma a loro conseguimenti o attività, costringendoci a perigliose perifrasi; la perifrasi infatti espone, oltre alla polilalia, a interpretazioni indebite, escludendone poi altre possibili. Mi pare di aver letto tempo fa un solenne proclama di traduttori di alta classe sui rischi di interpretazioni unilaterali ed esclusive, ma il predicare bene e razzolare male ha reso vano il comizio.

  37. FORZA, κράτος/держава: in greco il verbo di κράτος, κρατέω, presenta il percorso semantico da “esercito la forza, la potenza” a 1. domino, governo, regno, 2. sono superiore, 3. vinco, 4. in forma impersonale: è meglio, vale più. Κράτος è inizialmente più statico del “dinamico” δύναμις. Possiamo esaminare i termini che nei nostri testi sono stati invocati per rendere κράτος. “Potestà”, sempre più accezione giuridica, è la capacità di esercitare un dominio; “potenza” copre nei testi liturgici troppe accezioni, mentre “potere”, da “capacità di agire”, oggi è passato a “capacità o diritto di influire su opinioni, azioni, pensieri, ecc. altrui” ed è perciò coinvolto nella critica sociale; “sovranità” è termine prettamente giuridico, ed anzi circoscritto alle prerogative dello Stato; vigendone una forma “assoluta” e una “limitata”, il linguaggio moderno obbliga ad una qualifica del termine stesso; se si aggiungono la complessità di pronuncia, correlata all’accentazione, e la mancanza in sé di immediatezza, anche questo termine finisce tra gli improponibili. La vera difficoltà di tradurre κράτος sta anche nella dichiarata sua appartenenza a Dio: affermare che τό κράτος è suo, suggerisce che non esista nessun minimo e transeunte κράτος in tutto il creato, che non sia suo; il quesito è da affrontare in questa sede solo ai fini della versione, essendo nitida la risposta teologica in sé. La scelta deve dunque incentrarsi non sui termini complessi già descritti, ma su di uno che concettualmente sopravanzi, ma non abolisca, la capacità e la libertà della creatura. Forza, pur nella sua disarmante semplicità e nella discrepanza tra il significato filosofico e quello corrente, è il primo termine immediato; lo è anche quando assunto nella sua accezione filosofica di “Azione causale, non in quanto esplicativa o giustificativa, ma in quanto produce immancabilmente il suo effetto” (N. Abbagnano). Fuor di contesto cristiano, l’espressione cinematografica “La forza sia con te” è vuota e scipita, ma il titolo operistico verdiano “La forza del destino” è pregnante e potente. Il κράτος potrà così essere prerogativa dell’Onnipotente in quanto “causa dall’immancabile effetto” sia nell’esclamazione dell’Antifona, sia in quanto “causa di custodia amorevole”, come nell’esclamazione prima dell’ingresso maggiore; mi chiedo se potranno mai fare altrettanto la “potestà”, o la “sovranità”, o il “potere”.

  38. FORZA, DAI! δύναμις: alla lettera “potenza”, esortazione del diacono, addirittura a carico del sacerdote mancando quegli, nel trisagio secondo i testi greci; nel testo slavonico l’esortazione manca, ma è bene che essa sia presa in considerazione, affinché non si creino disguidi nelle concelebrazioni di diversa tradizione, ma anche per il piacere spirituale di comprendere i significati. Diversamente dal all’inno cherubico, affidato a voci bianche, pare che il trisagio fosse cantato da un coro di bassi dell’esercito: ad esso il diacono si rivolge per incrementarne il vigore. Si potrebbe pensare che tale inno, passato da un ritornello salmico ad una invocazione a sé stante, avendo perso il primigeno impeto popolare della liturgia stazionale, si conquisti a forza un posto nella liturgia statica. Vedi anche TRISAGIO.

  39. FOSTE BATTEZZATI… SIETE STATI VESTITI: l’espressione paolina cantata al posto del trisagio è qui presentata con due verbi in tempi diversi. Il passato “remoto” è tale non solo per il gran tempo trascorso, ma anche perché di qualunque passato indica avvenimento unico o del tutto concluso; di solito i due concetti coincidono ma, ovviamente, non sempre. Il passato prossimo nel linguaggio corrente, essendo modulato sui dialetti settentrionali, spesso ingloba acriticamente anche il remoto: nella buona lingua indica un passato recente oppure un passato anche lontano i cui effetti si percepiscono ancora o perdurano. Ecco un esempio: “Ieri mi ferii al dito”: disagi o danni oggi sono scomparsi; “Tre anni fa mi sono ferito al dito”: il danno persiste. Ovviamente nel testo paolino così tradotto la regola della concordanza dei verbi non c’entra. Invito a trasporre la bella tradizione della lingua allo stile liturgico e a insegnarla come ricchezza. In questo caso poi, avere da cantare due emistichi finalmente di numero uguale, è in sé un sollievo.

  40. FRATELLI SACERDOTI, nella litania “intensa” o “ardente”: nelle mie ricerche ho letto e sentito critiche a volte dure sull’esistenza, contenuti e formulazione della litania stessa. Tali critiche, lungi dalla chiamata alle armi, dicono che c’è chi fa seriamente attenzione al linguaggio liturgico. Sono interessato a questa ottica, che è compagna della mia aspirazione a rendere scorrevole e immediata la presente litania, pesante secondo molti occidentali. Massima comprensione per il testo greco e rumeno che elenca con burocratica distinzione 1) sacerdoti, 2) sacerdoti-monaci, 3) monaci non sacerdoti, 4) monache e 5) popolo, ma in una scala di richiamo pseudodionisiano, invero poco cattivante. Anche la traduzione italiana della contenuta formula slavonica non è amata da alcuna delle mentalità ortodosse d’Oriente, in quanto priva del fascino numinoso e acritico che solo la propria lingua liturgica può dare; nemmeno la mentalità nostrana, che vuole soprattutto comprendere e partecipare, ama questo elenco minuzioso di categorie, sproporzionato tra la solenne introduzione e le buroratiche petizioni che seguono. Ho cercato, per ottenere chiarezza e sobrietà, di seguire rigorosamente il testo slavonico. In sintesi, seri quesiti si affollano sull’intera litania, ciò malgrado in questa sede siamo impegnati soltanto a tradurre nel modo più intellegibile e asciutto possibile. Vedi anche PREGHIAMO IL SIGNORE E CHIEDIAMO AL SIGNORE al paragrafo B.

  41. FU CONCLUSO IL SUO PROCESSO, ἡ κρίσις ἀυτοῦ ἤρθη: della formula durante la presentazione dell’Agnello mi riferisco al solo testo dei LXX di Is. 53:8. ἤρθη è l’indicativo aoristo I passivo sia di αἴρω che di ἀραρίσκω. Tradurre “togliere” per il primo verbo e “adattare” per l’altro ha poco senso in italiano. Né il Masoretico permette il confronto diretto con i LXX; lo slavonico rende взятся e si mette subito a posto. La mia ricerca è retta dall’idea che “togliere” una κρίσις sia un idiotismo, e come tale non può essere tradotto alla lettera. Apparentemente “togliere un processo” suggerisce concluderlo, forse come “togliere/levare le tende” significa per noi “sgombrare il luogo”, “andarsene”. Per contro, “alzare” una κρίσις potrebbe anche significare aprirla, ma ciò in contrasto con una condanna all’inizio di processo. Ho scelto, penso nel modo più generico ma comprensibile, fu concluso per la forma passiva di αἴρω, il cui soggetto è κρίσις, cioè giudizio, sineddoche di processo. In alternativa κρίσις vale per “sentenza”, e potremmo tradurre “fu emessa la sua sentenza”; ma di “togliere” non se ne parla proprio.

  42. GERARCA, ἱεράρχης/священноначальник: mancando l’affettato “ierarca” in tutti i nostri dizionari, non concordo che il lemma passi direttamente dal greco all’italiano, dovendosi preferire la dizione consolidata di gerarca. Consoliamoci, perché gerarca vuol dire esattamente ἱεράρχης, pur con l’aggiunta di una accezione politica d’altri tempi di medesimo significato: cosa comune nelle lingue moderne è infatti l’imporre significati laici anche a termini esclusivamente religiosi, mentre l’opposto è ostacolato (un altro roboante esempio è la “sacrestia dell’oro” della Banca d’Italia). Possiamo dunque reimpossessarci del senso originale di gerarca, che per venustà e pratica è italianissimo.

  43. GIUSTIZIA, δικαιοσύνη/праведност: al salmo 50 in “sacrificio di giustizia”. Termini religiosi come “legge”, “giustizia” ed altri simili sono letti male se riportati ai nostri attuali concetti di legalità o di moralità. Ritengo impossibile in ambito linguistico creare termini diversi da quelli tradizionalmente assunti, anche se rinunciando ad abbandonarli sappiamo di renderli ambigui. La recente novità di limitare al massimo le maiuscole non aiuta a differenziare. Penso sia corretto almeno chiarire il senso che la nostra tradizione di continuità biblica dà a questi termini. Sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento essi hanno il valore di concreto rapporto tra gli uomini e tra Dio e l’uomo all’interno del suo Testamento. In questo ambito nell’A. T. i “sacrifici di giustizia” sono la volontà liturgicamente espressa di ripristinare il mancato rispetto tra i membri della comunità, causato da intenzioni e comportamenti di abbandono della giustizia di Dio e della sua Legge. Questa è intesa meno come raccolta di obblighi da espiare se violati, e invece un affidamento, una consegna (νόμος: all’origine della lingua greca “consuetudine”, “regolarità ripetitiva di pubblici buoni comportamenti o corrette azioni”). Nulla dunque che abbia a che fare con avvocati, tribunali, codici e affini; molto invece con carità, attenzione e perdono reciproco, nonché misericordia e benevolenza da parte di Dio. Si veda anche lo studio di Luciana Mortari su “iniquità” ne “Il Salterio della Tradizione”.

  44. GLI OFFERENTI E CHI SI GIOVA DEL LORO APPORTO, τῶν προσενγκάντων …/прннешнихь…, alla preghiera finale della Presentazione dei Doni. Alla lettera: “Coloro che hanno presentato l’offerta e coloro per i quali essi l’hanno recata”. Questa espressione, che nel greco e nello slavonico è nobilmente lapidaria, in italiano diventa un rompicapo da cefalea, sempre se uno si chiede che cosa voglia mai dire. Insensibile alle sottolineature in blu e in rosso da compiti in classe, rendo dunque con questa formula di 16 sillabe contro le 28 della traduzione alla lettera: evitiamo al celebrante un notevole danno biologico con il farmaco dell’immediatezza.

  45. GRADIMENTO, GRADIRE, εὐδοκία, εὐδοκέω / благоволение, благоволитъ, nel salmo 50 LXX: gradire è “ricevere, accogliere, accettare di buon animo, con soddisfazione, con piacere” (Treccani); se ci soffermiamo sul complemento di modo della definizione, possiamo ricomporre nella nostra lingua l’originale greco εὖ “bene” e δέκομαι (variante di δέχομαι) “accogliere”. La composizione dello stesso verbo con un altro avverbio combacia in greco e in italiano nel sinonimo κατά-δέχομαι / из-волитъ: accipio da ad-capio, accettare dall’alto”. I due sinonimi corrono paralleli nell’innologia. Nell’inno dopo la seconda antifona μονογενής/единородный troviamo un esempio di tale sinonimia, Hai accettato di incarnarti, confrontabile col tropario della festa dell’Ortodossia Hai gradito (= “accettato di buon grado”) di salire la croce, con evidente assonanza di concetti e di radice verbale e di visuale teologica. Gradire conserva tutte le altre accezioni del greco, compresi “compiacersi” e “volere”; in particolare oggi noi esprimiamo l’accezione “volere” di gradire con il condizionale solo per cortesia, in tono non solo di desiderio, ma anche di risentimento o di imperio, per esempio “gradirei silenzio”. Il “gradisca”, detto nell’offrire, si è all’istante dileguato in Italia durante le proiezioni del felliniano Amarcord. Sia nell’A. T. dei LXX che nel N. T. il significato di εὐδοκέω rimane quello già descritto. Nell’Antico è piuttosto associato a Dio quanto al suo “stato d’animo” indotto dai sacrifici, come nel salmo 50, o dal comportamento del suo popolo eletto; del N. T. non possiamo non citare Mt 3:17 – Mc 1:13 – Lc 3: 22, dove del Figlio si può rendere con “Il quale mi è gradito” e “Che mi sei gradito”. Gradire regge la proposizione oggettiva in forma implicita con la preposizione introduttiva “di”, ma senza nel condizionale (“Gradirei parlarti”) o al negativo (“Non gradisco vederlo in casa mia”) (Treccani). Tale forma negativa, ferma se non imperiosa, significa di fatto “non voglio”; se però traduciamo εὐδοκέω con “volere”, disconosciamo tutte le altre accezioni di gradire, riduciamo indebitamente i sinonimi e creiamo confusione quando gradire e volere si incrociano, come negli ultimi versetti del citato salmo 50.

