Commentario alla traduzione della Divina Liturgia

PREMESSA

I testi presentati vogliono essere un contributo alla traduzione dei testi liturgici. In quanto contributo non pretendono di essere assunti a definitiva eccellenza, né di soppiantare altre esperienze. Il metodo della presente traduzione si basa su alcuni assunti, molti dei quali consolidati e qui sotto esposti. Sappiamo che lo slavonico della Divina Liturgia è lingua modellata allo scopo, una sorta di esperanto, mi si perdoni l’accostamento, mentre le lingue moderne hanno già una loro formazione e sono meno plasmabili agli scopi liturgici.
Se tradurre è tradire, dobbiamo ammettere che le traduzioni delle traduzioni, come è quando si traduce sul testo slavonico, o in più sul testo rumeno o arabo, sono tradire tante più volte, quanti sono i passaggi di mano, a meno che non si considerino tali versioni a sé stanti e divinamente ispirate: tanto ci obbligherebbe alla loro intoccabilità, con la più letterale, desolante e incomprensibile delle versioni; eppure questo è accaduto finora nelle traduzioni italiane; le discrepanze tra greco e slavonico, spesso solo apparenti, sono a volte ingigantite, sino a divenire differenze da competizione.
Queste affermazioni non escludono la doverosa e rispettosa consultazione di tutte le traduzioni tradizionali, ma pretendono la conoscenza di lingua e testi greci.
Gli esperti ci dicono dunque che lo slavonico liturgico costituisce una favorevole esperienza di come una lingua creata ad hoc conservi la mentalità ortodossa fuori dai contesti mediterranei. Gli stessi ci dicono che per conservare tale mentalità nelle lingue moderne bisogna affrontare un percorso differente.
Tanto premesso, ho cercato di confrontare per la presente versione i testi greci e slavonici non senza perdere di vista quella rumena e le principali sperimentazioni moderne. Il concetto che il testo slavonico è traduzione dal greco non è esaustiva: il greco liturgico include a sua volta altre culture cristiane, che oggi diremmo mediorientali, tutte con la propria logica di lingua; il pensiero moderno si accontenta per sé di chiarezza logica nella traduzione, ma anche questa minima esigenza pare scontrarsi con una formale intoccabilità dei testi. In un simile contesto, la traduzione della liturgia può occuparsi ai suoi fini anche dell’evoluzione dei testi? Se sì, il potere dei vari receptus vacilla. Penso poi che si debba dispiegare tutta la creatività specifica di ciascuna lingua ricevente. È semplice constatazione che i commentari successivi al consolidamento della Divina Liturgia, di solo ordine mistico, aiutino poco il processo di analisi linguistica; nel commento del Cabasilas e in testi patristici ho trovato tuttavia spunti tecnici; per il resto dobbiamo affidarci a studi più recenti.
Appartenere alla Chiesa Russa significa anche seguirne il tipico. Ho pensato di farmi guidare dallo Hiératikon del p. Denis Guillaume.
A prevenzione di riprovazione accademica, il mio programma di traduzione è solo pastorale. Quanto alla versione in sé non mi sono arrampicato sulla traduzione letterale o sull’uniformità di versione dei singoli termini e costrutti, specie quando la lingua non tollera tali manovre; ho inseguito termini diretti, rifuggendo il più possibile da parafrasi e da letteralismi, nonché da verbi servili o epistemici; ho cercato l’immediatezza e il ritmo della lingua italiana. Ho usato anche costrutti e termini per noi oggi meno comuni, ma legittimati da letteratura, dizionari e grammatiche, al solo scopo dell’immediatezza (p. es. secondo le tue dimolte indulgenze, per “secondo la moltitudine delle tue indulgenze”, 13 sillabe contro 17), e simili. Pochi termini specifici sono stati confermati rispetto al Compendio del 1989: già all’indomani della pubblicazione, dopo una traduzione secondo l’indirizzo di una commissione ad hoc, ne sentivo i limiti; ad essi si aggiungevano i grossolani errori di stampa, ripresentatisi dopo ben tre correzioni di bozza; da allora ho dedicato per un trentennio una parte del mio tempo allo studio e alla revisione; ciò che non ho fatto è disprezzarlo, anzi, ho rispettato in esso quanti allora contribuirono alla stesura e quanti vi sono tuttora affezionati. Il principio supremo, tanto semplice da essere disarmante, che ha guidato il mio metodo è stato: “La traduzione deve essere tanto fedele quanto possibile e tanto libera quanto necessario”.
Si troveranno nella presente versione impianti inusuali ad un pubblico formato alla cultura di massa, ma il rischio di svendere i valori trasmessi dalla nostra liturgia è stato per me più grande del cedere alla lingua di cinquanta vocaboli: anche a rifiutare di considerarli accessibili, resta sempre la catechesi a spiegare i termini più difficili.
Mi permetto qualche nota più severa sul metodo di traduzione, perché sembra ne debba esistere uno solo: la versione pedissequa; questa è la principale causa di non comprendere. Sembra poi ci sia una gara a tradurre sotto il vessillo del pauperismo espressivo. Trovo giusto reagire con una versione rispettosa della nostra lingua classica, a costo di usare termini e accezioni non usuali al parlare comune, ma propri ed elevati rispetto agli argomenti liturgici.
Nel commentario che segue si trova anche del nozionismo spicciolo; se sarà considerato saccente me ne scuso, non era questa l’intenzione; d’altronde si converrà che il dilettante deve dar conto per filo e per segno di ogni iota tradotto, e che l’accademico, o presunto tale, nulla deve. Per questo lavoro ho coinvolto molti volontari attenti, non solo dotati di specifica formazione, ma anche versati in altri campi, ortodossi e non, soprattutto per gli aspetti linguistici; rivolgo un particolare ringraziamento a chi, per motivi di stretta e certificata professionalità, ha risposto con competenza ai miei quesiti e dubbi. Ringrazio anche la persona che mi ha consigliato di compilare articoli su ogni scelta dei termini, ed anche chi si è preso la cura di allestire il sito. Ringrazio da ora chi vorrà con buona coscienza correggere sviste o potrà suggerire di meglio.
Voglio concludere dicendomi felice di questa esperienza, fatta non solo di ricerca, ma anche di riflessione e di dialogo. Mi piacerebbe non tanto aver compiuto un’impossibile traduzione perfetta, quanto aver proposto un metodo alternativo a quello finora imperante, cui il lavoro corale ha fatto da antidoto; non mi sono però esentato dalle scelte e dalla responsabilità del testo finale. Avverto che negli articoli le citazioni dei termini originali sono riportate in caratteri propri e nelle declinazioni o coniugazioni del testo in esame, anche qui chiedendo venia di eventuali sviste.
La revisione costante del testo è quanto serve a garantire miglioramenti; non la si deve fermare; è agli antipodi della pretesa di fissare le traduzioni liturgiche su libri, perfino costosi, spesso rifiutati all’unanimità, a dispetto delle imposizioni ufficiali. Vorrei che il processo da me proposto si fermi solo al conseguimento di un reale e ampio consenso; e perfino questo potrebbe accadere per breve tempo, per ripartire verso ulteriori aggiornamenti; è questo un esercizio duro per chi si contenta di una versione acritica.
Quale “pronto soccorso” per le officiature in italiano (non quale editio princeps, come malevolmente equivocato: questo compito lo lasciamo a chi lo sa fare, meglio se con successo!), il “Compendio” fu ai suoi tempi il primo testo del genere scritto e pubblicato da ortodossi italiani per l’uso liturgico; il nostro non fu impostato su schemi confusi, bensì, pur in piccolo, sul modello del συνέκδημος (vademecum), popolare successo della Chiesa di Grecia; tale formula fu concepita quando, non dimentichiamolo, oltre Cortina di Ferro era pericoloso perfino possedere testi sacri e al di qua ci si indignava per le celebrazioni in lingua moderna. Lo spirito del Compendio Liturgico del 1989 continua, anzi si rinnova e torna a conseguire altri umili primati: oltre ad essere il primo testo impostato sulla revisione continua, è il primo a presentare un lessico liturgico e a renderne conto, è il primo a riconoscerne i limiti e a chiedere collaborazione aperta.

BIBLIOGRAFIA MINIMA

1. Liturghier. Editura Institutului Biblic şi de Misiune al Biserici Ortodoxe Romane. Bucuresti, 1995.
2. Ἱερατικὸν: Αἱ Θεῖαι Λειτουργίαι. Ἡ Ἀποστολικὴ Διακονία τῆς Ἐκκλησίας τῆς Ἐλλάδος, 1968.
3. Ἱερατικὸν: voll. 1, 2 e 3. Ἓκδοσις Ἱερὰς Μονῆς Σιμῶνος Πέτρας. Ἅγιον Ὄρος, 2013.
4. La divine Liturgie de St. Jean Chrysostome. Monastère de la Transfiguration de Aubazine, 1975.
5. Archimandrita Venediktos Katsanevakis: I Sacramenti nella Chiesa Ortodossa, Ed. presso la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo dei Nazionali Elleni, Napoli, 1954.
6. Ἐπιστασίᾳ Ἀρχιεπισκόπου Ἀθηνῶν Χρυσοστόμου (†): Ἡ Θεία Λειτουργία τοῦ Άγίου Ἰακόβου τοῦ Ἀδελφοθέου. Ἡ Ἀποστολικὴ Διακονία τῆς Ἐκκλησίας τῆς Ἐλλάδος, 1970.
7. S. P. N. Joannis Chrysostomi, Archiepiscopi Constantinopolitani Opera Omnia quae exstant vel quae ejus nomine circumferuntur, etc.: Tomus Duodecimus. J. P. Migne, Parigi, 1862.
8. Cabasila: Commento della Divina Liturgia. Ed. Pad. F.M.C. Grafiche Messaggero di S. Antonio, 1984 (Traduzione dal greco e note di Mark Davitti e Sergio Manuzio).
9. C. A. Swainson: The Greek Liturgies. Cambridge University Press, 1884.
10. Denis Guillaume: Hiératikon, tome 2: Les Divines Liturgies. Diaconie Apostolique, 1986.
11. Liturgia Bizantino-slava di San Giovanni Crisostomo. Centro Studi Russia Cristiana, 1958.
12. Y. G. Bouissou d’Arnaudet: Divine Liturgie de St. Jean Chrysostome, traduite en langue D’Oc. Editore (?) Anno (?)
13. M. B. Artioli: Liturgia Eucaristica Bizantina. Gribaudi, 1988.
14. I. F. Hapgood: Service Book. Antiochian Orthodox Church, 1975, revised 5th ed.
15. Commissione Liturgica del Decanato d’Italia della Chiesa Ortodossa Russa (Patriarcato di Mosca); traduzione di A. Lotti: Compendio Liturgico etc. Il Cerchio, 1988
16. Грнгорнй Дъяченко: Церковно-славянский Словар. Исдателъсво “Отчнй Дом”, Москва, 2002.