  46. IDEALE, νοερός/мысленный, nella litania dopo la consacrazione: è un aggettivo con tre significati fondamentali, così impostati dal Treccani: 1) designa ciò che è formale o perfetto, nel senso che appartiene all’idea come forma, specie o perfezione; 2) designa rappresentazione generale, nel qual caso significa ciò che non è reale perché appartiene alla rappresentazione o al pensiero; 3) designa ciò che è perfetto ma irreale. In greco significa, nell’ambito dell’accezione 1), “relativo all’intelletto, intelligibile”, in senso dinamico, a indicare l’attività della mente di abbracciare con l’intelligenza quanto è da conoscere. Nel linguaggio comune, parafrasando il Treccani nell’ambito dell’accezione, 1) è ideale la realtà conforme alle nostre aspettative intellettuali.

  47. IL TEMPO ANCORA DA VIVERE: nelle due litanie diaconali, rispetto al letterale “Che il tempo rimanente/residuo/che resta – della nostra vita”, la presente versione è in grado di irritare d’un colpo i benpensanti della liturgia e gli illustrissimi accademici della traduzione. Ho reso così per i seguenti motivi: 1) qui “nostra” è inutile in italiano; il possessivo nella nostra lingua non è tollerato quando l’appartenenza è intuitiva; faccio i seguenti esempi: noi italiani non porgiamo ai nostri amici la nostra mano, bensì porgiamo agli amici la mano; come comune mortale, ma mortale italiano, non soffio il mio naso, ma soffio il naso e, gravando alquanto, mi soffio il naso, non lavo le mie mani, ecc.; se Giovanni parla col padre (consanguineo o spirituale che sia), agli Italiani che parlano italiano è chiaro che si tratta di suo padre e non del padre del vicino di casa. 2) L’aggettivo “residuo/rimanente” e simili è divenuto un avverbio con “ancora”, eliminando ulteriori durezze e pesantezze e significando egualmente quanto resta da compire. 3) Il complemento determinativo “della nostra vita” diviene un verbo telico “da vivere”, conforme all”ancora” citato; si evita così non solo il possessivo, ma anche la preposizione “di”, per di più articolata, molto ricorrente nelle lingue romanze occidentali, prive come sono di suffissi declinativi; tale preposizione, se non è ben governata, è in grado, in combutta con i possessivi inutili e tanti altri elementi pedanti, di invadere ampi spazi del discorso: avete mai sentito parlare (e spero mai letto) della faccenda del libro di storia del cugino del compagno di scuola di mio figlio? Diverso è il caso in cui il possessivo è necessario, come nel salmo 92, quando è scritto delle grandi acque che “alzano la loro voce”: esse non hanno “voce”, ma “rumore”, per cui bisogna specificare che la metaforica voce è la loro e non quella di altri, come propriamente ci si attenderebbe. E diversi sono i casi in cui enfasi, procedura, ironia, ecc. richiedano un possessivo comunque pleonastico. Tornando alla mia versione, che cosa cambia, infine? il testo si fa scorrevole, presenta i tanto feriti ritmi italiani e toglie qualche sillaba di troppo. Se il testo fosse intoccabile per sacralità intrinseca o piuttosto per mentalità pedante, dovremmo tradurre alla lettera, dando un cordiale addio agli Italiani che parlano italiano e sono interessati alla nostra fede.

  48. ILLIBATO, χραντος/пречистый: in slavonico è un termine assertivo semanticamente e superlativo grammaticalmente, quando nell’originale greco è inversivo e non comparato. Il significato di χρανω è “imbrattare, insudiciare, sporcare”; capisco l’imbarazzo di molte lingue di fronte a un aggettivo, oltretutto molto ricorrente, che significa “non sporcata”, ma in italiano le cose non sono così rozze e ottuse: la nostra lingua fornisce abbondanti e gentili sinonimi, incentrati più sull’ontologia e meno sulla fenomenologia; essi sono immacolata, illibata, integra, intatta. Carattere ontologico e abbondanza di sinonimi ci consentono di esprimere questo lemma e tutti gli altri sinonimi nella forma originale, si è detto inversiva e non comparata. Illibato è definito “integro, puro, esente da qualsiasi macchia che ne offuschi l’onore… In particolare di donna che non ha avuto mai rapporti sessuali, vergine” (Treccani); è usato non solo per persone o parti di persona (donna, uomo, coscienza, vita, costumi, ecc), ma anche per oggetti: “Che la illibata, la candida imago Turbare egli temea” (Leopardi). Riporto il poeta a prevenzione della contestazione di Illibata immagine, sempre χραντος/пречистый, di Cristo, in uno dei tropari recitati all’ingresso al Santuario prima della Liturgia, tratto dalla festa dell’Ortodossia: la ”immagine” del poeta e del tropario non è genericamente “pura”, ma propriamente “esente da macchia che ne offuschi l’onore”, concetto molto pregnante anche per un’icone, almeno per noi Ortodossi, che abbiamo una storia di sfregi, non ultimi in Oriente insieme con eccidi e distruzioni e in occidente con banalizzazioni e appropriazioni indebite. Tradurre χραντος con “purissimo” denuncia sciattezza linguistica, ignoranza dell’italiano, confusione teologica e falsa adesione al senso originale: lo slavonico mi pare infatti che defletta dal metodo “fotocopia” solo per una propria forma di pudore di fronte a una formulazione sgradevolmente materiale; tale pudore non ha, come già detto, limitazioni linguistiche che impediscano di tradurre alla lettera il termine χραντος; esistono infatti anche nello slavonico gli aggettivi inversivi, creati col prefisso не-; mi pare dunque impossibile che ci sia stata l’intenzione di falsarne la struttura grammaticale e semantica creando un termine a sé stante. “Puro”, d’altronde, corrisponde a καθαρός e “purissimo” a καθαρτατος. Eppure, anche per καθαρός ci troviamo, in una versione italo-creola, di fronte ad una bizzarra versione con un “candido”; questo in riferimento alla Sindone in uno dei tropari recitato dopo l’ ingresso maggiore e imprestato, a fini mistagogici e per consuetudine, dal Triodio della Grande Settimana. È come tradurre “Si rubano biciclette” con “Si regalano biciclette”, tanto vanno via lo stesso, ma in modo differente. È difficile comunque che in quel tempo e in quel luogo le stoffe bianche fossero veramente candide, cioè bianco-lucenti, quando per il bucato c’era solo la cenere di olivo; tale espediente ha dato un “fiero bianco” fino alle nostre mediterranee nonne, ma non il candore. Un lenzuolo “puro” a me pare tutt’altro: è ben pulito, non è reciclato e, cosa più importante, è tessuto sotto le regole religiose di purità (abluzioni preventive con preghiere, tessitrici lontane da contatti o cibi impuri, non mestruate, non sabatine, ecc.); insomma, cosa degna di un devoto (hassìd), come il donatore arimateo. Per tornare all’abuso di “puro” e “purissimo”, chi ne voglia prendere ancora atto veda anche UN ESERCIZIO DI TRADUZIONE. Per il tema discusso vedasi anche IRREPRENSIBILE.

  49. ILLUSTRΕ πανεφημος/преславныи: del lemma, breve, diretto e comprensibile, nonché già presente in altre versioni, un buon vocabolario quale il Treccani dice alla seconda accezione: “Che ha larga e meritata fama per singolari qualità e per opere o atti stimati egregi”. E così diamo l’addio anche al verboso e gnagnaroso “degno di ogni lode” e al meno colpevole ma lezioso “laudato”.

  50. IMMATERIALE κρατος/нетленный: inversivo di “composito”, cioè non appartenente alla sfera materiale ma a quella divina, la quale è semplice; ma “semplice” è ambiguo, mentre “immateriale” è pregnante. Estenuante è ancora una volta l’abuso della versione “puro”.

  51. IN ALTO VOLGIAMO ἄνω σχῶμεν/горе имеим: all’anafora (elevazione). Qui il verbo ἕχω con accusativo e avverbio di luogo significa “guido, volgo, rivolgo, conduco”; si tratta di un sintagma verbale che, malgrado la nostra lingua sia romanza, abbiamo la fortuna di rendere con un solo lemma. “Volgere” ha l’accezione comune di piegare, indirizzare verso un luogo o un punto determinato. Il complemento oggetto è di solito una parte del corpo del soggetto o una cosa che dipende strettamente dalla sua volontà: si volgono o rivolgono gli occhi, lo sguardo, il viso, il cuore, le spalle, la mente, il pensiero, ecc. (cfr. Treccani). Volgere a contestazione di “tenere” è lo scopo della nota presente, mediante tre argomentazioni: 1) il reale significato che assume ἕχω quando preceduto da avverbio di luogo, come già spiegato; 2) l’improprietà di “tenere”, oltretutto i “cuori”, che nel nostro caso non è italiano, ma dei dialetti meridionali e che anche in questi significa ben poco; ciò dipende dall’aspetto verbale (“tengo il cuore allegro” è colà corrente, “tengo il cuore in alto” anche colà è distorto: perfettivo contro imperfettivo). 3) il differente aspetto dei due verbi in italiano: “tenere” è di aspetto verbale perfettivo, volgere è imperfettivo, come vuole anche l’originale greco, che con l’aoristo coglie il movimento e non il tempo. La versione slavonica, di certo montata a “fotocopia”, vorrà pur dire lo stesso di ἄνω σχῶμεν, ma горе имеим, trasposto in italiano con “teniamo in alto” o chissà, “abbiamo in alto”, indica l’opposto aspettuale e semantico del testo originale greco.

  52. INDURRE IN TENTAZIONE. Con la stessa graziosità linguistica di riposare le anime dei defunti, Dio può anche “non indurci nella o in tentazione”, con un verbo che è detto “causale”. Qui vuol dire che Dio non causa che ne siamo indotti: da altri! Se invece avesse pensato che Dio la provochi, la assecondi e la coltivi, il buon italiano avrebbe detto “Non indurci alla tentazione” (vedi il Tommaseo del Dizionario e dei Sinonimi e Contrari e abbondante letteratura). Moltissimi italiani sanno intuitivamente il significato di questo linguaggio: è bastato loro frequentare una chiesa in cui si parli propriamente la lingua (il congiuntivo è d’obbligo). Faccio anche un esempio di buon italiano: in una dibattito, un amministratore di origini toscane ha recentemente dichiarato che “In Nigeria un euro campa dieci persone al mese”, dando lustro non so se all’economia, ma certamente alla nostra lingua. Nelle interviste, le quali sono state parte importante del mio osservatorio linguistico, ho raccolto il disappunto su certe perifrasi, contorte, lunghe e inutili come “non lasciare che veniamo indotti in tentazione”, o romanticamente errate come “non abbandonarci alla tentazione”. Con la citazione dell’ultima chicca “non farci entrare in tentazione”, un entrare invece c’è stato, ma nell’ilarità: una mi ha chiesto se per entrarci è gratis o si paga, altri chiedeva se all’uopo v’è una porta. Se il livello delle preghiere nella nostra lingua si abbassa a tal punto, i colpevoli sono i cattivi maestri. Si può però vincere il degrado che essi possono indurre imparando stile e proprietà di linguaggio. Vedi anche RIPOSARE e VERBI ASSOLUTI.

  53. IN SÉ STESSO, ὠσαύτως/такожде all’anafora: già Aristotele dice che per sé e in quanto sé stesso è hanno il medesimo significato: la realtà della vera e propria natura di un soggetto, indipendentemente dai suoi attributi conoscibili o da un modo soggettivo di considerarla (cfr. Abbagnano). Il Treccani rincalza: “In sè, in sé stesso, in sé e per sé, di per sé, (di) per sé stesso, espressioni con cui si dichiara di considerare una cosa nel suo significato o valore assoluto, nella sua essenza, indipendentemente dalle circostanze accessorie … in particolare, nel linguaggio filosofico la locuzione in sé indica la realtà nella sua propria e vera natura, indipendentemente dai suoi attributi accidentali o da un modo soggettivo di considerarla”. L’immutabilità, concetto usato comunemente per tradurre il presente testo, è pur sempre un attributo divino; l’esistere in sé stesso è, a mio avviso, la corretta versione del testo.

  54. INTONERÒ, ψαλῶ/пою: quando ψάλλω assume aspetto imperfettivo, per esempio quando è detto dei cantori che eseguono il loro compito, ogni volta intraprendendo un inno, ho preferito intonare. Vedi POETARE e VERBI ASSOLUTI ecc.