17. Vocabolario della Lingua Italiana: Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da G. Treccani, Roma, 1986.
18. N. Tommaseo et al.: Dizionario della Lingua Italiana. L’Unione Tipografico-Editrice, 1865, ristampa 1973.
19. N. Tommaseo: Nuovo Dizionario dei Sinonimi e dei Contrari. Fratelli Melita Ed., ristampa anastatica del 1987.
20. Istituto della Enciclopedia Italiana: Vocabolario della Lingua Italiana
21. L. Pestelli: Parlare Italiano. Feltrinelli, 1979.
22. G. Mounin: Guida alla Linguistica. Feltrinelli, 1971.
23. N. Abbagnano: Dizionario di Filosofia. UTET, 2005.
24. A. A. Sobrero (a cura di): Introduzione all’italiano contemporaneo. Le strutture. Laterza, 1993.
25. A. A. Sobrero, A. Miglietta, A.A.: Introduzione alla Linguistica Italiana. Laterza, 2009.
26. Serianni-Castelvecchi: Grammatica Italiana ecc., UTET, 1988.
27. J. B. Carroll: Psicologia del Linguaggio. Aldo Martello Ed., 1966.
28. Православный Богослуеный Сборник. Издание Московского Данилова Монастыря. 2000.
29. I Menei in edizione della Chiesa Ortodossa Russa, Greca e Moldava.

È stato impossibile elencare i siti elettronici consultati.

COMMENTARIO LINGUISTICO

1. A DUE O TRE CONCORDI, δύο καὶ τρισὶ συμφωνοῦσιν / двема или трем согласующимся: nella preghiera della terza antifona; il passo è di Matteo 5: 19; vi scorgo, tra l’altro, la contestazione alla limitazione di costituire una sinagoga col minimo di undici fedeli maschi: Gesù approva invece la comunità di preghiera con un quorum minimo, senza differenze di genere e, aggiungerei, senza luogo fisso, purché si concordi nel suo nome. Va detto che la preghiera presenta più temi scoordinati, acuiti quando la si traduce alla lettera; ho notato lo stesso disagio in recenti versioni: alcune hanno trovato doveroso rivisitare il testo; concordo con questo atteggiamento, fornendo la mia versione. Vedi anche IN PRO, ACCORDO, ARMONIA ecc., ADEMPI e LARGIRE.
2. A SUO TEMPO, πάλιν/паки: alla lettera ancora, nella preghiera dopo l’anamnesi: è riferito a παρουσία/пришествие e non al verbo μεμνημένων/поминающе; non sfugge il pleonasmo verso δευθέρα/второе, se “ancora” è un avverbio iterativo. In effetti una seconda oltre che“ri”-παρουσία/пришествии è troppo per la nostra logica di lingua; tuttavia in origine questa frase è coerente, perché secondo me πάλιν non è reiterativo né ridondante rispetto al numerale. Nelle traduzioni da me esaminate, il πάλιν/паки 1) è ignorato, apparentemente assorbito dall’aggettivo “secondo”, nel timore di pleonasmo; 2) è trasformato in un aggettivo come ad esempio “nuovo”, non risolvendo il pleonasmo anzi, introducendo ambiguità verso secondo; 3) convive con “secondo” mediante un prefisso reiterativo, addossato a “parusia” come “ri-torno”, con pleonasmo attenuato e senza ambiguità; in tutti questi casi πάλιν/пакн è inteso come avverbio iterativo; 4) esprime in nuce, come nel Compendio, il disagio linguistico proponendo la versione: “seconda … Parusìa del Ritorno”, in cui è il πάλιν/пакн ad essere reso con la circollocuzione “del Ritorno”. Oggi credo che sia accettabile rendere πάλιν/паки con la locuzione avverbiale a suo tempo, cioè in un tempo che verrà, che noi non possiamo stabilire noi e che indica l’attesa del non compiuto e non una ripetizione. “Di nuovo” o “nuovo”, sempre nell’ottica della reiterazione, non solo cozzano con secondo, ma forzano il significato; l’implacabile Dizionario dei Sinonimi del Tommaseo infatti riporta: “Di nuovo può essere nonché un’altra, ma la decima volta” (il corsivo qui è dell’autore); detto così, “di nuovo” autorizzerebbe a pensare che si attendano ancora molti altri Avventi. E quello di cui si parla sia solo il secondo. A suo tempo non forza la lettera e fissa come definitivo l’aggettivo secondo. Non intendo infierire su cacofonie come “nuova-venuta. Dopo questa estenuante trattazione, invito a volgere deferente pensiero al lapidario “nell’attesa della sua venuta” dei riti occidentali.
3. A TE SIA IL NOSTRO RENDERE GLORIA, ὃπως… σοὶ δόξαν ἀναπέμπωμεν / яко…тебе славу возсылаем: alla lettera “Affinché…rendiamo gloria a te…” all’esclamazione prima dell’inno cherubico; l’imbarazzo a rendere ad inizio di frase avverbi di una proposizione secondaria, priva di fatto della principale, è contenuto in A CHE, e POICHÉ, PERCHÉ.
4. A TE VA OGNI GLORIA, ὅτι πρέπει σοι… / яко подобает тебе…: indubbiamente meno solenne di “ a te si addice”, questa versione si sforza di limitare l’esubero di parole e conseguenti sillabe e di aumentare “lo spazio” dell’immediatezza: qui si passa da sei a tre sillabe, con un certo sollievo, pare a me, di tutta la struttura della frase. Varrà sempre la pena, da parte mia, di ricordare il buon italiano attraverso autorevoli citazioni; così il Treccani, al paragrafo 5c del lemma “andare1”: “Per estensione, convenire, essere appropriato, starci bene”. Di “addirsi”: “Essere conveniente, adatto; confarsi”.
5. ABBIA MISERICORDIA, ἐλεήσαι/помилует: in disuso ormai “misericordiare”, la nostra lingua ricorre a una serie di circollocuzioni, come usare m., avere in m., colmare di m., avere m., dare m. Una buffa imposizione, sine auctoritate, di traduttori nostrani impone di attenersi alla rigida corrispondenza nella traduzione dei termini; io dico che l’italiano non è fatto di ghisa, per cui troveremo nella presente versione tutta la varietà suesposta, a seconda di quanto meglio dia lustro al buono stile, alla brevità, alla chiarezza e all’immediatezza.
6. ABBONDANTI FRUTTI, ὑπὲρ εὐφορίας καρπῶν / о изобилии плодов: nella preghiera diaconale iniziale; in greco il sostantivo indica un apportare di buoni risultati, tra cui, in agricoltura, “fecondità, fertilità, feracità, abbondanza” (Rocci); l’unico termine appropriato in questa rosa mi pare “abbondanza”, perché “la fecondità dei frutti” è che essi siano carichi di semi che germineranno in alberi, non che siano numerosi o grossi; né possiamo pregare sensatamente per la loro maturazione, cioè che giungano ad essere commestibili senza prima essere falcidiati, perché anche così non c’è propriamente “buon apporto”. Trovo inoltre che il proliferare inutile della preposizione che denota il complemento di appartenenza e che dipende da “abbondanza”, appesantisca e distragga; per ovviare, elegante soluzione è per me trasformare abbondanza di frutti in abbondanti frutti.
7. ABBIAMO RICORDATO, dopo l’Anamnesi: qui non si tratta di volgere la mente al passato dei fatti di Cristo, né di porre contradditoriamente nel passato da ricordare anche il futuro del secondo avvento; si tratta invece della consapevolezza di un tutt’uno cui la comunità accede nel memoriale, oltre il tempo e lo spazio. Tale visione è bene espressa dal Concilio di Costantinopoli del 1157, che si oppone agli estremi di una semplice commemorazione storica degli atti salvifici da un lato e di una loro moltiplicazione nell’efficacia delle consacrazioni dall’altro. Nell’illustrato contesto si pone la mia abolizione della struttura subordinata per dare, oltre alle sempre invocate chiarezza, brevità e immediatezza, un robusto risalto al concetto di memoriale. Il pensiero qui esposto mi pare sia contraddetto dall’intimistico e sfocato “Memori”, che fu accettato nel “Compendio” da traduzioni di mentalità non ortodossa.