  55. IRREPRENSIBILE, ἄμωμος/непорочный, altro termine inversivo. Rinunciando a intemerata, sgradita a causa dell’espressione toscana ignota ai più di “cantare l’intemerata”, ci buttiamo sul semplice. Forse questa volta non c’è bisogno di troppe argomentazioni: il greco μωμομαι-μωμομαι significa “biasimare”, “vituperare”, “beffeggiare”. Possiamo dire irreprensibile anche l’Agnello della profezia di Isaia, da altri detto “senza difetto”, citato alla Presentazione, così come irreprensibile è la “via” del salmo 17 LXX, v. 33, alla vestizione del celebrante, perché l’aggettivo italiano non solo contempla gli aspetti di “onestà, integrità, correttezza”, ma anche di “perfezione formale” (Treccani). Esistono altri sinonimi di questo gruppo, ma non nella Liturgia di san Giovanni. Vedasi anche “ILLIBATO”.

  56. ISAIA, DANIELE E TEODORI: durante la Presentazione, quando si appongono le particole in memoria. A) Il testo slavonico prescrive давида и иессеа (di Davide e di Iesse). I testi greci presentano varianti, le principali delle quali sono, tra le più antiche, δαυίδ καί ιεσσαί (come lo slavonico) e tra le meno δαυίδ τοῦ ἰεσσαὶ (di Davide di Iesse). Quest’ultima solo in apparenza è la più plausibile e non coincide con lo slavonico; sorge infatti il dubbio su quanti profeti di nome Davide circolino indisturbati, tali che sia necessario specificare il nostro come di Iesse; si potrebbe pensare che è per l’enfasi sul di lui “virgulto” o anche “radice”. Non si spiega comunque la memoria di Iesse tra i profeti principali, se non, come sempre, a posteriori. Resta il fatto che δαυίδ τοῦ ἰεσσαὶ non è δαυίδ καί ἰεσσαί. Si noti che non ci aiutano i testi più antichi perché la pròthesis, dalla sua comparsa in poi, è stata formulata nei tempi e nei luoghi con contenuti diversi, prima che poche varianti fossero selezionate e fissate dalla stampa veneziana; tali varianti non sempre presentano oggi formulazione logica; per esempio, “Daniele, il profeta” è nominato dopo che si è premessa l’apertura della categoria dei profeti, ma avendo cura di l’anteporgli “i tre santi Giovinetti”, forse non in sé e per sé profeti, e di posporgli “e di tutti i profeti”; tutte queste ripetizioni ci hanno convinto che quel Daniele è senza ombra di dubbio un profeta; ma se lo scopo è di riprendere l’insieme dei profeti, una volta lasciato l’argomento dei tre Giovinetti, bisogna tradure e ancora del profeta Daniele. Una soluzione al quesito su Davide e Iesse forse c’è, anche se filologicamente non documentabile: frugando nella mia scarna biblioteca (quelle altrui sono opulente), mi sono imbattuto in un testo del cui dono resto grato, non fosse che per il mio amore alle lingue “tagliate”. È una Divine Liturgie bilingue, francese e occitana, in cui Yves-Germain Bouissou d’Arnaudet mette l’occitano; della parte francese non è detto l’autore, ma essa pare vicina alla versione ligia ad un lavoro melkita, assunto da un altro venerato receptus, versione del Monastero di Aubazine in Francia nel 1975; la nostra è invece pubblicata dal Monastero dell’Arcangelo Michele di Lavardac; il colofone manca della data, ma è almeno dell’ultimo ventennio del secolo appena scorso. Ebbene, non saprei da quale fonte, la nostra bilingue sostituisce risolutamente Iesse con Isaia, quasi volesse correggere una trascrizione errata o considerare Isaia immancabile nell’elenco. Per me Isaia è soluzione più che logica e sufficiente rispetto a testi non convincenti, e a me preme un testo convincente, non l’ossequio al receptus: la mia versione pretende infatti di parlare a quegli Italiani che sono interessati all’Ortodossia e pertanto sono attenti a contraddizioni e oscurità. Vuol dire che in mezzo a tante redazioni della Prothesis, tutte, ripeto, con varianti, contraddizioni e inadeguatezze, ci sarà anche questa. Tanto al momento mi basta: non faccio l’accademico, non fingo di esserlo, né aspiro al tronfio lauro. Se solo pare è perché spiego con piglio deciso le mie osservazioni a difesa dell’italiano e della sua calpestata logica. B) Nella mia versione ho citato i santi martiri Teodori con questa formula, perché così si dice in Italia, senza badare ai recenti studi che vorrebbero i due Teodori storicamente uno solo. Anche in questi casi spero di aver reso il testo più leggibile, perché più logico, nonché più invitante alla meditazione liturgica.

  57. KYRIE ELEISON: dall’originaria interiezione, come l’italiano “Misericordia di Dio!” l’espressione entra nella liturgia ad Antiochia nel IV secolo a significare “Signore, provvedi con misericordia alla richiesta”; provvedere è la chiave di comprensione per questa giaculatoria, se recepisce un’accezione del greco neotestamentario di “misericordia di Dio per gli uomini”, intesa come “divina provvidenza”. Il verbo è in seguito passato da una modalità imperfettiva ad una perfettiva, nonché assoluta, con il senso di: “Signore, usa misericordia”. È questo un problema linguistico costante e poco valutato, quello aspettuale, o modale, di un verbo e della distinzione almeno tra due delle sue espressioni principali, il perfettivo e l’imperfettivo. Pregevole è una recente formula della Messa Romana che coglie linguisticamente l’argomento: “Signore, ascolta con misericordia” e che pare voglia abbandonare il tristissimo “Signore, pietà”; forse essa ha ispirato il “Signore, ascolta”, da altri e altrove proposto per la nostra liturgia. Non si deve comunque ignorare che questa espressione è presente sin dal V secolo anche nella preghiera cristiana latina, provenendo dalla stessa precedente liturgia romana in lingua greca e continuando tutt’oggi ad essere a casa propria nella lingua italiana (vedi la voce in Treccani e in tanti altri). Ma se davvero Kyrie eléison non è sopportato, mi permetto di suggerire “Signore, provvedi” (con un insensatamente contestato verbo assoluto), anziché il deprimente “Signore, pietà”: 1) a motivo dell’uso errato del termine “pietà” al posto di misericordia, 2) a motivo del trascurato aspetto verbale e 3) a motivo di ambiguità nella richiesta di “pietà”: l’invocazione incute a molti dei miei intervistati il timore che sia in arrivo una punizione, anziché un esaudimento. In coda, ricordo che esisteva un lemma unico per “avere/usare/esercitare misericordia”, ora desueto e quindi bandito dai dizionari moderni, transitivo, assoluto e difettivo: “misericordiare”. Tanto senza lontanamente pensare a un “Signore, misericòrdiaci”. Vedasi anche PIETÀ E MISERICORDIA e PROVVIDENTE.

  58. LARGIRE, χαρίζω/даровать: “donare generosamente, con liberalità”; largire è perfetta e lapidaria traduzione che altri hanno proposto e che io accolgo con entusiasmo. Citazione che chiude al nascere ogni diatriba: “Ecco ci è nato un Pargolo, Ci fu largito un Figlio” (Manzoni). È bello spiegare il termine oggi ambiguo grazia con i termini della largizione. Nota: i puristi sconsigliano la forma elargire in quanto manipolazione non necessaria del latino largiri. A me personalmente “elargire” suggerisce teatralità nel largire, che contrasterebbe con le doti linguistiche ora decantate del nostro verbo e con la stessa carità divina.

  59. LATORI DI DIO θεοφώρων/богоносных: in italiano il termine “teòforo” è solo dell’onomastica, come “nome personale formato, composto o derivato dal nome di Dio o di una divinità” (Treccani). Ne risulta che nella nostra lingua esso è termine tecnico non più corrispondente al significato originale, così come è il già esaminato “filantropo”, non invece come è “trisagio”. Esso abbraccia tutti i Teodoro, Artemisia, Deodato ecc. Va ammesso che esso è accettato come termine editoriale religioso; esempio ne sono le molte romantiche dissertazioni sui “Padri Teofori”, pubblicate in genere da non ortodossi in ottimo italiano e accatastati nelle librerie religiose; lontano dalle cataste si trovano serie edizioni ortodosse, ma in creolo. Nemmeno questa accezione editoriale esiste nei grandi dizionari, e stiamo sicuri che altrettanto non esiste nelle menti di molti italiani ortodossi o interessati all’Ortodossia, se non 1) sufficientemente e letterariamente colti e 2) assidui frequentatori delle librerie religose, italiane o greche, il che aggiunge la necessità di padronanza del greco. Come è per “filantropo”, anche qui si discute sulla responsabilità del “non tradurre” quando si traspongono acriticamente in italiano termini stranieri. Quanto al diffuso “portatore di Dio”, resto sempre convinto che l’uso di termini indicanti mestieri o azioni abitudinarie dalla desinenza in “-tore” demolisca i significati teologici e contribuisca alla colpa della polilalia. Esiste però un termine di registro elevato, latore, che in una accezione estesa perde una parte necessaria della definizione classica, quella del recapitare un messaggio e del riportare una risposta; ormai ad un latore è permesso di portare un vessillo, ma sempre più spesso malattia, speranza, ricchezze ecc., non più da messaggero. Dire latore di Dio può non essere la soluzione perfetta, ma se ci siamo sempre accontentati di terminologie inadeguate o esotiche, potremmo sentirci in questo caso più vicini a ben tradurre e capire.

  60. MANTO PIUMATO πτερωτά/пернатый: πτερωτός è un aggettivo verbale di πτερόω; esso indica, a motivo della desinenza, azione che è stata compiuta o che può essere compiuta; qui significa “che è stato dotato o coperto di piume/penne/ali” e, nel traslato, “rappresentato come pennuto/piumato/alato”, o “che è stato sollevato in alto come le ali” detto, questo, soltanto tecnicamente dell’alzata dei remi; è anche “sollevato dalle proprie ali”, per dire che chi più ne ha, ne metta. Di tutte le citazioni bibliche di cherubini e serafini la descrizione più accurata spetta a Isaia e a Ezechiele. Nella citazione della LXX di Ez. I,7 si trova il verbo πτερόω: καὶ πτερωτοὶ οἱ πόδες αὐτῶν: “e i loro piedi erano piumati/pennati(/alati?)”. Difficile il confronto col Masoretico, che nella stessa posizione del versetto riporta: “… e la pianta dei loro piedi (era) come la pianta del piede di un vitello”. La sola LXX, dopo la descrizione delle scintille o bagliori (parallela al masoretico) aggiunge: “e le loro ali (erano) leggere”. Annoto che il concetto di πτερωτός passa dal testo scritturale a quello liturgico estendendosi all’interezza degli esseri descritti. In questa versione ho voluto evitare in πτερωτά una terza ripetizione del concetto di ali come di volo, per cui mi sono valso dell’accezione principale e diretta di “coperto di penne/piume”: il primo, il terzo e il quarto degli attibuti di queste gerarchie celesti, se tradotti superficialmente e confrontati, difetterebbero di logica per la nostra mentalità, perché si ripeterebbero con minime varianti, come è accaduto nel primo periodo sintattico della preghiera all’inno cherubico. Restava ancora da appianare, a proposito delle creature della visione profetica, l’antinomia tra corpo immateriale e minuziosa descrizione materiale, ricorrendo al concetto di manto. Ho tradotto πτερωτά allo stesso modo dei precedenti attributi: essi sono stati resi con un aggettivo associato ad un sostantivo, là per mera necessità di lingua, qui per assonanza; presentando il concetto di manto nel senso di “aspetto” (non necessariamente ingannevole), ho voluto sfuggire ad una traduzione puntigliosa dell’aggettivo. Mi è stato raccomandato di anteporre gli aggettivi ai sostantivi: ho accolto il consiglio, sperando di non aver esagerato in “aulicità”, in un contesto che per sé, come già detto, è meticolosamente descrittivo di cose indescrivibili. Tirando le somme di questa versione, ritengo di aver risposto con manto piumato alle riserve sulla descrizione ornitologica di penne e piume, rispettando e il testo liturgico e la mentalità italiana. È lo stesso processo linguistico che altri hanno operato, quando per esempio hanno tradotto θεοτóκος con “Madre di Dio” (con o senza gli indebiti trattini); manto piumato non presuppone però alcun dogma, anche se rispetta un testo scritturale e uno liturgico; con “Madre di Dio” è stato invece un deliberato spingersi nella palude dell’arianesimo, come se un dogma valesse un’opportunità linguistica.