8. ACCEDERE, AVVICINARSI E OFFICIARE: alla prima proposizione della preghiera dell’ingresso maggiore troviamo questa tripletta di verbi, tre veri gradini di ascesa alla celebrazione presso l’altare; come è noto, gli albori della nostra liturgia vedevano il clero lasciare l’ambone dopo le letture e recarsi nel vano dell’altare (il verbo proposto è accedere a te), indi disporsi nelle immediate vicinanze dell’altare stesso (avvicinarsi a te) e poi iniziare la funzione consacratoria (officiare a te). Non ho trovato nelle mie ricerche la consapevolezza di tali gradi, ma per me il fenomeno è evidente; dal solo punto di vista della traduzione, ignorare il messaggio dei tre livelli comporta una versione con verbi in sequenza confusa perché assunti come banali sinonimi. Preciso sul primo verbo: non si tratta vagamente di avvicinarsi, ma, secondo l’ordo che fu, di entrare all’altare. Sul secondo verbo: l’atto è spesso correttamente descritto mediante un “accostarsi” o un “avvicinarsi”, ma la differenziazione tra questo verbo e il precedente, se entrambi sono pensati come sinonimi, è inefficace: ne risulta una ripetizione non logica. Sul terzo verbo si trova “servire”, “celebrare”, “lodare” e quant’altro di romantico venga in mente: essi sono imprecisi rispetto allo scopo funzionale; mancando la nostra lingua di un verbo con la stessa radice di “liturgia”, ci soccorre officiare, che si sovrappone perfettamente nel significato al concetto greco di liturgia come pubblico officio; tale verbo è pertanto pregnante quanto all’azione liturgica sacerdotale, come attesta il resto della preghiera. Per conseguenza logica ho collegato i tre verbi che si succedono pensando di trovarmi non davanti a classiche congiunzioni disgiuntive, bensì a nessi correlativi; tanto può accadere in greco, anche non classico, quando la congiunzione ἤ è ripetuta per indicare il nesso anziché la disgiunzione, quasi dicesse qui: “Nessuno è degno di una sola di queste azioni, figuriamoci di tutte e tre insieme”; avrei potuto tradurre banalmente con sia…, sia…, mancando però di caratterizzare il testo. Quanto poi all’abuso del termine “servizio” in altre versioni italiane, mi permetto di ricordare che 1) se “servizio” indica officio/ufficio, esso è un latinismo (servitium), o un anglicismo (service) che indicano atto durante subordinazione; 2) “servizio” è in italiano un termine che può ben riferirsi ad un compito, ma non propriamente consacratorio; al più, il servitium è del diacono nella totalità delle sue funzioni, dunque non solo liturgiche, per cui traduco “diaconia in Cristo” con servizio in Cristo dei diaconi, dove in “diaconi” si accetta l’accezione specifica con una forma velata di tautologia tra diacono-servitore e servizio. Per tornare all’espressione della liturgia come la intendiamo noi ortodossi, credo che quando si traduce si debba offrire il meglio della lingua: non tutte le parole italiane sono presenti nel vocabolario turistico, né sui giornali, né nel nostro colloquiare, e non sempre sono presentate a sufficienza sui dizionari minori; se ce ne faremo una ragione, cercheremo tra le ricchezze della lingua e prenderemo confidenza con i termini più difficili o soltanto meno usati; ai russofoni può essere difficile lo slavonico e ai greci il greco liturgico, come pure agli italiani la propria lingua colta, eppure la consapevolezza di celebrare i sacri offici con le migliori parole possibili val bene uno sforzo; imparare poi nuovi vocaboli di una lingua potrebbe essere una bella esperienza, anche per i più renitenti: nel caso della nostra, poi, non si tratta di affrontare una lingua diversa o remota, ma di seguire un modulo letterario della medesima lingua quotidiana. Sono convinto che non è il vocabolario dimesso a rendere efficace qualunque discorso, ma la giusta scelta dei termini.
9. ACCORDO, ARMONIA, CONCORDIA, CONCORDANZA, CONSENSO, CONSONANZA, UNANIMITÀ: prescindendo dal testo originale, ὁμώνοια, συμφωνία ed altri sinonimi, devono essere registrati sulla proprietà di linguaggio della lingua ricevente. “Accordo” è l’incontro di volontà o di consensi tra due o più persone; per altri argomenti, come musica, colori, ecc., somiglia più a “intonazione”. “Armonia” è consonanza di voci o di strumenti, cioè di suoni simultanei o anche successivi; in senso figurativo è concordia di sentimenti e di opinioni tra più persone. “Concordia” è un aspetto della conformità: è conformità di sentimenti, voleri, opinioni, non disgiunta da reciproco affetto, come dire: consonanza voluta dal cuore. “Concordanza” è ancora più chiaramente conformità, nel senso di esatta corrispondenza. “Consenso” è conformità di voleri, da cui l’accezione di giudizio favorevole. “Consonanza” è dare suono insieme e, nel traslato, corrispondenza di opinioni, di sentimenti e simili. “Unanimità” è la totale e piena concordanza di opinioni tra più persone; sotto l’aspetto etimologico, abbandonate le similitudini con cuore, suoni e sentimenti, qui si passa all’animo; l’unanimità tuttavia mi pare più di decisioni da prendere insieme di volta in volta: il Credo, che è stabilito una volta per tutte e dunque che non è messo ai voti ad ogni celebrazione, semmai è cantato all’unanimità, cioè con un’intesa al canto immediata e spontanea di tutto il popolo, al di là del compito del coro (così almeno dovrebbe essere se il coro facesse da guida all’assemblea): l’espressione è intuitiva e suggestiva. Nella terza preghiera delle antifone il concetto di συμφωνία mi pare sia reso meglio da armonia. Una menzione a parte merita il sintagma “con una mente”, concetto non di incontro né di consonanza, non di conformità né di corrispondenza, ma di grigio ammasso di cervelli; pur nell’indulgenza per il metodo fotocopia, dico che quando si trasporta tale metodo all’italiano, la fotocopia risulta “bruciata”. Ringraziamo la Provvidenza che le menti siano molte e diverse. Una mente unica e a senso unico non fa per noi ortodossi, né credo si adatti alla nostra ecclesiologia di tipo sinodale.
10. ADATTE, συμφέροντα/полезных: il verbo in greco non vuol dire alla spicciolata “essere utile”, bensì “portare insieme”, con molti significati del nesso; nell’accezione di “confarsi”, il participio presente è “confacente”, cioè “che facilmente si adatta o diviene adatto”. Adatto, cioè “che risponde a un determinato scopo, conveniente, idoneo”, è più semplice e diretto, si converrà, di “confacente”. Chi prega così ha certo in mente tanti bisogni materiali, anche gravi, ma li esprime specificamente in altri momenti della liturgia; qui invece prega esplicitamente, senza elencare, il bene opportuno alle nostre anime, che Dio già conosce; tradurre “utili”, oggigiorno è significare “soddisfacenti bisogni materiali”, addirittura di lucro, ma soprattuttto adombra che siamo noi a decidere cosa vada bene alle nostre anime, e non Dio; ne deduco che “utile” è qui termine non adatto.
11. ADE, ἐν ᾄδου / во аде: è difficile in italiano rendere “ade” in modo breve e accessibile; i sintagmi “luogo/sede/regno” ecc. “dei morti”, o “ombra di morte”, di diverso significato, come in Isaia (e nei videogames!) non sono né sintetici né diretti; spesso nell’innologia tali sintagmi si trovano accanto a lemmi “morte” o “morto” di altra radice, in più espressi in diverse forme grammaticali: nella traduzione l’inevitabile ripetizione affolla e disorienta. Scarto “inferi”, plurale che impedisce la frequente personificazione poetica, allunga i verbi corrispondenti nella loro desinenza plurale, ma soprattutto marca una posizione precisa e geologicamente oggi contestabile, al contrario di “ade” (ἀ-ἰδεῖν, dimensione “senza visibilità”, dunque “buia”, oppure “celata”); scarto anche “inferno”, che nel linguaggio corrente denota meno una localizzazione, ma indica per convenzione nella nostra teologia lo stato di condanna definitiva della Secondo Avvento. Chi vuole ricorrere a radici latine può farlo con “orco”, termine che ha seguìto il percorso di “ade”, indicando, abolito il dio pagano, solo il luogo, ma poi solo il truce personaggio di racconti. Si potrebbe dire “averno”, ma anche questo termine classico e letterario è ignoto ai più, se non per un’assonante illusione di digerire meglio con una bevanda alcolica. Non sono soddisfatto di “ade”, perché è un non tradurre; sarò grato a chi trovi di meglio; la ricerca potrebbe partire dall’etimologia: per esempio, in italiano ci sono i sostantivi “tenebròre” e “tenebrìa”, i quali però prospettano una corsa tutta in salita, con ai lati folle di ostili fischiatori. Più accettabile pare il termine “aldilà”, in grafia univerbata, ma a me è sempre parso termine alquanto sbrigativo, più adatto al credente distratto o allo spiritista che alla letteratura liturgica.
12. ADEMPI (le richieste), πλήροσων/исполни, nella preghiera della terza antifona: la traduzione è letterale secondo la proprietà di linguaggio in italiano; proprio in convergenze come questa, non possibili dovunque per il rispetto della succitata proprietà, si trovano versioni improprie, come “soddisfare”, “compiere” ecc. Non so per quanto tempo ancora, a causa del duro assedio dei barbari, ma finora nella nostra lingua le richieste si adempiono o si esaudiscono.
13. ADORARE προσκινέω/пoкланятися: il latino adorare, passato nella nostra lingua a piè pari, ha un etimo diverso dal greco e dallo slavonico; è “portare alla bocca” (ad orem), non “muoversi verso”; si adorava prendendo l’oggetto dell’azione e portandolo alla bocca per un bacio; se ciò non era possibile, lo si toccava o indicava con la mano, per poi portare la mano stessa alla bocca, baciandola; lo sporgersi accennava ad un inchino, che in seguito si accentuò per coincidere, insieme con la perdita del bacio, con lo stile orientale; il bacio e il movimento della mano, preceduti e o seguiti da un convulso segno di croce, sopravvivono di fronte ad immagini sacre in alcune sacche culturali di nostre regioni meridionali (taccio dei convulsi segnamenti, senza bacio, nelle contrade ortodosse). Oggi, per barbarismo snob, “adorare” è abuso che sta per “apprezzare vivamente”: a maggior ragione è bene ricordarne etimologia e significato a fini più salutari. A proposito di bocca, è discussa l’origine di ὀράριον, ma con molta probabilità dalle bocche dei Romani abbiamo ereditato anche il nome del paramento diaconale “orario”: era un tessuto per la bocca, orarium, come il nostro fazzoletto (che deriva da “faccia”), ma col tempo pare abbia assunto forma e uso di sciarpa; il termine latino, grecizzato, sarebbe passato a indicare la fascia diaconale; molti altri termini liturgici, cortigiani e amministrativi hanno seguito questo passaggio alla Nuova Roma. Un percorso inverso è avvenuto con la stola, che dal greco στολή, veste, passò in latino a significare quello che noi chiamiamo “epitrachilio”, banda che poggia sulla cervice. Dire però dalle nostre parti che il sacerdote ha “la cervicale” susciterebbe, più che sacro rispetto, sentita compassione e consigli di portentosi rimedi.
14. ADORARE IL PADRE, IL FIGLIO E IL SANTO SPIRITO, TRINITÀ COESSENZIALE E INDIVISIBILE προσκυνεῖν πατέρα, κ.λπ. / поклаятися отцу, н т. д., all’invito diaconale prima dell’anafora : diverse chiese hanno abolito quest’ultimo tratto del testo, non penso per motivi filologici, perché bisognerebbe tornare almeno all’XI secolo per constatare assente tutto il testo che ora trattiamo, mentre è già presente nel XVI secolo, bensì per rendere più consapevole il popolo della preghiera del celebrante; da qui è riaffiorata la discussione su che cosa intendesse la novella di Giustiniano sulle preghiere, non più dette, ma da dire, ad alta voce; di fatto è interessata tutta la preghiera eucaristica; la legge imperiale non fu rispettata e la sua “segretazione” durò 1500 anni; oggi vige il paradosso che il celebrante la mormori mentre i fedeli se la leggano, ognuno per conto proprio e comodamente nella propria lingua corrente, su un libretto, perfino a scelta mono-, bi-, tri- o quadrilingue, e il coro, anch’esso per i fatti suoi, canti rapito un embolismo: un perfetto esempio di non comunicabilità e introversione in un consesso e in un momento liturgico dove comunicazione, comunanza e comunione dovrebbero regnare assoluti, cioè svincolati da ogni limitazione.