  61. MILIZIE, δυνάμεις/силы: ad indicare l’attualità e l’universalità del concetto biblico e liturgico di milizie angeliche, e non di “potenze”, non citerò i nostri testi, ma André Chouraqui nella sua versione dei Salmi: “Truppe organizzate sulla terra o nei cieli, realtà celesti (étoiles) che eseguono gli ordini del Signore” (mia traduzione).

  62. MEMORABILI, ἀείμνηστος/приснопамятный nella litania dopo il vangelo: poiché il significato classico di “memorare” porta in sé anche la nozione temporale, è superflua l’aggiunta dell’avverbio di tempo: “Memorabile: da doversi ricordare lungo tempo per la sua gravità ( = importanza; mia nota) e per i suoi effetti.” (Palazzi). È vero che la definizione moderna tace, senza escludere, sul fattore tempo e si ritrae dall’estensione alle persone (Treccani), ma l’uso classico dà ancora aulici frutti (Palazzi e Tommaseo). C’è poi memorando, ancor più diretto, breve e di medesimo significato, però enfatico e a volte ironico. Comunque si scelgano questi termini, il “sempre commemorati” e il “di perpetua memoria” vanno in pensione: di memorabile resta solo la loro prolissità con in più, nel secondo caso, la cacofonia.

  63. MERITARE, ἀξιωθήναι/сподобитися: invece di “essere resi degni di”, un elegante verbo quaggiù in Italia è antidoto alla polilalia e alla cacofonia: meritare significa “essere degno di avere, ottenere e sim.” (qualcosa), se si dà retta al Treccani e a un gran numero di altri dizionari. Ha un altro grande pregio, tipico della recente evoluzione in quasi tutte le lingue romanze occidentali, sempre rammaricate di prodigare parole perché lingue analitiche: di essere un verbo attivo, evitando così le preposizioni dei complementi indiretti. Meritare è termine consolidato, letterario e molto meno moralistico di “essere resi degni di”.

  64. MISERICORDE: più breve e incisivo di “misericordioso” e meno logorante di quanto martellato nei tempi nostri di sons et lumières della fede.

  65. MONDARE E PURIFICARE: raramente ho usato mondare per purificare, in una accezione oggi rara, anche a causa della confusione indotta da dialettismi entrati nella lingua, come “mondezza” per “immondizia” (attraverso una elisa “im-mondezza”), per l’abbandono del termine in sé nel parlato e per l’accezione marginale, oggi divenuta preponderante, di “sbucciare, pelare”, derivata da “nettàre”. La storia del termine in italiano inizia invece con “estirpare le male erbe dalle risaie” e per traslato giunge a “estirpare il male, pulire spiritualmente, purificare”. Preciso che nel testo masoretico di Ezechiele dei carboni ardenti sulla bocca del profeta il verbo è “espiare”, atto che spetta all’essere umano; il testo dei LXX adopera καθαρίζω, che spetta a Dio. Quando ho raramente preferito mondare, ho solo sperato di ridurre la ridondanza delle sillabe e la difficoltà di articolazione in alcuni contesti.

  66. NON C’È STENTI nel salmo 33 (LXX): toscanismo, sempre elegante per noi italiani; vuole risparmiare qualche sillaba e rendere il testo più vivo e meno prosaico. A volte basta poco.

  67. NON VENALI, ἀφιλαργιρία/несребрoлюбнe: nel tropario a san Giovanni Crisostomo; in sinedocche sta per “di non venalità”. Anche qui si poteva tradurre con una cocciuta perifrasi oppure così, a solita gloria della concisione.

  68. OFFERTA: normalmente προσφορά, da προσφέρω, offro. Soltanto in pochi punti della mia versione, per esempio all’invito iniziale dell’Anafora, “offerta” traduce ἀναφορά: qui ho infatti scambiato i termini dell’offerta e dell’elevazione, rendendo “… volgiamo ad offrire … la santa elevazione”, con “…volgiamo ad elevare … la santa offerta”, essendo qui il significato di ἀναφορά “offerta da elevare”. Lo scambio è retoricamente giustificato, in quanto è ostico identificare in italiano una elevazione come “oggetto da elevare”, visto che meglio è intesa come “atto dell’elevare”. Con esclusione di questo e simili momenti liturgici, ἀναφορά è sempre resa con un sostantivo (es. “vittima”, “sacrificio”, “offerta” ecc.) precisato da “elevato” o “da elevare”, a seconda del contesto. Vedi anche DEDIZIONE E DEDICAZIONE, ELEVAZIONE e VOLGIAMO.

  69. OLIO MIRO: l’aggettivo “miro” è letterario e proviene dal latino mirus (da ammirare, straordinario), con identico significato in italiano; è così usato da Dante, Boccaccio, Manzoni, Carducci e da altri più recenti. Il sostantivo myron di tutto il mondo ortodosso è timidamente pronunciato miro da quei pochi ortodossi italiani che parlano italiano (gli altri ortodossi italiani parlano creolo); μύρον oggi sta per “cresima”; nel mondo precristiano indicava solo un olio mirrato, profumato, chimicamente composto da aldeide cuminica, eugenolo, dipentene e pinene; nel salmo 132 dei LXX è “olio di oliva, fragrante come può esserlo la mirra”, ma non “olio di resine profumate”. L’italiano sino alla prima metà del novecento aveva l’interessante “mirròlo”, sostantivo maschile, indicante l’essenza oleosa di mirra e per esteso di altre resine aromatiche, però noi moderni, orgogliosi delle nostre sole cinquanta parole, perderemmo il sonno se il lemma tornasse in uso. L’aggettivo italiano miro è con tutta evidenza assonante al sostantivo alieno myron. Ciò mi ha indotto ad associare i due concetti in uno, di “olio dalle mirabili proprietà”, non solo organolettiche. Così gli ortodossi italofoni potrebbero trovare più coraggio a dire miro (sottinteso olio), invece di myron, fruendo di una indiretta legittimazione linguistica.

  70. PATROCINIO: προστασα/предстатеьство, nel Tropario Deìparo del secondo tono al termine delle preghiere di ringraziamento della comunione, nonché sparso in altri testi; in fin dei conti è uno dei tanti sinonimi di “protezione”, “assistenza”, in quanto avvocatura, ma il punto è che da noi i sinonimi sembrano condannati all’estinzione. Il nostro vocabolario è finito in un fosso per mancanza di istruzione e per il rifiuto a imparare. Approfitto del disorientamento creato da patrocinio per incitare ad una ripresa dei sinonimi liturgici, non necessariamente popolari, purché immediati.

  71. PAZIENTE, μακρóθυμος/долготерпеливный: nel salmo 102 della prima antifona; è termine breve, incisivo, diretto e comunque preciso, che vorrebbe sostituire l’inutile (perché c’è di più semplice), ma non errato, “longanime” e per il ridondante neo-masoretico, “tardo all’ira”, si spera non per deficit neuropsichici.

  72. PER LORO SERENO AGIRE, ἐν τῇ γαλήνῃ αὐτῶν / в тишние их: la versione alla lettera, riferita ai fedelissimi imperatori, nonché alla corte e alla corte (‘“accampamento”) (στρατόπεδον), è: “…affinché, nella loro serenità, anche noi conduciamo una vita calma e tranquilla ecc.”. Interpreto così: “Mantieni sereni re e corte : le loro difficoltà si riverserebbero disastrosamente sulla nostra vita, che vogliamo invece cristianamente calma e tranquilla, con ogni pietà e decoro”. Il testo è dunque vigoroso e sincero in sé, e anche sufficientemente critico. La concezione dello stato e la sua gestione hanno conosciuto evoluzioni che per brevità non declamo in questa sede. Intendo solo affermare che la versione del testo in esame è a un bivio: 1) scegliere la traduzione fedele, riconoscendo una visione politica non vigente e fingendo che nulla da allora sia cambiato; 2) scegliere una traduzione non fedele ma adatta alla contemporanea mentalità civica. So di individui che coltivano nostalgie imperiali, per i quali è norma di fede la traduzione letterale di imperatore ecc.. L’ammonizione che “Ogni cultura respira già la sua fine” di Pavel Evdokimov non è qui peregrina. Anche presso i nostalgici la prassi di governo acquisita ai nostri valori civici non dovrebbe essere trattata sbrigativamente come effimera: essa è, come tutto, transeunte, ma innegabilmente noi nell’attuale forma di governo “conduciamo una vita”. Il ritocco sulle autorità è prassi dovunque: non si citano più gli imperatori con l’augusta famiglia e tutto il seguito, ma i governanti nazionali, a volte persino col nome. In Italia la citazione veste toni sobri, come accade nella versione russa post-monarchica (a indicare quanto poco obbligato sia un receptus ai fini pastorali); noi italiani li dobbiamo non solo al ricambio elettivo delle cariche, ma anche alla diffidenza verso la religione di patria, che si erge nell’impari lotta tra una vigilata autonomia dello stato laico e il vigilante potere religioso. Tale clima non si evidenzia nelle formule ortodosse, fautrici della “sinfonia dei poteri”, bensì nelle formule occidentali, che dell’autorità laica non citano nemmeno il concetto, limitandosi a pregare per la “società civile”, anche qui nemmeno riconosciuta nella sua dignità di “civica”. Per tornare a casa nostra, dimenticando le cadute italiane, nella prassi le difficoltà di versione cominciano a pesare con la frase “affinché nella loro serenità…”: come enunciavo, siamo chiamati a scegliere tra conservare o rimodulare il linguaggio da monarchia assoluta. La “serenità”, tradotta allora nel Compendio come “moderatezza”, di ordine etico-amministrativo, significa oggi più di allora “indirizzo politico moderato” cioè, parafrasando il Treccani, “centrismo su posizioni conservatrici”: in tal modo essa è divenuta un termine di parte; “moderatezza” tentava allora improbabili compromessi di traduzione. Tutto ciò premesso, mi sono deciso alla modifica del testo. “Affinché nella loro serenità ecc.” è divenuto a che, per loro sereno agire, noi conduciamo una vita calma e tranquilla ecc., anche con un ridimensionamento dell’ingombrante “affinché” e con un per riferito ad agire che mette in relazione causale gli atti governativi con la sicurezza e i diritti dei cittadini. “In tutta pietà e decoro”, dal gallicismo è passato all’italico con ogni pietà e decoro. “Il regno pacifico” è diventato nel nuovo contesto un mandato di pace, e sociale e militare. Imperatore e corte sono divenuti nazione, autorità e difesa. La manipolazione del testo è franca e non inficia il leale senso originario di offerta eucaristica in favore anche di chi ha responsabilità della cosa pubblica e della sicurezza dei cittadini. Vedi anche VITA CALMA E TRANQUILLA e DECORO.

  73. PERFETTO NELLA FEDE, τετελειωμένου/скончавшемся: perfetto è qui inteso nell’uso participiale, antico e letterario, di “condotto a termine”, “portato a compimento” e anche nell’uso di aggettivo, più moderno, di 1) “completo di tutti gli elementi caratteristici e necessari” e 2) “considerato nel suo punto massimo di sviluppo”, qui in una visione ultramondana e non solo in quella biologica del morire. Ne risulta che interpretazioni come “defunto” e simili non trovano posto nella presente versione non tanto perché errate, quanto perché deboli.

  74. PERDONACI LE INIQUITÀ, συγγχώρισον τὰς ἀνομίας ἥμίν / прости беззакония наша: anche per diversificare il ripetersi del pronome possessivo posposto al sostantivo, molto caro allo slavonico e al greco e per niente all’italiano, ma soprattutto in ossequio al primigeno greco, che detta “perdona le iniquità a noi”, e non “nostre”. Stranamente anche i Greci d’Italia traducono “le nostre iniquità”, non saprei a causa di quale di queste iniquità.

  75. PIETÀ e MISERICORDIA, εὐσέβεια/блaгочестние – ἔλεος/мнлость: Non c’è alcun dubbio che i due termini abbiano significato diverso. Al di là del loro etimo, in italiano pietà è un sentimento limitato alla sola partecipazione interiore, mentre misericordia è un sentimento operoso, che cioè spinge al bene in soccorso altrui. Pietà è sentimento solo umano, non divino, perché in sé è ossequio dell’uomo alle leggi divine, mentre misericordia è anche e soprattutto divino perché Dio la rivolge all’uomo, almeno nella nostra teologia di “Dio che provvede con ogni mezzo al bene degli uomini” (vedi PROVVIDENTE). Ci avvertono i dizionari che in alcune accezioni, soprattutto nelle invocazioni, la pietà è chiesta anche a Dio, volendo però significare espressamente misericordia; è questa, almeno dal punto di vista liturgico, una forzatura storicamente imposta dalla messa latina a partire dalle sommarie edizioni in vernacolo dei primi anni ’60 e che in seguito si è cucita addosso un’ingannevole ideologia linguistica. A proposito del deprimente “Signore, pietà” si veda KYRIE ELEISON. A proposito dei verbi associati a “misericordia” vedi USARE.

  76. POETARE ψάλλω/пет: quando si pizzica il salterio intonando liriche sacre, non disdice a mio avviso che il tutto si definisca “poetare”: Poeterò al mio Dio finché esisto (salmo 145 dei LXX), con verbo assoluto (finirò per rovinare i nervi di chi ignora i verbi assoluti). Lasciamo il significato di cantare al verbo specifico ἄδω, senza preoccuparci che lo slavonico abbia un’unica risorsa: arricchiamo così il nostro vocabolario liturgico e lo rendiamo più poetico. Non costa molto, si intuisce bene e si perde pochissimo in fiscalità.

  77. POICHÉ, PERCHÉ: ὅτι/яко nelle esclamazioni. È arduo rendere un avverbio che apre una proposizione secondaria retta da una principale non dichiarata. È lo stesso quesito che pone ὅτι dei salmi, ma nella Liturgia si trova oltretutto alla fine di una preghiera “segreta”, cioè personale e silenziosa. Ὅτι è descritta dai più come proposizione causale: “Chiediamo a te tutte queste cose perché tu sei Dio buono ecc.”. A me pare più semplice l’ipotesi della proposizione oggettiva, specie se penso che la proposizione principale è assai distante; in entrambi i casi non possiamo ricostruire un verbo che faccia da proposizione principale, comunque sottinteso. Possiamo anche disquisire, senza frutto, se a Costantinopoli l’esclamazione fosse conclusiva di una litania diaconale o di una preghiera sacerdotale, secondo l’uso locale o secondo il successivo uso siriaco. A voler insistere, potremmo tradurre con un sì!, ma solo il giorno in cui l’Ortodossia si lasci influenzare da una di quelle adunanze del Nuovo Mondo in cui tutti gridano così ad ogni frase del predicatore. Ammetto che Erasmo traduce con quoniam, e anche che Nicola Cabasila spiega l’esclamazione come proposizione secondaria causale, ma esprimo riserve per le interpretazioni a posteriori. Mi permetto comunque un richiamo a tutti i distratti amanti del poiché: questo avverbio, se è causale, si adopera solo quando la proposizione secondaria precede la principale e mai quando la segue: “Poiché piove, cerco un riparo” e non “Cerco un riparo, poiché piove”. Nel nostro testo l’esclamazione è susseguente ad una proposizione principale oltre tutto nascosta, per cui il “poiché” va doppiamente riprovato; ci resterebbe l’ambiguo “perché”; anch’esso, se posto in capo alla proposizione secondaria retta dalla principale “segreta”, si espone alla medesima contestazione di “poiché”, con in più un’ambiguità: non consente di intuire per tempo se è interrogativo, causale o finale, nemmeno dal tono vocale, perché è cantato. Scartato lo scorretto “poiché”, che altro potrà convincermi ad usare il “perché”? forse il fatto che tutte le altre lingue riportano l’avverbio? queste possono, la nostra meno; forse uno speciale ukaze, visto che precedenti traduzioni hanno coinvolto anche le gerarchie? una lingua non si modifica con atti del genere. Ma, allora, come poter tradurre alla lettera? Rimanga, questo, un dilemma di chi, senza preoccuparsi dell’intelligibilità, è rimasto ai tempi delle traduzioni in classe.

  78. PONTEFICE ἀρχιερεῦς/святнтель: ho trovato vari sinonimi italiani. “Antistite”, o più italiano, “antiste”: arcaismo dal latino, per molti versi non proponibile. “Vescovo”: ἐπίσκοπος cancella la differenza con ἀρχιερεῦς. “(Arci)pastore”: risponde della funzione di guida, ma non sacrale. “Sommo sacerdote”: arcaismo inviso; anche nei buoni livelli culturali è identificato con la carica dell’Antico Testamento e nel subconscio con Caifa; al contrario lo Pseudo-Dionigi ne sarebbe entusiasta, ma dovrebbe convincerne gli Italiani di oggi. “Prelato”: indica titolo personale e non sacrale. Non è nell’uso (né nei dizionari) “arcisacerdote”. “Pontefice” è termine teoricamente corretto, da uso pagano passato all’analogo cristiano, ma è ambiguo, perché da tempo sostituisce il sintagma “sommo pontefice”, che indicava il papa di Roma; caduto l’aggettivo ”sommo”, ne rimase indebolita l’accezione per i “semplici” vescovi. D’altronde chiunque abbia tolto a “pontefice” l’attributo di “sommo” avrà pensato bene che pontefice significa per sé “sommo sacerdote”, per cui dire “sommo pontefice” è in realtà dire “sommo sommo sacerdote”, il che non guasta per un vescovo dei vescovi. Senza commenti mi pare invece l’aggettivo “pontificale”, anche sostantivato quando riferito alla celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo (vedi più sotto alla voce specifica). Esaminati così tutti questi termini e in mancanza di altri a me noti, tanto valeva ricorrere a pontefice, anche in modo provocatorio verso l’eresia del “vescovo dei vescovi”, che spero gli Ortodossi ancora ricusino unanimi (di recente qualche nostro documento risultava ambiguo); la rara presenza nei testi liturgici ha incoraggiato la scelta; va da sé che il colloquiale di pontefice è “vescovo”, così come di Deìpara è “Madre di Dio” o “Madonna”. Citazioni dal Dizionario dei Sinonimi del Tommaseo: “…Pontefice, il capo delle cose sacre; prelato, persona posta innanzi agli altri in sacra dignità…”. Vescovo, prelato che, in virtù d’una consacrazione speciale, è scelto a esercitare giurisdizione sacra in una diocesi determinata. Pontefice, dunque, denota l’autorità spirituale e la dignità, prelato, il grado d’onore, vescovo, la speciale consacrazione, il governo spirituale d’una diocesi.” … “Nell’uso comune, pontefice non si dice che il sommo, cioè il papa.” … “Pontefici chiamansi i vescovi santi, dalla Chiesa onorati. Pontefice chiamasi un vescovo, ma quando si tratti di considerare in lui il personaggio venerabile che regge le cose sacre della sua propria diocesi. In altri casi sarebbe affettato”. Il Vocabolario della Treccani alla seconda accezione: “Nella Chiesa Cattolica Romana, titolo usato, a partire dal V secolo, per indicare i vescovi; in seguito titolo onorifico e designazione ufficiale (anche sommo p.) del papa in quanto vescovo di Roma” (questa nota ecclesiologica è singolare, ma non pretendiamo troppo). Nel V secolo ἀρχιερεῦς compare nella mistica operazione di allineamento tra NT e VT, per cui anche storicamente pontefice ne è la versione latina perfetta. Queste, in sintesi, le luci e le ombre del termine, ma ai fini linguistici mi pare siano più le luci.

  79. PONTIFICALE: non intaccato dall’ambiguità di pontefice verso sommo pontefice e tuttora in uso negli ambienti specifici nonché colti, il lemma mi pare possa fare bene da barriera all’alieno archieratico.

  80. POPOLO CONVENUTO, περιεστῶτος λαοῦ / предстоящих людех: in greco il verbo significa “stare intorno”, in slavonico “stare davanti”, ovvero “essere presenti”: entrambe le lingue danno l’idea del popolo che si affolla. Ciò che però risalta all’esame dei due verbi è che sembrano consentire una certa libertà semantica per meglio rendere in ciascuna lingua la presenza agli offici. Spesso in occidente questa presenza nelle nostre chiese è esigua, come negli offici di impetrazione (moleben/paraklisis/paraclisul) richieste da singoli fedeli, a volte nemmeno praticanti. In questi casi la preghiera per questo “popolo”, davanti o intorno che sia, non rispecchia l’universo parrocchiale: se il cantore manca, lo sparuto gruppo non risponde nemmeno alle invocazioni diaconali o alle esclamazioni sacerdotali, perché non avvezzo, e dà l’idea non del poco, ma del niente. Oggi la stessa parola “popolo” è carica di significati politicamente e socialmente più in auge di quelli correlati all’ecclēsía, popolo convocato da Dio; vorrei però caldeggiare che si mantenga questo lemma e che si evitino, per i nostri scopi, termini dimessi, come “gente”. Ho pensato dunque di rispondere a tutte le osservazioni con questo participio passato, parallelo al greco quanto a forma verbale e discosto alquanto per significato, (esattamente quanto lo è lo slavonico dal greco), breve e al riparo da scadenti proposizioni relative. La logica potrà così adattarsi al difettare dell’universo popolo, pensandolo come “limitatamente a come è convenuto”. Se il popolo è numeroso o al completo, allora è propriamente convenuto, con la piena definizione di “radunatosi in uno stesso luogo provenendo da diverse parti” (Treccani).

  81. PRECISI ὀρθοτομοῦντες/право правящый: ὀρθοτομέω è in 2Tim 2:15 col vigoroso e realistico significato di “tagliare diritto”, come fa l’operaio citato nella proposizione principale. Il verbo in questione fa dunque parte di una similitudine, incentrata sull’attività pratica e non intellettuale del coscienzioso e valente operaio. Ne consegue subito che “dispensare / esporre rettamente” è una caduta, non della Scrittura, ma di traduzioni inclini a rendere dogmatico, o forse solo chiesastico, un testo che indica sì uno dei compiti dell’epìskopos, ma attraverso la similitudine della vita comune, come anche narrano le parabole del vangelo; nella caduta è coinvolto, forse secondariamente, un insigne dizionario di greco classico. Nel clima denunciato c’era da aspettarsi il tentativo di imporre l’assonanza di ὀρθός a tutto ciò che in teologia ha a che fare conretto” e “ortodosso”. Faccio poi notare che 2Tim. riporta “la parola della verità”, mentre la Divina Liturgia del Crisostomo “la parola della tua verità”: il possessivo vuole solo evitare dicotomia rispetto al vocativo “Signore”; introduce però ambiguità nella nostra lingua e alla nostra epoca: si tratta “della verità che racconti tu, mentre ce ne sono molte altre”? oppure “dell’unica verità, che è da te rivelata”? Rendo precisi sulla tua parola di verità, “tagliando diritto” (ma non da epìskopos) il doppio nodo e badando alla sintesi, senza alterare il senso. Se “praecisus” in latino era infatti un participio perfetto e un aggettivo participiale di praecido, “tagliare risolutamente”, nell’attuale italiano è aggettivo qualificativo, solo intuitivamente participiale, essendo da noi rimasto vivo a lungo il verbo precidere, sempre più nel figurato. Alla scuola del Tommaseo: “preciso, quasi liberato da tutti gli elementi estranei, che ne vengono come tagliati fuori (caedo)”. “La precisione recide dall’opera e dalla parola ogni cosa che può togliere il franco e efficace andamento”. Esattezza riguarda il corso dell’operare e del dire, precisione, il fine a cui questo o quello mirano, e la via per giungere. Discorso, computo esatto, quel che dal principio alla fine va senza sbaglio; preciso, quello che non ha né equivoci, né dubbiezze, né ingombri, e va lucido in maniera da appagare e convincere l’intelletto. Dire esatto, che rende il concetto con fedeltà; preciso, che coglie l’essenziale dell’idea, in modo che gli accessorii inutili ne sian come tagliati fuori. Può il dicitore essere esatto e prolisso, esatto e non chiaro; la precisione toglie insieme e la oscurità e la lungaggine. Così, nell’operare, può l’uomo essere esatto, e non preciso, perché gli manca la forza e l’avvedimento di dare nel segno, e preciderne ogni cosa inutile e inconveniente”. Questo è quanto preme a 2Tim.? A me pare di sì, e queste preziose lezioni di lingua mi sono utili per caldeggiare una versione più vicina possibile a “tagliare diritto” e non tornare mai più a “esporre rettamente”. Devo alla fedeltà scritturale anche il non sentirmi obbligato alla posizione del tua della Liturgia. Come sempre mi interessa l’immediatezza, quella che alle origini era di parole composte e coniugazioni e declinazioni coerenti, e che nelle nostra lingua richiede la flessibilità degli strumenti linguistici di cui essa dispone. Se ho ripreso la ricerca su ὀρθοτομέω è perché la mia precedente versione con “conforme” non era convincente, proprio in quanto non rispettosa del testo scritturale e non esauriente nell’analisi linguistica. Desidero infine citare il rightly dividing the word of truth della King James Version, che, conservando con “dividere” il testo greco, ignora “dispensare” o “esporre”.