15. AFFINCHÉ: è avverbio spesso stucchevole e ingombrante, quando non grossolano (“Preghiamo affinché”… “Ti esorto affinché…”). Snelle soluzioni sono conosciute dalle grammatiche e dallo stile letterario, come, per esempio, il frammentare interminabili frasi di molte parole e di complessi periodi subordinati e trasformare in principali le proposizioni, per esempio finali, mediante verbi con modalità finalistica. Tanto non impedisce l’uso di “affinché” quando il contesto lo permetta: ritengo che basti non abusarne.
16. ALLEVIA, ἐξομάλισον/изравняй: nella preghiera sui capi inchinati dopo il Padre Nostro. In greco il verbo ἐξομαλίζω è come ὁμαλίζω, “rendere ὁμαλός” con l’impeto della preposizione ἐκ/ἐξ, e significa rendere eguale, piano, pari, uniforme, liscio, ecc.; in italiano il verbo è, a seconda della proprietà di linguaggio, “appianare, spianare, uniformare, pareggiare, lisciare”, ma anche “sbarazzare”, “sgombrare” e, nel traslato di “rendere liscio”, “mitigare, alleviare”; nella LXX è presente senza il prefisso, con il senso di “sgombrare” riferito a vie impraticabili. Va da sé che la proprietà di linguaggio d’ogni lingua pretende la scelta di sinonimi adeguati: in italiano si sgombrano gli ostacoli e gli impacci, si appianano i percorsi accidendati, si spianano slivellamenti, si uniforma il diseguale, si agevola il futuro e, vedremo, si mitigano, cioè si alleviano, le difficoltà. Quanto alle versioni, accanto alle tante scolastiche, ne ho trovate due interessanti, “appiana i giorni futuri davanti a noi tutti” e “rendi piane le vie di noi tutti”. Nel primo caso τὰ προκείμενα/предлежащая sono “i giorni futuri” e nel secondo “le vie”. Giorni futuri e vie mi sembrano traduzioni libere, segno che si è dato maggiore importanza al verbo e si è fatto conseguire un complemento oggetto appropriato, ma ciò che conta in queste versioni è che τὰ προκείμενα non siano “i doni”; quando infatti il testo vuole indicare i doni e “come” essi sono, si esprime sempre per esteso: τὰ προκείμενα δῶρα. Qui il participio presente sostantivato ha in greco significato generico di “cose” giacenti / presenti / poste davanti. L’associazione con un verbo che può principalmente significare “appianare” ha indotto a vedere nelle “cose” le vie, mentre, se significa “spianare”, ha indotto a vedervi i giorni futuri, ritengo col senso di “agevolare”, ma τὰ προκείμενα restano per me “le cose presenti” oppure “le cose qui davanti”. Se un participio presente sostantivato al neutro plurale è interpretato come “giorni futuri” oppure come “vie”, quando tutte le versioni classiche interpretano “i santi doni adagiati sull’altare” è forse perché alla base delle due versioni in esame si prospetta una critica: in rude sintesi, dal IV secolo in poi la frequenza alla santa comunione si dirada sempre più; gli esperti attribuiscono a questo fenomeno lo spostamento dell’accento liturgico da una divina cena per tutti i fedeli dell’assemblea, intesi come tutti degni, ad una intercessione universale operata dalla consacrazione dei doni; inoltre, la guida dell’impero assunta dai cristiani romani li porta ad agire con i medesimi parametri di propiziazione vigenti nella vita pubblica pagana, la quale sacrificava agli dèi affinché questi proteggessero lo stato e i cittadini tutti. La traduzione di Erasmo da Rotterdam proposita … ex aequo distribue è dunque formalmente corretta, perché non indica necessariamente i doni, ma non va oltre; le lingue moderne stentano a tenersi sulle generali, ovvero la loro struttura analitica tende ad escludere la polisemia classica, per poi facilmente crearne altre; io penso che nel buon italiano si trovino soluzioni che rispettino sia il testo sia la critica. Si apprezzino comunque entrambe le ardite versioni di vie e di giorni futuri, così diverse tra loro: esse si interrogano sul perché i santi doni consacrati qui ed ora debbano produrre proprio a tutti e dovunque sicura navigazione o sereno viaggio; oppure salute fisica, stavolta non più con Dio soccorritore ma con Dio medico. Il presente della mia versione è “il tempo che ora corre, e anche l’insieme degli avvenimenti che in esso si verificano, lo stato attuale delle cose (in contrapposizione al passato o al futuro)” (Treccani), ma anche, per mera estensione, “ciò che sta davanti”; più che vie o futuro, io però direi “durezze/difficoltà” del “presente”, che in questo caso si chiederebbe a Dio di mitigare o, più propriamente, di alleviare, mediante il suo accompagnamento nell’affrontarle. Rendo poi ἰδίαν/своей con particolare, e non con ”propria”, che in italiano è pleonasmo rispetto a di ciascuno. Infine, il “per il bene”, scialbo di carattere, sciatto per la nostra lingua e flebile nei suoni, merita un più vigoroso a fin di bene; in conclusione: … a fin di bene, allevia il presente a tutti noi, secondo il particolare bisogno di ciascuno, ecc.
17. ALTARE βήματι/престолу: nella preghiera di ingresso per l’officio dell’ ammissione dei doni. Βῆμα è il luogo rialzato, la tribuna, da cui in epoca pagana pubblicamente e con buona acustica e visibilità si declamava, dibatteva, giudicava, sacrificava, e da cui in epoca cristiana si finì per leggere, predicare e celebrare; circa mille anni dopo comparve l’iconostasi. La versione “tribuna” nel presente contesto è oggi più dei comizi, perfino virtuali, e risulta non immediata. “Altare” non è errato se inteso come parte per il tutto: la sua stessa etimologia latina lo ipotizza in un vano elevato rispetto all’”ara”. “Eminenza” è complicazione, mentre altrove è elegante: “presso l’altare, da una eminenza, la Vergine sovrastava alla turba dei fedeli” (D’Annunzio). “Santuario”, sebbene sia intuitivamente il termine più vicino a “tribuna” e indichi anch’esso una parte per il tutto, qui appare poco intuibile.
18. AMMISSIONE, AMMETTERE, πρόθεσις, προτίθεμι / предлoжение, предлежать: tutto comincia, storicamente, quando la preparazione delle offerte da consacrare si separa dal loro apporto all’altare e la si anticipa al Divino Officio; è πρόθεσις anche in quanto associata ai pani “messi davanti”, o “messi avanti”, oppure “ammessi” infine, introdotti a cospetto, davati all’Arca. “Disposizione”, “presentazione” e simili secondo me non sono valida traduzione; messa (avanti) mi pare una soluzione intuitiva; potrebbe però dispiacere che questa terminologia prenda posto nella nostra liturgia; resta così aperta la ricerca di un termine semplice, che aiuti a comprendere il vero significato della πρόθεσις, significato che molti dei nostri talmente ignorano, da farli inginocchiare e prosternare perfino di domenica e nel periodo pasquale al passaggio di elementi pur sempre prescelti, preparati e benedetti, ma non ancora consacrati. Propongo dunque questo concetto di ammissione, inteso nell’accezione di “accettazione/accesso”. Un ultimo appunto, qui non peregrino, vorrebbe fare la differenza fra πρόθεσις -”messa/ammissione e προσκομιδία- trasporto/apporto/recamento: questi termini erano sinonimi finché i doni erano scelti, recati all’altare e preparati nella stessa fase temporale, ma da quando non è più così sarebbe bene distinguerli almeno a fini catechetici: se pensiamo che i più li intendono sinonimi, riconosciamo una coscienza storica liturgica, o almeno un suo subconscio, ma non possiamo tacere sulla differenza che oggi semanticamente oppone l’atto processionale della “proskomidìa” all’atto statico della “prothesis”. Non dissimile concetto è che i doni ammessi siano considerati consacrati: lo sono in qualche modo in quanto pronti e destinati all’uopo, anche se non attualmente consacrati.
19. ANARGIRI ἀνάργυροι/безсребреници: in Italia l’aggettivo è tuttora associato al culto dei santi medici che curavano gratis e fanno miracoli. Al contrario di “teòforo” o di “filantropo”, che per i nostri dizionari assumono significato diverso dall’originale, o di “mirofora” che non vi è affatto accolto, anargiro è un termine presente e propriamente descritto nei dizionari, per cui è adottato dalla presente versione, con l’impegno catechetico di spiegarlo, se necessario. Lo stesso vale per taumaturgo. Ogni altro tentativo da me compiuto per rendere accessibili e immediati questi termini è stato contestato, e a ragione, come non consono.
20. ANCORA E ANCORA, E IN PACE, ἔτι καὶ ἔτι ἐν εἰρηνῃ / паки и паки миром: Se associamo questo doppio avverbio di tempo al complemento di modo susseguente in pace, cadiamo in una sfumata ambiguità: si potrebbe pensare che prevalga il concetto di “preghiamo / in pace di nuovo ”, mentre il senso è “in pace / preghiamo di nuovo ”, motivandosi nel secondo caso le frequenti preghiere diaconali; l’aggiunta di una congiunzione tra il doppio avverbio e il complemento in pace potrebbe risolvere il quesito, certamente pignolo dal punto di vista di chi è distratto. L’avverbio di tempo ancora formulato in doppio è invece efficace proprio a motivo della sua enfasi, per cui contesto il dimezzamento operato in alcune versioni; adombro riserve per la sua posizione ad inizio di frase, ma ho temuto, nel posporla, di rendere irriconoscibile il classico esordio delle nostre litanie minori.