  82. PREGHIAMO IL SIGNORE e CHIEDIAMO AL SIGNORE, nelle litanie diaconali. A) Nella presente versione, come nella maggior parte delle altre, queste proposizioni principali sono posposte alle rispettive secondarie e fissate in fine di giaculatoria. Tale stile, insolito nel parlato, ma tuttora apprezzato in letteratura, mantiene lo stesso scopo pratico che fu in origine nelle litanie diaconali: segnalare al coro mediante una ripetitività in fine di frase il momento opportuno per intonare il Κύριε, ἐλέησον / Господи помнлуи o il παράσχου, Κύριε / подай, Господи. L’invito assoluto Preghiamo il Signore non necessita ovviamente di commenti. La pratica liturgica in lingua italiana testimonia lo sconcerto (nel senso concreto del termine) creato nel coro durante le litanie che antepongono la proposizione principale, come accade nella litania che inizia con “ancora preghiamo”. Ovviamente, poi, si prega che e non “affinché”, se intendiamo esprimerci in italiano e non in creolo. B) Esaminiamo ora l’espressione ἔτι δεόμεθα / еще молимся della litania dopo le Letture, detta anche “intensa”, o perfino “ardente”: il verbo è all’indicativo presente, ma nelle nostre versioni ha l’apparenza di un imperativo per omofonia e per suggerimento che viene dal congiuntivo II aoristo attivo del primo verbo della litania εἴπωμεν: “orsù, diciamo”. Quando dunque proclamiamo “preghiamo ancora” qui dobbiamo intendere “stiamo pregando” e non “imponiamoci di pregare”. Rendere questo concetto in italiano con immediatezza e senza ambiguità è arduo, se vogliamo evitare le perifrasi tipo: “Siamo in preghiera”. La versione Noi preghiamo mi pare breve, incisiva e non ambigua, secondo i dettami che mi sono sempre proposto. L’avverbio ἔτι penso voglia soltanto rafforzare l’aspetto durativo del verbo, vista la suddetta omofonia in greco, per cui ἔτι penso si possa abolire. Nella prassi di alcune Chiese, tutta la litania in questione è oggi occultata: tanto è il rispetto del sacratissimo e “ardente” testo, che lo si salva leggendolo “segretamente” all’altare insieme a tutto il resto che precede la preghiera dell’ingresso maggiore. Possiamo noi evitare ogni imbarazzo, rispettare l’ordine rituale stabilito e contemporaneamente evitare che queste preghiere, presentate come sono dopo le Letture, siano eccessive per la nostra mentalità? Io penso di sì e propongo allo scopo: 1) la suesposta forma con pronome del pregare all’indicativo, per evidenziare l’aspetto durativo; 2) la riduzione di elementi eccedenti come i superlativi; 3) l’eliminazione di alcuni elementi, fuorvianti l’intuizione, come la ripetizione di “ancora preghiamo”, la quale è sostituita da un incitativo avverbio di congiunzione E, all’inizio di frase e senza verbo. Vedi anche FRATELLI SACERDOTI e VENERATA CASA.

  83. PRIMA DEI SECOLI ἀπὸ τοῦ αἰῶνος / от века, dal Salmo 92, v. 2 dei LXX: ἀπὸ reggente il genitivo ha significato non solo di provenienza, ma anche di precedenza temporale e perfino di esclusione: qui dunque può voler dire “tu esisti da quando ci sono i secoli, oppure da prima dei secoli, oppure fuori dai secoli. La preesistenza di Dio al mondo è un concetto fondamentale, per cui la giusta traduzione non dovrebbe essere tanto travagliata.

  84. PROVVIDENTE πολυέλεος/многомнлостнв: “che ha molte misericordie” o “molto misericordioso, misericordiosissimo”, oppure, per chi ha più fiato, “abbondante/largo di misericordie”. Associato a ἐλεήμων ha significato non chiaro, è come un bigliettaio che “non solo” ha naturalmente i suoi bravi biglietti, ma che “anche” ha molti biglietti: perché non basta dire solo ἐλεήμων oppure solo πολυέλεος? Viene facile pensare che, nella mente di chi li introdusse, i due termini fossero diversificati, traduzione in greco da altre logiche linguistiche. In tal caso il greco sarebbe stato abilissimo nell’assimilare queste logiche mediante I suoi aggettivi verbali le sue parole composte. Lo slavonico fotocopia il tutto e si cava d’impiccio; il rumeno segue a ruota. Noi pure dobbiamo fare fotocopie? Se ci richiamiamo alla neotestamentaria accezione di Provvidenza come piena misericordia per gli uomini da parte di Dio, (vedi anche KYRIE ELEISON), possiamo tradurre πολυέλεος/многомнлостнв semplicemente come provvidente, apparendo perfino eccessivo il superlativo. Come sempre, lo scopo di questo ragionamento è di presentare non tanto un termine rigorosamente tradotto, quanto uno pregnante, intuibile, diretto e sintetico: questo penso fosse in origine lo spirito di chi compilò nella propria lingua le nostre liturgie e innologie; il senso della coppia ἐλεήμων – πολυέλεος rimarrebbe diversamente non chiaro; bisognebbe almeno ammettere che molte espressioni in questo ambito fossero rese per assonanza letteraria, cioè per armonica corrispondenza di forme e di suoni, nonché in chiave ermetica e in visione numinosa, allo scopo, per la mentalità di allora, di dare al linguaggio gravità e insieme immediatezza. Se fosse accettabile questa osservazione, sarebbe legittimo e benefico desistere dal tradurre singoli termini con lunghi sintagmi, a volte anche contorti, e dedicarsi di più alla loro immediatezza, per mettere in relazione l’attuale mentalità al reale senso liturgico, allora espresso in modo molto felice.

  85. RAVVIVARE, fare tornare in vita, restituire vitalità: non è presente come concetto nella Divina Liturgia, ma ricorre nell’innologia; è un termine che proporrò di abilitare per concisione, immediatezza e tocco aulico. Vedi anche “AVVIVARE”.

  86. RENDERE GRAZIE: Argomento semplice da svolgere è come mai scrivo ringraziare anziché rendere grazie. La prima scelta mi sembra breve e diretta, la seconda tutto il contrario ed anche ampollosa. Conservo però il sintagma 1) nella preghiera dietro l’ambone solo per armonia nella serie di tre complementi diretti sostenuti nella mia versione dal verbo rendere, 2) come testimonio solenne all’Anamnesi, quando Gesù compie il ringraziamento/eucarestia dicendo la berakà. Per la corrispondenza tra “rendere grazie” e “pregare la Benedizione” vedi BENEDIZIONE e RINGRAZIARE.

  87. RENDEREMO GLORIA A TE. ὃπως… σοὶ δόξαν ἀναπέμπωμεν / яко…тебе славу возсылаем: alla lettera “Affinché…rendiamo gloria a te…” all’esclamazione prima dell’inno cherubico; molto dell’imbarazzo a rendere ad inizio di frase avverbi di una proposizione secondaria, priva di fatto della principale, è contenuto in POICHÉ, PERCHÉ. Di quanto poi siano impossibili certe traduzioni, e di quanto tutti noi, nobili accademici e plebei dilettanti, siamo caduti nei luoghi comuni, pare che pochi si siano avveduti. Ho letto per anni vari commentari moderni alle divine liturgie; tutti erano fiumi di tautologie: ogni cosa è così perché è così; non c’è ombra di esame strutturale dei testi, gli argomenti formulati sono per la sola cerchia, mentre chi non segue la liturgia continuerà a non seguire, estraniandosi o buttandosi in un misticismo casalingo. Ho confrontato in passato alcune versioni italiane di preghiere private: parevano una sfida a tradurre alla massima perfezione formale, con risultati patologici (chi mai chiesto che grazie divine vengano “mandate giù da su”?) Ci sono snelle versioni inglesi e francesi (di cui nessun inglese o francese si lamenta), ma i nostri italiani non avvezzi alle lingue vi rinunciano: che queste versioni siano un metodo di selezione terrenamente darwiniano per scartare i non Eletti?

  88. RINGRAZIARE, εὐχαριστέω/благодарнть: all’Anafora (Elevazione). Meglio ringraziare di qualcosa rispetto al barbaro per qualcosa. Un dilemma su ringraziare viene dal greco εὐχαριστέω, che dal Nuovo Testamento si fa con ὑπέρ + genitivo anziché con il classico περί + genitivo o ἐπί + dativo. Abbiamo nella medesima preghiera dell’Anafora due ringraziamenti: 1) ὑπέρ τούτων ἀπάντων εὐχαριστοῦμέν σοι, in cui con totale evidenza ringraziamo “di” tutto l’esposto progetto di salvezza e 2) εὐχαριστοῦμέν σοι κaì ὑπέρ τῆς λειτουργίας ταύτης in cui alla lettera si ringrazia di “questa liturgia”, ma potrebbe essere anche mediante “questa liturgia”. Penso che sia più valida la prima ipotesi, quella letterale, per la sua attuale incontestabilità testuale, intendendo gratitudine per essere aggregati liturgicamente all’atto salvifico di Cristo. Se scrivo “attuale incontestabilità” è perché non si può escludere un’antica manipolazione che usò la preposizione ὑπέρ allo scopo di favorire la suddetta interpretazione, apparentemente tardiva rispetto a una “theologia prima”, più pensabile con mediante (greco διà + genitivo?). Ma questo ragionamento manca di prove, per quanto ne sappia io, e poi c’è il dogma del textus receptus che nel nostro caso è la summa delle manipolazioni. In attesa di improbabili sviluppi, una soluzione ha funzionato con il Compendio: “ringraziare per questa liturgia”, intendendo ambiguamente sia il buon italiano di, sia il gallicismo mediante. Fra centinaia di grige ambiguità forse ce n’è una buona. Vedi anche RENDERE GRAZIE.

  89. RIPOSARE, ἀναπαύω/упоконть: la nostra bistrattata lingua si prende una rivincita con questo verbo, e non è il solo: verbi come questo sono transitivi con valore causativo; nel nostro caso, arrendiamoci all’evidenza che Dio ha, tra i suoi poteri, anche quello grammaticale italiano di riposare, cioè di “cagionare il riposo a” le anime dei defunti. Chi può seguire con l’attenzione dovuta nelle preghiere la valanga di parole cui siamo acriticamente e indifferentemente adusi, quali “concedere”, “donare” riposo, ed altro di tanto contorto? La nostra lingua, se impostata così, non potrà avere meriti liturgici.

  90. RISPETTO: vedi VERECONDIA.

  91. SERVIRE A DIO, διακονεῖν/служити: nella preghiera dell’inno cherubico. Quanto a sinonimi, abbiamo in italiano la possibilità di gareggiare con il greco, pur senza vincere; lo slavonico a volte fa meno di noi, come nel caso in cui, dopo il primo служити/λειτουργεῖν, da me reso con officiare, al secondo служити/διακονεῖν il buon italiano mi permette servire, ricalcando così il greco; il verbo è qui reso come intransitivo, reggendo il complemento di termine; il caso indiretto conferisce obbiettiva gravità al complemento (“Nessuno può servire a due padroni”), senza significare “abbisognare”, che comunemente ha un costrutto diverso: “a nessuno serve questa matita”, “mi serve un martello”.

  92. SLAVONICO, forse meglio slavone: con questo termine indico genericamente il complesso delle varie forme dello slavo ecclesiastico a partire dai testi del sec. XI. Non è mio compito fare distinzioni specifiche e per epoche, né illustrare i gradi di legame con il paleoslavo. Esamino il testo ai soli fini di una traduzione italiana quanto più accessibile.

  93. SOVRANO e PRÈSULE, δεσπότης/владика: ne ho lette e sentite di tutti i colori sul mio reato di sdoppiamento del sostantivo, scelta condivisa da molte lingue moderne. In tutta la revisione della mia traduzione del 1988, la quale fu benedetta dal memorabile mons. Wladymir (Sabodan), confermo quanto segue: di riservare a Dio sovrano e al celebrante presule. Sovrano è da superanus (derivato dell’aureo superans; confrontabile con “soprano”), cioè colui che sta sopra: si capirà bene che non vuol dire di per sé “re”: se nella nostra costituzione il popolo è sovrano, non è che sia di sangue blu, ma che ad esso spetti di governare. Presule, da praesul, (dall’aureo capo dei sacerdoti danzanti di Marte passò a “preminente in un officio” ancor prima dell’appropriazione cristiana), cioè colui che è preposto al culto, più specificamente se è gerarca, ma non necessariamente, visto che si usa per tutti i prelati e, per esteso, a tutti i celebranti, onorati come prelati. Praesul in latino ha il suo bravo caso vocativo e non vedo perché debba mancargli in italiano; lo dico a chi, non trovando serie contestazioni, se ne uscì, incomprensibilmente, con “Presule non si può usare in italiano perché in latino non ha il vocativo”. Il senso della mia scelta è questo: evitare l’appiattimento su signore e, peggio, la differenziazione tra signore e lo straniero e improprio maestro (maître, master), introducendo un termine solenne quale è presule. Resterebbe per gli irreducibili, e vorrei vedere quanto lo siano, per entrambe le accezioni il termine unico “padrone”, che per, quanto impopolare, è tecnicamente più corretto di sovrano e presule.