21. ANIMA E CORPO, τῶν ψυχῶν καί τῶν σωμάτων ἡμῶν / душ и телес наших: in greco e in slavonico la coppia dei sostantivi è presentata al plurale e accompagnata dal pronome possessivo al plurale. La lingua italiana possiede una sua proprietà di linguaggio, nonché una sua forma di sobrietà: se non rispettata, essa può esporre al ridicolo; in questo e simili passi, “anime e corpi” sono pensati in italiano come “la sola anima e il solo corpo di ciascun individuo”, per cui dalle nostre parti Dio è medico “di anima e corpo nostri”, oppure, più burocraticamente, “della nostra anima e del nostro corpo” e, più elegantemente, come vedremo, di anima e corpo: vista così la faccenda, nessuno oserebbe dichiarare che ciascuno di noi abbia diverse anime e diversi corpi. Va ammesso che, dove si configuri ambiguità, il plurale costituisce un’alternativa se non si vuole cambiare la struttura della frase, ma in questi passi ambiguità non v’è. Quanto all’aggettivo possessivo, molte altre volte mi sarà dato di spiegare che da noi esso è inutile o peggio ostico quando l’appartenenza è evidente; nel passo di sopra nessuna anima e nessun corpo umano è escluso dall’affermazione, perché “nostri” si intende “di noi fedeli”, non solo “di noi astanti”. Oltre la logica intrinseca, in una lingua ci sono anche scorrevolezza, appropriatezza e musicalità: stando al tema, se insistiamo con i possessivi, la versione si fa prolissa e cacofonica, perfino comica, e “l’aulicità” di ogni decantato progetto di traduzione si perde all’istante. Ma il peggio è che si crea una lingua che non esiste da nessuna parte, né al mercato né in letteratura.
22. APPROVARE, ἰκανόω/удовлят: nell’accezione di “riconoscere idoneo”; tale concetto ci libera dal sintagma acritico “rendere idoneo”; a mio avviso infatti il senso di ἰκανόω è qui di “riconoscere”, nel “qui ed ora” della celebrazione, non di “rendere”. A “rendere” idoneo ci pensò la chirotonia; per esempio, la preghiera dell’inno cherubico, proprio quando chiede attuale approvazione, ricorda che l’officiante già veste di grazia sacerdotale, quasi ad ammonire a non metterla ogni volta in discussione. Ciò che è indicato in tutte le preghiere preparatorie come carenza umana, dunque, non è lo stato perenne o grave di indegnità, che porterebbe all’esclusione ben prima di accedere alla celebrazione, ma è lo stato esistenziale di fragilità; ciò che è liberatorio è che la confidenza nella divina misericordia fa attendere al celebrante compunto l’attuale approvazione a celebrare. Molti sacerdoti, non solo nel novero dei santi, non celebrarono e non celebrano nel timore di non essere sostenuti dal santo Spirito a causa delle proprie cadute (già nella Lettera VIII al monaco Demofilo, lo Pseudo-Dionigi, forse da fonte pseudo-ippolitana, riferisce così di Carpo, santo discepolo di san Paolo): ciò accade quando i celebranti non percepiscono di volta in volta un segno divino per essere approvati a celebrare, non ogni volta ad essere-resi-idonei-a celebrare.
23. ARPEGGIARE ψάλλω/петь: nei salmi; il verbo greco non è “cantare”, ma pizzicare uno strumento a corda simile all’arpa, noto come salterio e ignoto per aspetto e caratteristiche tecniche, se non per un accenno di san Basilio nel suo Discorso sui Salmi. Il fatto che nel Primo Testamento si cantassero carmi al suono del salterio e che possediamo il testo ispirato di 150 di essi ha verosimilmente indotto ad associare nella mentalità linguistica della LXX il canto del testo al suono dello strumento. Altro aspetto è che “cantare” in italiano è avaro di sinonimi e sfumature, (eppure “vocalizzare” è da prendere in considerazione, sebbene termine tecnico e polisemantico). Arpeggiare è 1) suonare l’arpa o strumenti a corda in genere e 2) suonare un accordo musicale come specificamente si fa su un’arpa; 3) cantare nello stile detto “canto arpeggiato”, e questa è l’accezione che ci interessa. “Arpeggio” è definito “un modo di eseguire un accordo musicale producendo i vari suoni non tutti insieme in un’unica percussione o arcata, ma l’uno dopo l’altro; compreso tra gli abbellimenti, è però un modo naturale (anche se non l’unico) di esecuzione di alcuni strumenti a pizzico come l’arpa, donde il nome, il liuto, la chitarra e simili” (Treccani). “Salmeggiare”, “salmodiare” e “arpeggiare” sono tutti e tre termini dotti, dunque fuori dal linguaggio corrente, ma i primi due sono rigidi semanticamente e non poetici, e sono entrati nell’uso laico, anche blasfemo; arpeggiare è indenne da tali contaminazioni e ci evita di tradurre, per esempio, ᾴσω καί ψαλῶ della LXX con “canterò e salmeggerò” o, ancor meno avvedutamente, “canterò e canterò salmi”. Come è noto, il concetto di tehillìm nel testo masoretico è quello di “lodi”, senza allusione allo strumento di accompagnamento; tanto ci impedisce di rifarci a un simile modello linguistico per trovare in italiano una corrispondenza con ψάλλω. In coda, mi servo del verbo intonare quando ψάλλω assume modalità incoativa o quando serve un termine immediato, soprattutto quando i concetti di “salmo” e “arpeggio” sono stati semanticamente perduti del tutto.
24. ASSOLUTO, ἄναρχος/безначалный: parlando del mai principiare del Padre, molti sono i termini candidati per tradurre questo termine. Eterno non specifica “da che lato” è l’eternità, come potrebbe essere ab aeterno, in italiano “abeterno”: da noi, infatti, eterno ha due accezioni, 1) “che non ha né principio né fine”, 2) “che non ha mai fine”; come lo si possa forzare a “che in particolare non ha principio”, non so. Tralascio per ora l’accezione filosofica di eterno come “fuori dal tempo”. Ci serve invece un termine che neghi solo il principiare, che non si identifichi tout court con eterno secondo la semantica corrente e che non confligga con αἰώνιος/вечный. Nel suo essere eterno il Padre anche non ha mai fine: “eterno”, dunque, elude la pregnanza di ἄναρχος. La seconda accezione di ἄναρχος è “che non sottostà ad alcun potere”, soltanto apparentemente come “anarchico”, perché serve a caratterizzare il Padre non solo come non soggetto ad alcun potere, ma anche come mònarchos, “unico principio” della divinità trina. Sono critico con la versione “senza principio”, non solo per la sua ambiguità: di fondo, “senza” (dal latino absentia) indica assenza, concetto secondo me inappropriato agli attributi divini, anche se si tratta di assenza di limiti (Erasmo da Rotterdam traduce principio carens, ma careo ha senso più vasto rispetto al nostro “carente”). Mi sembrano un po’ meno inadeguati i concetti di esclusione e di esenzione, se ci si chiede chi mai esenti Dio; ritengo corretti solo l’aggettivo inversivo o un costrutto di senso inversivo. Il buon italiano ha varie soluzioni, quanto ad analoghi inversivi, ma di solito si tratta di perifrasi: “non originato, non causato, non principiato” e, ancora, “mai originato, mai causato, mai principiato”; è bene segnalare il termine “imprincipiabile” che, assente nei dizionari moderni, è termine teologico che compare dal XVI secolo, quando ancora la nostra lingua era duttile e didattica, cioè capace di insegnare agli incolti, mentre ora sono essi ad insegnare a noi. Ci sarebbe anche “preeterno”, inesistente nei dizionari qualificati e tollerabile solo se si accetti il malfermo concetto di “prima dell’eternità”; si tratta in realtà di προαιώνιος/превечный, ante saecula, “prima della creazione dello spazio-tempo e di molti altri parametri del creato tuttora a noi ignoti”. Infine c’è “aprimordio”, neologismo come tanti altri. “Aprimordio” risulta non eccezionalmente composto da un prefisso greco e da una radice latina, come ad esempio il termine teologico e filosofico “atemporale”, o come quello tecnico “radiofonico”, e come altre miriadi; uno stimato esperto me ne ha inviato un lunghissimo elenco con vivaci commenti, giustamente indignato con chi contesta la doppia radice. “Aprimordio” presenta, nel suo piccolo, un trentennio di consensi sia nel metodo (introdurre i neologismi solo dopo aver perso i conforti dell’italiano corrente), sia per intuibilità, almeno in ambiente interessato o colto. Il nostro però 1) non è presente nei dizionari accreditati e 2) risponde solo al requisito di “che mai ebbe primordio”, ignorando la seconda accezione di ἄναρχος, e finisce per somigliare a fără de început rumeno. L’editto emesso da un paio di squalificati proibizionisti di neologismi non mi fa sentire né un fuorilegge né un dilettante: impoverire il linguaggio della nostra liturgia è infatti inammissibile, perché essa si è formata sulla precisione teologica; renderla intuibile alla mentalità moderna è invece doveroso; confermerei dunque “aprimordio”, se non fosse per il limite esposto di mancata polisemia. Resta ancora da esaminare l’aggettivo assoluto. Di esso recita il Treccani negli usi estensivi, alla voce “In filosofia”: “Ciò che ha realtà per sé stesso, che non dipende cioè da altro ed è incondizionato…; in particolare, nella filosofia greca, ciò che, sottratto alle vicende del divenire, è per sé stesso compiuto e perfetto” (la sottolineatura del Treccani è mia). Il termine absolutus nel ‘700 entra nel linguaggio politico, ma già Niccolò da Cusa aveva attribuito il termine a Dio in quanto “non soggetto / svincolato, rispetto a qualunque limite”, cominciamento compreso (Docta Ignorantia. II: 9). Mi pare, sempre nell’ottica di immediatezza e brevità, che “sottratto alle restrizioni del divenire”, del quale il principiare, il mutare e il subordinarsi sono elementi basilari, sia, come accezione filosofica (il termine corrente significa altro, ma sempre derivato da questo), più vicina all’originale greco. Il συν-άναρχος/со-безначалный può essere reso con l’aggiunta di come (esempio: assoluto come il Padre), oppure “con”, “pari a” o “al pari di”, ma si potrebbe rendere fermamente con coassoluto o co-assoluto, come quando diciamo consostanziale o coessenziale; in questo caso il trattino è consigliabile, perché così vorrebbe il buon uso quando il termine non è comune, ma è comunque chiaro e ha ragione di esistere. In conclusione, ritengo “imprincipiabile” traduzione specifica, ma improponibile al vocabolario di cinquanta parole, e “assoluto” un termine meno specifico, ma proponibile almeno a chi fa lo sforzo della cinquantunesima.
25. ATEMPORALE: προαιώνιος/превечный: è l’”ante saecula” dei latini e “anzi i secoli” italiano, che nessun italiano intuisce più; il fine di termini singoli e completi al posto di perifrasi e locuzioni, per immediatezza, mi ha portato a cercare nelle trattazioni patristiche in lingua italiana: qui atemporale è aggettivo largamente accettato se riferito al Verbo, quanto alla sua generazione “eterna” dal Padre. Il Treccani riporta: “Nel linguaggio filosofico, che è (o è concepito tale) fuori del tempo, che trascende o supera il tempo, che non si svolge nel tempo”. Vedi anche ASSOLUTO e DA PRIMA DI SEMPRE.
26. AULICO: secondo Dante, il linguaggio è aulico quando è degno di una corte (αὐλή); il termine è sinonimo di elevato, sostenuto, illustre, ma oggi può assumere anche un sapore ironico. Penso che il linguaggio per la nostra liturgia debba essere il più possibile chiaro, scorrevole, incisivo, breve e diretto, cioè intuitivo, in cui la terminologia dotta o non comune abbia diritto di presenza, ma solo in quanto subordinata alla visione ora esposta. In questo modo la “aulicità” comparirà da sola, senza farsi sbandierare per poi ottenere, come è accaduto, risultati deludenti. Aggiungo una precisazione a chi abbia pensato che “aulicità” sia lo stesso che “poeticismo”: i testi liturgici, come stichire (versetti poetici), doxastici (glorificatori), tropari, contaci, ichi (stanze) ecc. che vanno a costruire monumenti letterari oltre che liturgici, sono poesia, oltretutto metrica, nella lingua originale; le preghiere, le litanie, i congedi, i sermoni catechetici non lo sono; usano comunque un linguaggio scelto: usano, vorrei dire, uno slang liturgico, inteso come “luogo” di espressioni diverse dal linguaggio comune ma capaci di aumentarne l’espressività; non usano invece un gergo, che è il “luogo” di espressioni segrete ed emarginanti; questi testi vanno rispettati mediante approcci adeguati; i risultati sono sempre da vagliare, ma l’analisi credo sia valida. Se poi l’incauto traduttore ha tirato fuori “aulicità” confondendo con “stile letterario”, allora serve tutt’altro che precisare, serve un buon dizionario della lingua italiana.
27. AVVIVANTE, AVVIVATORE, ζωοδότης/живодавечь: se pomposamente si traduce o quasi si parafrasa l’originale, sarebbe “datore di vita”, come “datore di lavoro” burocratico o sindacale, “datore a riporto” bancario, “datore di luce” cinematografico e televisivo, ecc.; questi termini mi sembrano di mestiere, di prolissità e di prosaicità, soprattutto prosaicità di quando non si riesce a trovare un termine pregnante. Il visionario (quante visioni occorrono alle traduzioni liturgiche per non somigliare a verbali di polizia, che pure ha le sue specificità!), il visionario avvivante, dunque, riporta ad avvivare, cioè “rendere vivo, fornire di vita” (Treccani), nel pieno significato del termine originale. È un aggettivo verbale, forma purtroppo rara nella nostra impoverita lingua. Su questo metodo si può modellare la snella versione di “regnante suprema” sull’icone della Madre di Dio παντάνασσα/всецарица (sarebbe “totiregnante” se volessimo massima precisione e brevità, ma poca immediatezza, per non parlare dello sgomento di “imperatrice universale” e simili). Anche avvivatore, pur provvisto di desinenza prosaica, mi pare comunque più ispirato di “datore di vita” e potrebbe essere usato quando ζωοδότης è un sostantivo, quando si appaiano i rari sinonimi associati del nostro termine, o quando comunque possiamo permetterci una sillaba in più, ma non oltre, a causa della ridondaza linguistica. Vedi anche RAVVIVARE, VITALE e VIVIDO.
28. BENDA: μίτραν/венец, citazione durante la vestizione della tunica detta sticario: in origine la mitra era una benda, dapprima di cuoio cinta all’addome e riservata a guerrieri e atleti, e poi di stoffa cinta al capo e riservata a re e sacerdoti, ma anche, a motivo del concetto di autorità, anche allo sposo; antropologicamente l’uso di una benda che cinga il capo si estende a tutte le culture umane, dall’Estremo Oriente con scritte indicative del tipo di compito o autorità, all’estremo occidente con penne e piume presso i Pellerossa; in occidente è evoluta a corona metallica elaborata; nell’uso cristiano la benda-mitria è oggi sostenuta da arcate a cupola chiuse da stoffa o da simile materiale (uso “bizantino”) oppure, negli usi usi copto, armeno e latino, da quattro valve, di cui due sporgenti, e con estremità eccedenti, dette vitte, infule o fanoni. Non si può pensare che al tempo di Isaia la mitria fosse tanto elaborata, soprattutto per una cerimonia di matrimonio di persone comuni, ma anche se fosse elaborata, la mitria resta di fondo una benda che cinge il capo. Nella presente versione il termine benda non è più polisemico, in quanto posso caratterizzarlo con il verbo coronare; tanto mi permette di liberare a sua volta dalla polisemia il verbo cingere che si incontra poco oltre nell’allusione, più propria, alla cintura (ζώνη). Interessante è l’espressione dantesca che associa a scopo rafforzativo, i verbi per corona e mitria: Per ch’io te sovra te corono e mitrio. Desolante invece è stato imbattersi nel gelido e pignolo “copricapo”, a maggior ragione in pretesi contesto aulico e autorità accademica, ma immancabilmente senza brevità e immediatezza.
29. BENEDIZIONE all’anamnesi: “… avendo reso grazie e avendo compiuto la benedizione…”. L’acquisito è la recita da parte di Gesù delle formule benedizionali durante la Cena, secondo l’uso ebraico. L’inusuale per le nostre traduzioni alla lettera è che la benedizione della barakà sia assunta come un tutt’uno con il ringraziamento (P Grelot: “Regole e tradizioni del cristianesimo primitivo”. Piemme Ed., 1998 e molti altri). Va aggiunto che “La parola barakà non fa allusione alle parole di chi benedice, ma all’attitudine di colui che idealmente piega il ginocchio (in ebraico berèk) per ottenere questa benedizione, ponendosi nella condizione di ricevere un beneficio” (A. Chouraqui, nel suo commentario ai Salmi, concorde N. Bux nelle note alla sua “La Liturgia degli Orientali”). Ho dunque legato più strettamente le due forme verbali senza stravolgere il testo originale, ma ricorrendo ad una perifrasi, quanto più sintetica; per il verbo unificato che regge ringraziamento e benedizione ho preferito pregare a “recitare” e “pronunciare”, perché questi due ultimi mi paiono eludere il legame tra berèk e barakà. Con questa versione mi confermo rispettoso del testo della nostra liturgia, ma segnalo che la versione italiana di uno dei canoni romani, “rese grazie con la preghiera di benedizione”, è decisamente più diretta ed è a buon diritto antesignana.
30. BENIGNO, BENIGNITÀ, φιλάνθρωπος, φιλανθρωπία / человеколюбеч,человеколюбие: in italiano filantropia è definita con laica serenità “Amore verso il prossimo, come disposizione d’animo e come sforzo operoso, di un individuo o anche di gruppi sociali, a promuovere la felicità e il benessere degli altri: opere di f.; uomo ricordato da tutti per la sua grande f.” (Treccani) Non si citano, come spesso per altri termini, esempi di matrice religiosa. Se leggiamo la definizione di filantropo, sostantivo e anche aggettivo, il cielo si annuvola, ma non piove: “Chi sente, sostiene, esercita la filantropia” (Treccani). Pioviggina se si confronta con il Tommaseo : “Chi ama, o dice d’amare, gli uomini, perché uomini, non (mia sottolineatura) perché creature di Dio e per amore di Dio. Ma si possono le tre ragioni congiungere; anzi il Cristiano è più veramente e compiutamente filantropo”; si ode qui l’ultima eco della polemica tra cristianesimo e teofilantropismo, ma qui, nell’argomentazione di parte cristiana, al massimo si concede di essere “filantropi” ai cristiani, non a Dio. Estrapolando ancora si può ovviamente dire che Dio è il filantropo per eccellenza, ma a questo punto andiamo al nubifragio per definizione intrinseca e per consuetudine linguistica. Siamo di fronte ad un termine che nelle lingue moderne ha perso duttilità, come è accaduto per “teoforo”. Le stesse lingue moderne hanno fatto disperato ricorso a vari costrutti per fondere i due concetti di φιλία e di ἄνθρωπος, aprendo la porta all’ambiguità per via degli aumentati significati di “amore”, della perdita di sinonimi, della banalizzazione del concetto in sé e del mitragliamento a vuoto delle sillabe (da due quesiti per parole crociate: “Unisce due cuori: Amore” e: “È più di un conoscente: Amico”, immediatezza ma superficialità). A proposito del buon uso dei sinonimi, il Pestelli sconsiglia “filantropia” (intesa sempre come soccorso di uomini per gli uomini), caldeggiando “carità”. Riprendendo il filo del discorso, se diciamo che Dio è buono o è misericordioso (misericorde), non aggiungiamo mai “con gli uomini” perché ciò è ben sottinteso; ci si intestardisce però ad aggiungere il “con gli uomini” solo nel tradurre φιλάνθρωπος; “filantropo” ha perso il suo significato classico, che era costituito da tre elementi esclusivamente sociali: il saluto, l’amicizia e l’ospitalità (Abbagnano), per cui oggi in greco vuol dire “gentile”, così come il nome proprio greco Φίλιππος, Filippo, assomiglia più a uno che “tratta bene” i cavalli che non ad uno che con essi “intrattiene amicizia”; con il cristianesimo il nostro assume quello della divina e perciò innata benevola disposizione verso gli uomini, alla pari con la divine bontà, generosità, misericordia, ecc., egualmente rivolte agli uomini, in quanto creature amate dal Creatore; per l’uso cristiano dunque si assume il termine come “parola fatta” e la si adegua a Dio. Qui dunque promuovo, anziché il prolisso e ambiguo amore per gli uomini, il termine benignità, che nella definizione porta già l’obiettivo del bene per l’uomo; scrive infatti il filosofo Baumgarten (XVIII secolo), nell’individuare il più stretto significato del termine, che “la benignità è la determinazione della volontà a far bene agli altri”. Già prima Erasmo da Rotterdam aveva reso φιλάνθρωπος con