  94. TESTAMENTO διαθήκη/завет: atto ufficiale decisionale; per traslato e nell’uso moderno come accezione preponderante: disposizione testamentaria (tautologia?), e poi, naturalmente, convenzione, accordo, alleanza. Essenzialmente testamento è un’attestazione da rispettare, sia da parte di chi la emette, sia di chi la riceve. La differenza basilare con “alleanza” sta nel fatto che testamento è emesso su iniziativa della parte in causa più autorevole: ecco perché diciamo così anche del lascito di beni da parte del defunto agli eredi, a motivo della potestà nel disporne. “Alleanza” ha obiettivi più ristretti nel tempo e nel merito, e si stipula tra due parti di pari dignità e pari affidabilità, ma non necessariamente di pari grado; naturalmente la storia conosce più voltagabbana che leali alleati e la religione l’impossibilità dell’uomo di essere alla pari con Dio, per cui io ne critico l’uso religioso. “Patto” è ancora più limitato. Nella religione dell’umanesimo prevale il lemma “alleanza”. L’umanesimo mise l’uomo al centro dell’universo: ennesima ubriacatura di sé del solo cristianesimo occidentale, ancora sopravvivente. Se si riconosce la centralità del teantropismo (dottrina della divino-umanità), ovvero se si è Ortodossi, mi pare divenga naturale che si scelga testamento: il termine, pur settoriale, antiquato, severo, relegato in occidente al solo taglio in due a posteriori della Bibbia, quando non alla sola eredità, per noi è pieno di significato, come sopra ho provato a dimostrare. Basta spiegarlo durante la catechesi, magari più concisamente di quanto non faccia il presente articolo.

  95. TESTIMONIANZA, μαρτύριον/свндения, al salmo 92 dei LXX durante la Presentazione: in buon italiano sarebbe testimonio, ovvero ciò che si attesta, mentre testimone è colui che attesta. Una certa evoluzione del linguaggio ha cambiato le carte in tavola, ma ciò non toglie che testimonio abbia come prima accezione il significato di attestazione personale. Per evitare confusioni, facili al singolare per ignoranza e al plurale per paronomasia, sono costretto per lo più a rendere testimonianza.

  96. TI SEI COSTITUITO NOSTRO PONTEFICE, ἐχρημάτισας/ был еси, nella preghiera del Grande Ingresso: preferisco approfondire il testo greco, che distingue il verbo precedente γέγονας da ἐχρημάτισας, mentre lo slavonico ripete был еси. Χρηματίζω vuol dire molte cose, ma qui sta per “nominarsi”, “assumere veste di”. Provo a spiegarmi come mai lo slavonico traduce ancora una volta “divenire”. Anche il termine greco ha infatti un significato simile a divenire, “passare a”, ma solo con l’avverbio proclitico εἰς: εἶς τι, “a qualcosa”; Cristo che “diventa”, “passa a” pontefice evidenzia dunque una condizione potenziale che si rende finalmente attuale, non una reazione estemporanea all’incalzare di un evento. Ho tradotto piuttosto da χρηματίζω anziché da быть con costituirsi, “dichiararsi”, “assumere veste o ufficio di”, anche per proprietà di linguaggio: “Si costituì giudice fra i due contendenti”; “Quelli che s’eran costituiti guardia del corpo di Ferrer” (Manzoni) (cfr Treccani). A prevenzione, evidenzio che anche l’espressione forense “costituirsi alle forze dell’ordine” ha lo stesso significato di “dichiararsi” nel sottinteso “reo”, così come “costituirsi parte civile” è un dichiararsene o assumerne veste o ufficio.

  97. TOGLIERÀ LE TUE INIQUITÀ E MONDERÀ ecc., ἀφελεῖ, περικαθαρεῖ / отиметь, очистить: in greco i due verbi sono resi al futuro. Non ho invece trovato sui testi ufficiali del Patriarcato di Mosca la citazione biblica, mentre essa è riportata in una traduzione recente di receptus slavonico. Ἀφελεῖ e περικαθαρεῖ sono entrambi un indicativo futuro attivo: ἀφελεῖ, forma posteriore, non presente nella κοινή, di ἀφαιρέω; e περικαθαρεῖ, forma contratta di περικαθαριεῖ. Se ne deduce che questa traduzione, non presentando ambiguità o altri ostacoli, va resa con il futuro semplice e non con il presente, come altrove riscontrato. Penso che la conoscenza non di seconda mano del testo greco sia necessaria per lavori di questo genere; ciò vale anche per la patristica e per tutta la teologia, e non mi spiego come grandi e famosi accademici locali osino esentarsene. Non aggiungo nulla in favore della conoscenza anche del latino, almeno nulla più di quanto non si possa immaginare.Vedi anche MONDARE.

  98. TRINITÀ, τριὰς/тронца: “triade” in italiano è complesso, gruppo unitario e organico, di tre persone o divinità, di tre enti o elementi; “trino” è l’aggettivo della consistenza di tre persone o enti o elementi ed è sinonimo di “triplice” e, in accezioni tecniche, di “trinato”; “trinità” è la condizione di essere “trino”, con lo speciale riferimento al mistero divino nel cristianesimo. Fin qui il buon italiano della Treccani. Ho sempre predicato che “triade” è la perfetta implicazione ortodossa di τριὰς, perché qui commentiamo, per quanto ci è rivelato, la consistenza in sé di tre persone nell’unica essenza; “trinità” è la modalità di essere tre: questo concetto calza meglio alle interpretazioni eterodosse del mistero divino basate sulla relazione che intercorre fra le Tre Persone, spacciandole per essenza. La tesi che l’uso di termini correnti in occidente faciliti la comprensione sembra ormai prevalere, anche in relazione ai fenomeni culturali di massa cui ci si prona: tutto considerato e obtorto collo ho preso da tempo anch’io a dire e scrivere trinità, pur distinguendo instancabilmente nella catechesi.

  99. TRISAGIO, τρισάγιον/трнсвятое: è termine italiano, dall’uso liturgico del Tempio approdando alla nostra letteratura del Novecento: “È bello che anche la Patria abbia il suo trisagio come l’Iddio Signore tre volte santo” (D’Annunzio). Il termine è sia aggettivo che sostantivo. Nota di colore: una ricostruzione dal latino all’italiano è per me impossibile: ter sanctus porterebbe a un neologismo “tersanto” o “trisanto”, non necessario, a motivo del già accreditato ma dotto trisagio. Proprio perché termine dotto l’etimo greco potrebbe dispiacere ai fedeli di cultura slava; dobbiamo però ammettere che dai lontani tempi delle due peggiori invasioni di Costantinopoli, molti greci colti e non, profughi o immigrati in Italia, hanno apportato alla nostra lingua un gran numero di loro termini, non solo religiosi; questi sono penetrati fin nella lingua comune e hanno prodotto neologismi, oggi irradiati a molte altre lingue. Se oggigiorno la lingua italiana ricevesse l’apporto stabile di altrettanta abbondanza di termini slavi, risulterebbe altrettanto arricchita.

  100. UN MARE DI PAROLE (polilalia): questo sento da non credenti e da credenti di altre confessioni cristiane a proposito delle nostre preghiere. Già negli ambienti ortodossi nordamericani circolava l’espressione “incubo degli editori”, autoironia sulla complessità, lunghezza e eccesso di parole delle nostre preghiere, che avrebbero sfinito chi le stampava in monotype. Anche con mezzi di stampa modernissimi, “mare di parole” in realtà ci accusa di incapacità a tradurre la ricchezza della nostra eucologia e innologia; la conseguenza di tale incapacità è il disagio mentale di un occidentale di fronte alla carenza di concisione, chiarezza e scorrevolezza, e spesso anche di una certa logica cui è abituato, in una parola, di immediatezza; e pensare che la cultura occidentale è il nostro target! Come è noto, ci sono lingue moderne occidentali, come il tedesco quanto a parole composte (peraltro non ad libitum) e declinazioni, nonché l’inglese quanto a costrutti immediati, che sono a vocazione sintetica; le neolatine sono irrimediabilmente analitiche; al fine di inseguire la precisione sintetica delle lingue liturgiche, possono solo usare sintagmi, ricorrere ai termini sintetici di altre lingue o creare neologismi che spesso sanno di pubblicitario; essendo plasmate su moduli laici, le lingue moderne sono renitenti ai temi religiosi e non tollerano contorture e prolissità di traduzioni da compito in classe. Questa condizione non è solo un dramma per i Cristiani d’Oriente, lo è anche per quelli d’Occidente, ma questi hanno già risolto la faccenda a sciabolate sui testi. A noi, legati alla perla di tanta tradizione liturgica, per rispondere a questa critica non resta che conservare integro il patrimonio innologico, usando però la massima sintesi, anche a costo di non tradurre alla lettera, pur con la necessaria eccezione delle formule dogmatiche. Ecco perché ritengo di dover rendere con un solo lemma concetti altrimenti divenuti prolissi nelle nostre traduzioni (polyèleos, filànthropos, theotòkos, makròthymos, zōopoiòs, zōodòtēs, theoforos ecc.), perché coordino frasi in origine subordinate e perché frammento espressioni in origine lunghe e affannose. L’”acqua santificata” è un altro esempio di sillabe sprecate: da noi basta “acqua santa”; l’aggettivo “santa”, qui sottilmente posto dopo il sostantivo, richiama a sanctus in quanto “sancito”: è già un aggettivo participiale perfettivo e non tollera ulteriore costruzione a verbo; va da sé che una necessità tecnica o temporale diversa richiede il participio passato di “santificare”, così come va da sé che una “santa acqua” improvvisamente decàde dal pregnante significato esposto.

  101. UN ESERCIZIO DI TRADUZIONE: mi è stato posto da uno stimato teologo un quesito su Giovanni, cap. 12 vers. 3, sull’aggettivo in genitivo singolare πιστικῆς, comunemente tradotto con “puro”. Anticipo che “puro”, anche al superlativo, ricopre presso i nostri traduttori un entusiastico favore nel rendere svariati lemmi, scorrazzando da ἄχραντος a ἄκήρατος, σεμνός, ὅσιος fino a πιστικός; non parlo solo dei nostrani e ruspanti accademici, ma anche del mio amatissimo prof. Raffaele Cantarella (Mistretta, 1898 – Milano, 1977), sommo grecista e bizantinista, tra l’altro traduttore attentissimo di sacre scritture, che in questa pericope ha tradotto, quoque tu, con “puro”. La fissazione di tradurre ogni aggettivo che capita a tiro con “puro” per me è dovuta ad un aspetto visigoto, parte oscura del più vasto morbus gothorum, la quale, tra arianesimi, adorazioni di interiora, cilici, flagellazioni, altri devozionismi neanche da elencare, auto da fé, apparizioni di madonne teologicamente disinvolte, celibato e filioque, ancora oggi intossica una bella fetta di cristianesimo. (“Intossicare” mi giunge da un servizio televisivo su papa Roncalli, solo che l’allora nunzio in Grecia nel suo diario riferiva tale verbo all’Ortodossia di colà). Mettiamola così, per tornare all’abuso di “puro”: “Omnia pura puris”! Il quesito: il mio interlocutore mi informa che è in uso nel suo ambiente la versione di νάρδου πιστικῆς come “nardo di fedeltà”. Intanto questa versione osa ribellarsi alla dittatura del “puro”, e ciò pare incoraggiante; qui però ci chiediamo se anche questa traduzione sia corretta. Esamiamo dapprima il lemma “nardo”. Ci giunge dall’ebraico nerd attraverso il greco νάρδος e il latino nardus e nardum; si tratta di aromi di vari fiori, definiti da Plinio, secondo la provenienza, gallico (o celtico), italico, cretese, indiano; quello italico era alla lavanda; si può pensare che quello che circolava in Palestina fosse cretese, alla valeriana italica, o indiano, alla valeriana Jatamansi, spica nardi. Il nardo del vangelo non sembrerebbe un’improvvisazione di aromi locali, bensì roba D. O. C., visto che è definito πολύτιμος. In greco il genere di νάρδος è maschile o femminile; qui uno dei due aggettivi riferiti a νάρδος è il citato πολύτιμος, cosiddetto “a due uscite” (cioè con una desinenza in comune per il maschile e il femminile e un’altra per il neutro), che non ci aiuta a distinguere il genere di νάρδος; πιστικῆς, concordando con νάρδου, chiarisce che il sostantivo è assunto al femminile. Tale aggettivo significa due cose. 1) Derivando da πίστις, “fede”, è “fedele” e giustificherebbe questa spirituale versione “di fedeltà”, 2) quando deriva da πίνω, “bere”, vuol dire però “potabile” e nel traslato “liquido”. Si tratta dunque di una banale svista da dizionario che si riferisce tecnicamente alla qualità liquida dell’essenza oleosa di nardo, qui: “liquida”; penso sia intesa come “non indurita”, non sofisticata da polveri di zavorra: se fosse sofisticata non sarebbe πολύτιμος, costosissima”, “preziosissima”. Tale nardo è solo lontanamente “puro”, né mi pare sia “di fedeltà” se non a posteriori, per descrivere l’atto della donna ante litteram mirofora; né che sia un commento mistico intrinseco ai vangeli, che al proposito sono sobri; mi pare dunque sia fluido, che sta per “non sofisticato”, cioè “di buona qualità”: insomma, io lo direi genuino; discutibile la versione alla lettera con “liquido” o “fluido”, un tempo ben compresa quanto alla pratica stessa al nardo e oggi inefficace quanto al messaggio da trasmettere. Preferirei, insomma, questa versione di genuino, che ben fa il paio con costosissimo.