benignus, una volta soltanto, nella sua traduzione della Divina Liturgia. In ogni caso la prima accezione di benigno nella Treccani è la seguente: “Disposizione a beneficare, a trattare e a giudicare con affettuosa indulgenza”; è qui sottinteso il complemento oggetto uomo, perché non esiste in italiano una accezione di uomo benigno con i cani o con i pesci rossi, ecc., né viceversa, se non forzosa. Altre citazioni dal Tommaseo (Dizionario dei Sinonimi e dei Contrari): “Benigno, chi fa o cerca far bene ad altri. Dolce, chi non offende altrui con parole o modi bruschi. Umano, chi sente i mali altrui in sè”. Ancora dallo stesso: “Benigno, chi è tale per moto deliberato dell’animo.” “La benignità è nell’animo e anche nelle parole e negli occhi, e negli atti; la clemenza nell’animo, nella ragione e nelle opere. La clemenza s’astien dal punire quando potrebbe; la benignità vuol giovare, e, giovando, piacere. Benignità è (mia aggiunta) de’ superiori agli inferiori, … Benigno (rispetto a clemente, mia aggiunta), dunque, è più: è cosa più stabile”. “Benigno denota meglio l’amore del bene altrui, amore che viene da intera e stabile volontà. Benevolo può dirsi di chi soltanto desidera l’altrui bene, benigno non direbbesi se non di chi, almeno in parte, lo fa. Ma benevolenza talvolta denota un affetto attuale più prossimo ad amicizia, ad amore, a carità.” “Benignità, disposizione d’animo a giovare altrui. Suppone d’ordinario superiorità di grado, di forza o d’ingegno.” “Bontà è amore e abito del bene; se risiede nella volontà, è benevolenza; se nelle azioni, beneficenza; nel contegno dolce, facile, generoso, benignità. Benignità è bontà benefica nelle azioni, graziosa negli atti. La bontà cede, perdona, la benignità cerca le vie del perdono”. E in ultimo: “Il benigno non dà talvolta, ma piange al pianto altrui; non maligna sulle intenzioni; ama i miseri”. Benigno può non piacere sulle prime, a motivo di una delle sue accezioni, quella di “non maligno”, che il linguaggio medico usa per le malattie, ma, così come siamo abituati a declamare insensatezze propalate da versioni traballanti (non dirò dilettantistiche, non arrivo a tanta perfidia), a maggior ragione dovremmo indulgere a questo termine che almeno ha senso pieno. Esistono ovviamente molti lemmi composti con “filo-”, che vanno resi, a mio avviso, con perspicacia; non tutti infatti sono termini a sé stanti, lontani dalla loro struttura composta: per esempio, nella Liturgia di san Giacomo il popolo viene detto φιλόχριστος, che traduco ligio popolo di Cristo: φίλος è anche qui la parte attiva del lemma, e questa parte va al popolo; il popolo però non ha autorità maggiore di Cristo, a lui invece riconosciuta: lo stesso termine “Cristo”, dunque, non può essere sottinteso; non è inoltre scontato, al contrario di quanto accade con ἄνθρωπος in φιλάνθρωπος; il “popolo” è infatti pensato in una condizione tale da non potersi realizzare nel costrutto di “popolo amico di Cristo”, né “ligio a Cristo”; il contesto in cui la preghiera si è andata sviluppando giustifica la mia versione: questo “popolo” di Palestina si è trovato soggetto nella sua storia a tentazioni e forzature continue all’apostasia in favore dell’Islam e in favore delle “missioni” cristiane occidentali del passato e del presente: è quindi più “popolo appartenente a Cristo”, per quel motivo ligio a lui, che non “popolo ligio nei riguardi di Cristo”. Ligio a Cristo è invece adatto al φιλόχριστος detto dell’esercito della Seconda Roma per la sua disciplina, la quale vietava crudeltà sugli inermi, e per il suo compito di difesa della civiltà cristiana. Quanto alla valanga di sillabe che vieppiù travolge i testi liturgici in italiano, smorzandone l’immediatezza, vedansi sopra e sotto le chiose a riguardo, ma soprattutto i tanti insegnamenti generali sulla nostra lingua da parte del Pestelli: ne sono permeato e grato, anche se l’ho citato parcamente nella bibliografia; essa avrebbe potuto spaziare dai critici elzeviri sul quotidiano La Stampa sino agli ironici libri di analisi linguistica e di consigli di buona lingua.
31. BRANDO, палица: alla vestizione del celebrante; nella tradizione russa è la sacca romboidale che pende sul ginocchio destro; un tempo era, come la controlaterale, custodia per fogli di preghiere e omelie; ora è cucita a doppio e triplo filo in tutti i lati ed è divenuta l’allegoria dello spadone a doppio taglio contro il peccato e le eresie. Brando è parola difficile per l’italiano liturgico, o c’è di mezzo la solita storia del pauperismo linguistico? eppure è più facile, quanto a dizione e grafia, dell’aliena “palitza”, come dice il gergo dei nostri ghetti. Un altro termine ormai scomparso in quella infelice lingua delle cinquanta parole è fodero (qui per ἐπιγονάτιον/набедренник), cioè la guaina per spada e simili, che si presta a dar nome alla sacca (o meglio, a ciò che resta della sacca) quadrangolare che cade sul ginocchio sinistro quando a destra l’accompagna il brando.
32. CADUTE, MANCANZE, TRASGRESSIONI, INIQUITÀ, PECCATI, COLPE, ERRORI, TRAVIAMENTI, PREVARICAZIONI ECC.: senza elencare o comparare l’originale greco con lo slavonico e l’italiano, sottolineo solamente quanto sia importante mantenere le medesime distinzioni in italiano, compatibilmente con la proprietà di linguaggio; la nostra lingua può permettersi il bagaglio di questi sinonimi 1) rispetto ad altre lingue moderne e perfino antiche, 2) rispetto alla nostra stessa lingua anoressica di cinquanta parole e 3) rispetto alla povertà moralistica, prima che espressiva, di chi ha liquidato in “peccati” e “colpe” tutto un fardello esistenziale dell’anima.
33. CAPIRE E INTUIRE: questi verbi dicotomici mostrano l’incolmabile fossato fra i traduttori: fare capire contro fare intuire. Per mia esperienza, pochi fedeli hanno interesse a elaborare cerebralmente richiami biblici, simbologie, embolismi, formulati che siano con parole semplici e dimesse, o con parole precise e impegnative; la maggior parte di essi vuole intuire la grandiosa icone liturgica nella sua totalità e immediatezza. Un grande neurofisiologo chiamava l’emisfero cerebrale destro “l’emisfero di Dio”, giudicandolo capace di visioni divine. Eppure, ci viene spiegato, essere “orientati mentalmente a destra”, come si dice in questo campo di studi, non significa essere spirituali. La realizzazione spirituale starebbe su un sottile confine tra intuizione e discernimento. Servono entrambi per equilibrare ciò che Wittgenstein chiamava il “dire” e il “mostrare” e che Dionigi l’Areopagita ben prima così esprimeva: “La tradizione dei teologi è duplice, da un lato ineffabile e mistica, dall’altro palese e più conoscibile… l’ineffabile si intreccia con ciò che può essere espresso. L’uno persuade e contiene in sé la verità di quello che dice, l’altro offre e fonda l’anima con Dio attraverso iniziazioni, che in sé non insegnano nulla”. Al traduttore non giova, secondo me, presentare la grande visione in aspetto dimesso; solo la chiarezza verbale e la precisione logica ne saranno giuste ancelle, tra ineffabile-intuibile ed esprimibile-conoscibile, senza pretendere che l’esprimibile, qui inteso come chiarezza e precisione, insegni alcunché di proprio, ma conduca soltanto a intuire l’ineffabile.
34. CARNE, σάρξ/плоть: ho lasciato immodificato il termine ambiguo, e ciò per conservare l’immediatezza dei molti riferimenti biblici. A mio avviso l’unica perfetta traduzione è “qualità biologica”: in tal modo spiego il termine nella catechesi, anche se non introdurrei questo costrutto nelle orazioni. Accettando insomma carne, dovremmo impegnarci di più a spiegarlo.
35. CASA, οἶκος/храм: tralasciando l’evidenza di οἶκος e avendo храм, insindacabilmente, il medesimo significato di “casa” (vedi lo Церковно-славянский Словар), non dovrebbe stupire se non traduco “tempio” quando in greco essa viene differenziata da ναός. Bene fa secondo me il testo slavonico quando usa solo храм. Come domus, храм evolve in “casa cultuale”, poi anche “tempio di grandi dimensioni”, “basilica”; anche per noi credo basti “casa”, per la solenne semplicità del termine, almeno nella nostra lingua, perché in latino “casa” vuol dire capanna. Da basilica siamo precipitati a capanna, perciò “casa” vale per quel che si dice in medio stat virtus; in più, “tempio” può essere luogo di ogni culto, mentre casa come “abitazione del Signore”, in greco appunto κυριακόν, dice molto di più: Cirillo di Gerusalemme nelle sue “Catechesi ai Misteri”, XIII, 26, chiama infatti “spelonche” i luoghi di culto degli eretici, i quali erano spesso più splendidi degli edifici ortodossi ma non ne avevano la dignità intrinseca.
36. CHI LI HA OFFERTI E CHI LI MUOVE A RECARLI, τῶν προσενεγκάντων καὶ δι’οὒς προσήγαγον / принешних и ихже ради принесоша: nella preghiera finale dell’ammissione dei doni. Con 14 sillabe contro le 28 della versione alla lettera ho semplificato il testo per renderlo snello come nell’originale e favorire così la comprensione immediata. Questa versione evita anche una distretta mentale a chi, celebrando, può perdersi in una versione da vertigine: “coloro che li hanno offerti e coloro per mezzo dei quali essi li hanno portati”! Per la differenza tra “portare”, “recare” e “condurre” vedi RECANTI DIO. Quanto a “muovere” per “motivare”, se non lo si comprende, mi si risparmi la fatica aprendo un buon dizionario.