  102. UN TRONO DI CHERUBINI, ὁ ἐπί θρόνου χερουβικοῦ / на престоле херувимсте: a forza di leggere la medesima versione delle mille traduzioni, che Dio sia seduto “sul” trono, per di più “cherubico”, abbiamo contemplato questo concetto in modo talmente acritico, che non ci chiediamo neanche più su come visitare il concetto in buona e chiara lingua. Il greco, che è provvisto dell’articolo determinativo, qui non lo usa, dunque intende “un” trono; esso non è, come si apprezza seguitando, né di legno né di pietra, e non è nemmeno fisso, è un trono speciale, “il” trono di Dio, che richiederebbe l’articolo, il quale invece manca; è questo un artifizio per premettere che è sì “un” trono, ma non uno qualunque, per poi precisare che è fatto di cherubini. L’aggettivo “cherubico”, tradotto, come aggettivo, alla lettera in italiano, scivola via senza pensieri, come dire “bello” o “dorato”; è anche ambiguo e in ogni caso fuorviante, perché vuol dire che il trono è sia “cosa da” cherubini, sia che è “fatto di” cherubini. Ciò avvalorerebbe quelle angelogie che vogliono gli incorporei creature provvisorie legate agli elementi naturali, di agostiniana memoria. Dire “un trono di cherubini” è dire chiaramente che i cherubini “costituiscono” lo speciale trono. Il testo, prima banalizzato, è ora valorizzato, credo io, con il poco della presente versione. Spesso ho tuonato contro i cattivi maestri della nostra lingua, esaltati dal tradurre “in esclusiva” la Liturgia, ma questa volta penso vadano solo compianti. Tutti noi infatti siamo permeati di alcune traduzioni solo apparentemente precise, ma in realtà acritiche, come è il caso di testi pubblicati in ambienti di teologia occidentale a indebite sfumature orientali; insomma, siamo stati tutti più o meno capti, affascinati, dai testi in italiano di fonte uniata o biritualista (un tempo gli unici) e ne restiamo captivi.

  103. USARE MISERICORDIA: da un bel pezzo non più in uso “misericordiare”, ho pensato che ci restava “usare misericordia” (a q.cuno), per non annegare in molte sillabe di molti lemmi, ma soprattutto per non creare confusioni di logica. Nel caso specifico, se uno o più verbi esprimono il complemento del pronome personale “noi” mediante la particella pronominale enclitica “ci”, altri verbi che si inseriscono nel contesto con un complemento esplicito “noi” generano nella logica della nostra lingua un cortocircuito, a volte solo subliminare, altre volte palese; non ce ne accorgiamo perché, volendo essere buoni, siamo assuefatti a uno stile grossolano e, a voler essere cattivi, perché non riflettiamo nemmeno su come preghiamo. Provo a fare un esempio: “Chiamami Antonio e stringi a me la mano”. Pensiamo ora alle litanie che partono con una serie di verbi che esprimono il “noi” mediante la particella pronominale “ci”: “Soccorrici, salvaci…”…: il periodo procede dolcemente, ma all’improvviso stride e sbanda sotto il sintagma “abbi misericordia di noi”, con il “noi” finale che inocula il dubbio subconscio che ci siano dei “noi” che non siamo “noi”; la litania non riprenderà più il suo ritmo, anche spirituale, partito bene perfino nella nostra renitente lingua; se poi diciamo qui “abbi pietà di noi”, possiamo anche percepire gelo e tristezza. Usare misericordia indica una sorta di consuetudine o propensione nel soggetto che compie l’azione; avere misericordia appare più subitaneo. Non si direbbe che Tizio, incontrando un bisognoso, gli usasse misericordia quando gli versò un obolo e riprese la strada; in tal caso ebbe misericordia di lui; gli avrebbe usato misericordia se si fosse intrattenuto con lui, fosse tornato a trovarlo, lo avrebbe aiutato come poteva, ecc. È la solita storia degli aspetti verbali, mai considerata nella nostra lingua, nonché dell’appropriatezza dei sinonimi, i quali costituiscono un carnevale linguistico presso i nostri sponsorizzati giovani e presso i vari ortodossissimi stranieri, tutti eccellenti traduttori. Mantengo la versione “avere misericordia di…” il più possibile nelle citazioni bibliche. Ho anche reso “colmare di misericordia” quando, come nel policronio, necessitava un complemento diretto per uniformità al primo verbo transitivo, “salvare”. Tradurre con i medesimi lemmi in tutte le circostanze? Io dico di no, e ciò dipende dalla proprietà di linguaggio, dagli aspetti verbali, dai sinonimi disponibili, ma soprattutto dalla logica di una lingua.

  104. VENERATA CASA, ἐν τῷ … πανσέπτῳ ναῷ / во … всечестнем храме: già affrontata e risolta l’ambiguità di храм, la quale mi consente di insistere sulla versione casa, traduco l’aggettivo con venerata, cercando di tagliare corto con i superlativi imbarazzanti per l’asciutto linguaggio moderno. Vedi anche FRATELLI SACERDOTI e PREGHIAMO IL SIGNORE e CHIEDIAMO AL SIGNORE al paragrafo B.

  105. VERBI ASSOLUTI. VERBI INTRANSITIVI COME TRANSITIVI E VICEVERSA: fermamente e definitivamente, ammonisco che qualunque verbo transitivo può essere espresso in modo assoluto, cioè privo di complemento oggetto, senza che perda la sua natura transitiva: “Paolo legge”; “Giovanni mangia”; tanto serve ad evitare perifrasi pedanti, cocciute, non auliche e ingiustificate simili alle seguenti: “Paolo esamina con la vista uno scritto”; “Giovanni assume del cibo”. Seconda nota: il verbo intransitivo può essere usato come transitivo quando la base semantica del complemento coincide con quella del predicato (“dormire il sonno del giusto”, “salire le scale”), oppure quando il complemento oggetto si forma dalla stessa radice del verbo (“vivere una vita spensierata”), ma anche per estensione intuitiva (“vivere un’avventura meravigliosa”, “salire la croce”). Caso particolare sono i verbi per sé transitivi, ma non con il complemento oggetto che solitamente reggono: “pregare una grazia dai Santi”, anziché pregare i Santi di una grazia”. Terza nota: nelle buone grammatiche esiste un elenco di verbi alternativamente transitivi e intransitivi, come per esempio il temutissimo e sconvolgente inneggiare (utile per evitare di “cantare” troppo, specie se si parla di inni e non di canzoni), nonché un elenco di verbi che in passato erano obbligatoriamente e/o facoltativamente transitivi e oggi intransitivi e viceversa. Tratterò a parte il caso di “arrivare”, e non per divagare. “Arrivare” ha un uso transitivo che appartiene alla letteratura e al buon giornalismo, a motivo della sua efficacia: “arrivare uno con un coltello” dice di un lancio irrazionale eppure mirato (la Corte giudicherà); “arrivare la stazione” dice l’affanno di chi, in ritardo, riesce a non perdere il treno; stonerebbe se fosse detto del treno; tuttavia, nel dramma delle nostre ferrovie, ne vedrei corretta l’estensione. Questo, insieme a tutta la trattazione di sopra, dice della creatività di una lingua che cerca di ovviare alla sua natura analitica producendo espressioni dirette ed eleganti. È bene prenderne atto proprio di fronte a traduzioni pedanti che si autoreferenziano auliche. Vedi anche NON INDURCI e RIPOSARE.

  106. VERECONDIA, εὐλάβεια/благоговение: anticamente “timore di fare cosa che possa venire rimproverata”, oggi è piuttosto “disposizione di chi rifugge da ogni cosa che possa, anche lontanamente, offendere il pudore, la riservatezza e la modestia” e ha una visuale interiore. Quando serve un termine più accessibile e di visuale dall’esterno, nella mia versione dico rispetto.

  107. VITALE: ζωοποιός/животворящый: 1. Che dà e mantiene la vita, necessario per la vita. 2. Che ha la capacità di vivere. La prima e primaria accezione, interessa i nostri testi ed evita perifrasi o altri aggettivi di difficile pronuncia e non direttamente comprensibili, come i noti “vivifico” e “vivificante”. Buon antidoto, vitale, alla prolissità (come “creatore di vita”) e alla compulsione di traduzioni letterali. Traduzioni letterali? nemmeno lontanamente: “vivificare”, spacciato per “creare vita” significa “infondere brio, vivezza” (che è un po’ meno di “vivacità”), oppure è “aumentare i sentimenti spirituali”; solo in poesia significa “dotare di vita”, per cui, insistendo, il santo Spirito sarebbe “dotatore di vita”. Vedansi comunque i temerari AVVIVANTE per “datore di vita” e RAVVIVARE per “riportare in vita”.

  108. VIGILANZA, νῆψις/трезвение: “sobrietà” è una delle accezioni di νῆψις, dopo quella primaria diastinenza dal vino”; ciò richiedeva e richiede una attenzione speciale, la vigilanza, per non cadere nel vizio; non mi pare invece che qui significhi “moderazione”, “pacatezza”. Riferiscono alcuni studiosi che in origine (certo prima dell’VIII secolo, come testimonia l’Eucologio Barberini), c’era νίψις, scritto con iota anziché con eta: “risciacquo”, dunque “lavanda” di purificazione; si leggono ai nostri giorni timidi commenti liturgici ispirati a questa variante, quasi a recuperare il messaggio della vocale perduta, come per esempio la versione “pegni di purificazione per l’anima”, nelle note dei traduttori al capitolo 27 del “Commento della Divina Liturgia” di Cabasilas. Erasmo dice del receptus νῆψις (con la eta): vigilantia. Vigilanza passa da “stato desto”, “di veglia” a “controllo attento dei propri pensieri, sentimenti, atti”: il Tommaseo cita a questo proposito i Moralia di san Gregorio Magno nella versione di Zanobi da Strata, 1486: “Debbe stare intenta e vigilante la mente a correggere sua vita”. Annoto che 1) l’antico νίψις ignorava la “sobrietà” dell’anima; 2) “vigilantia” costituisce una sorprendente mediazione tra le due varianti, da un lato serbando il receptus, e dall’altro evitando i cambiamenti radicali creati dalla diversa vocale; 3) vigilanza non perde quell’energia così evidente nell’antica νίψις: pur diversi, ma entrambi i termini, “lavanda” e vigilanza, nel loro dinamismo comune, sembrano ben tratteggiare l’idea dell’esercizio continuo che il cristiano affronta nel mondo.

  109. VITA CALMA E TRANQUILLA: ἤριμον καί ἠσίχιον / тихое и безмолвное: “La tranquillità può riguardare solamente la persona o la cosa, senz’accennare relazione estrinseca (…). Tranquillo è l’oggetto che non ha turbamento. La tranquillità non esclude l’idea del moto, purché non violento.” Quiete è cessazione o sospensione o grande allentamento di moto. Può essere quiete, senza tranquillità, nello spirito; può un moto essere tranquillo, e nondimeno essere moto, cioè il contrario di quel che propriamente si chiama quiete.” “Calmare è l’opposto d’agitare. Calma conciliasi meno all’idea del moto: muoversi tranquillamente, non già, muoversi con calma.” Questo dal Dizionario dei Sinonimi del Tommaseo. Confermo pertanto nel primo degli aggettivi calma, giammai “quieta”, se riferita alla vita; così resi gli aggettivi di una vita mi sembrano entrambi pregnanti e contigui.

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