37. CHI PRODUCE E COLTIVA ecc., τῶν καρποφοροῦντων καί καλλιεργοῦντων / плодоносящих и добродеющих: in greco entrambi i termini sono agricoli (vedasi solo per καρποφορέω: Avacum. 3: 17; Matteo 13: 23; Marco 4:20 e 28; Luca 8:15; Romani 7:4 e 15; Colossesi 1: 6 e 10 – 7:15); il primo significa “produrre frutti”, il secondo “coltivare la terra”, che è sempre “bella opera”; solo nel traslato postumo si consente di coltivare sentimenti, arti, ecc., come nel latino colĕre. Si può affermare che prima del “grande commercio” e della “catena del freddo” si pregasse per chi forniva al clero e ai bisognosi prodotti dei campi e li coltivava allo scopo. È importante chiarire in quale modo i due verbi interagiscano col “tempio”: certamente “nell’ambito del tempio”, a motivo della preposizione ἐν con il complemento indiretto nel caso dativo. L’apparente contraddizione di produrre e coltivare “dentro” un tempio è facilmente risolta con questo ragionamento, ma è necessario che anche la traduzione segua la logica; propongo pertanto che ἐν sia tradotto per mera immediatezza con presso, nell’accezione “in casa di” (“abita presso i genitori, presso una zia” sono gli esempi del Treccani). Per me è da escludere la traduzione di καλλιεργέω/καλλιεργῶ con “fare belle opere” e simili, che in greco attiene a καλλιτεχνέω. Sono inoltre convinto che prevalga l’attività concreta sul traslato; nulla però, per come è impostata la mia versione, impedisce l’interpretazione allegorica. Quanto al concetto di produrre, (“pro-duco”), esso in italiano indica classicamente lo spuntare e il maturare di piante e frutti in modo spontaneo ovvero naturale (“Il melo produce mele”) o il fruttare o far fruttare mediante il lavoro nei campi (“Il campo produce mais”; “il contadino produce ortaggi”). È verbo affine a “germinare”, scrive il Tommaseo. Si noterà che nel testo i due termini sono verbi assoluti. Chi vuole, o può, legga poi tutta la voce “produrre” del Treccani per i traslati, ma ho ferma opinione che qui produrre posto accanto a coltivare non lasci dubbi sull’ambito agricolo. Tengo al senso concreto perché esso è vivo nelle nostre comunità senza tante allegorie: in varie ricorrenze i fedeli portano cibi e vegetali vari in chiesa, anche coltivati e preparati in proprio; dopo una preghiera anche per chi li ha recati, i cibi sono benedetti e partecipati ai convenuti; agli indigenti sono offerte quantità abbondanti, e da consumare subito e da portare con sé, preesistendo questa pratica di carità al moderno banco alimentare; né devo citare la preghiera per chi offre gli elementi dell’eucarestia; il grano e l’uva sono tuttora coltivati in terreni dedicati e da chi li produce e coltiva essi sono poi elaborati in pane e vino “per la chiesa”, come si dice correntemente. Questi usi, quando è possibile che si realizzino come aspetto di una cultura antica non ancora intimidita da un occidente “hygienic”, è, secondo me, una permanente forma di purità nel timore di contaminazioni pagane; tale pratica risale all’ebraismo e ritrova la sua importanza in un mondo da alcuni definito post-cristiano. Vorrei citare, a proposito dell’antichità dell’uso liturgico dei cibi nel cristianesimo, quanto narra Agostino di Ippona nel VI libro delle sue “Confessioni”: sant’Ambrogio di Milano proibì a Monica libagioni in memoria dei defunti; ella, pur legata a questa tradizione nella sua Africa, obbedì al presule; si delineava, in occidente, un cristianesimo privo di fisicità, allora, almeno, per timore di rigurgiti pagani. Vedi anche VERBI ASSOLUTI.
38. CHI ENTRA, τῶν… εἰσιόντων ἐν αὐτῶ / входящих в онъ: a causa della peculiarità della lingua italiana, che nessun traduttore dovrebbe mai piegare con rozzezze, il complemento di moto a luogo, espresso sia con l’avverbio “vi”, sia con il pronome “in esso”, è di fatto un pleonasmo; ho ritenuto pertanto di abolirlo. Noi italiani, se parliamo di una casa e di gente che entra, intuiamo che questa gente entra proprio in quella casa, salvo precisazioni tecniche; tanto vige per la lingua parlata e per quella scritta. La caparbietà di tradurre alla lettera porta a comporre un testo legnoso, a volte comico. È bene, a mio avviso, che alcuni nostri illustri traduttori prendano in benevola considerazione che l’italiano, lingua che ospita le loro fatiche intellettuali, tende a “risparmiare” sillabe e costrutti ridondanti perché analitica; essa cerca in questo modo gli stessi pregi delle lingue sintetiche. Mi si corregga solo in due casi, se provati: 1) se il testo liturgico sia intoccabile per sacralità, sorta di corano che si deve recitare solo in arabo, o 2) se sia lecito giocare con una lingua ricevente strutturata da un millennio; comprovato almeno uno dei due casi, si concluderebbe per l’inutilità di ben tradurre, o semplicemente di tradurre, con l’aggravante pastorale di un bel salto indietro, assurdo proprio per la tradizione ortodossa. Sono però confortato dalla tradizione russa, che nel corso della sua storia ha tradotto testi sacri in centinaia di lingue ricorrendo agli autoctoni, ed è tuttora alacremente all’opera.
39. CHIESA CATTOLICA, καθολική/соворная: giungono di tanto in tanto echi di contestazioni dell’aggettivo italiano di etimo greco, recitato nel Simbolo della Fede e in varie preghiere; la contestazione deriva da una confusione ingiustificabile tra “Chiesa Cattolica” in sé e “Chiesa Cattolica Romana”. Questo accade quando una lingua liturgica è ritenuta superiore ad un’altra e quando si ha poca fiducia nell’uso liturgico delle lingue moderne. Penso comunque che se un’intera comunità fosse mai costituita in buona fede da tenaci avversatori del termine “cattolico”, per loro suggerirei, provvisoriamente, irenicamente e prudentemente, l’aggettivo plenario. Pochi conoscono origine e vero significato di “cattolico” per poi poterlo insegnare, andando a parare su universalità e conciliarità che sono conseguenze, e non essenza, del termine: altro impegno per una documentata catechesi in italiano.
40. COESSENZIALE, ὁμοούσιον/единосущна: forte è il combattimento interiore tra una versione popolare, a rischio di prolissità, interpretazioni fuorvianti e cacofonie, e la sintetica formula dotta conciliare del consubstantialis. Di questa formula abbiamo in italiano tre versioni: “consustanziale”, “consostanziale”, “coessenziale”. Quest’ultima è, nella mia esperienza, la forma più facile da pensare e pronunziare. Chi sarà tanto bravo da rendere con l’immediatezza e la precisione del greco ὁμοούσιος e dell’inglese one in essence riceverà il premio.
41. COMPIUTO NELLA FEDE, ἐν πίστει τετελειωμένου / в вере скончавшемся, alla preghiera dopo la consacrazione; in questo participio perfetto medio-passivo di un generico “finire”, non vedo errata l’accezione di “defunto” come di chi “ha finito la vita”; qui però penso debba prevalere l’accezione di “ri-finire”, cioè “perfezionare”, “completare”. L’espressione, così intesa, pervade tutta la sacra scrittura per culminare nelle numerose citazioni paoline: quella che ci riguarda direttamente è Ebrei, 12:23. Sebbene la Scrittura da sola sia capitale, mi permetto di aggiungere a questa e all’analisi grammaticale alcune considerazioni di logica: uno “spirito” come qui descritto, si intende già spoglio del corpo, per cui uno “spirito defunto” dice che è lo spirito ad essere morto; cosa diversa è ovviamente lo “spirito di un defunto”; dire di uno spirito compiuto nella fede, è invece affermare che lo spirito del giusto è stato reso tale rispetto ai suoi limiti terreni da parte dell’indulgenza divina, a motivo della sua fede: ἐν in questo caso sarebbe in greco un ebraismo, penetrato attraverso la LXX, complemento di mezzo o di causa e non di circoscrizione o di stato in luogo. A proposito del significato, la circonlocuzione “che ha compiuto la sua vita”, non è adeguata; è inoltre lunga 6 parole ovvero 10 sillabe, e in più comporta un errore, perché si dovrebbe dire “la propria vita”; inutile poi infierire su chi ignora che il possessivo in Italia si elimina se ovvio; tutte queste versioni producono una sbobba indigeribile per la nostra lingua e per la preghiera in sé. Altre espressioni, basate più sul senso della forma media del verbo che non su quella passiva e comunque corrette in sé, quali “(che è) arrivato/giunto alla perfezione”, e simili, mi sembrano egualmente prolisse. L’idiotismo “portato alla perfezione” nell’intendimento di un italiano che parla italiano vuol dire “incline per natura alla perfezione”: diversamente, bisogna dire “condotto alla perfezione”. “Reso perfetto in fede” significa altra cosa che “nella fede”, perché così si dice quando il tale lo è “a fiducia”, ovvero “sulla parola”, propria o di un garante.
42. CONFESSARE E PROFESSARE, ἳνα…ὁμολογήσωμεν / да исповедим: si tratta di sinonimi, che però nell’uso liturgico si differenziano. “Confessare” è “riconoscere”, sia i propri peccati, sia la grandezza di Dio, mentre “professare” è “esternare”, “dichiarare pubblicamente” ciò che si crede. Il primo verbo dà l’idea di un atto interiore; il secondo ha un aspetto prevalentemente esteriore, come indossare una divisa, mostrare un distintivo. Il greco ὁμολογέω (“parlo in modo eguale”, cioè senza ambiguità) significa 1) andare d’accordo, convenire, concordare, e da qui 2) ammettere, riconoscere, confessare e, in deriva evolutiva, “celebrare”, “lodare, “glorificare”, e ancora 3) “avere a che fare”, “avere relazione”, fino a “omologare”. Quasi tutti questi verbi in genere reggono un caso indiretto, ma il gruppo 2) regge classicamente il caso diretto. Nella LXX il senso si restringe a “riconoscere” sia il male fatto, con rammarico, sia il bene divino, con lodi, e regge prevalentemente il dativo; in quest’ultima accezione si presenta anche col prefisso ἐκ come ἐξ, che palesa il prorompere dell’azione. Dal NT in poi con lo stesso senso torna a reggere l’accusativo. In latino confessare e professare sono sì distinti nel significato, ma essendo la comune radice fat quella che supporta i due concetti, il prefisso non sempre dirime. Cicerone ironizza con un gioco mentale: “Tanto volentieri egli confessa, che pare professi”. Tutte le scritture, non solo i Salmi, riportano in latino esclusivamente confiteor. I dizionari di italiano moderno non ci aiutano molto a distinguere tra i due termini, ma il Tommaseo ci ricorda che “Dall’idea di professare viene il senso religioso di confessare Dio, riconoscerlo Bene sommo, dimostrargli in fatto e in parola la riverenza e l’amore”. Concordo che il termine “confessare” nella presente versione ceda il passo a “professare”, perché appropriato; riprovo a parafrasare la nota dal Dizionario dei Sinonimi del Tommaseo: confessare denota un moto interiore, mentre professare intende proiezione da sé. Penso che, nel contesto esaminato, insistere su “confessare” sia indulgere su singoli moti d’animo, quando invece c’è un ordo da seguire se si vuole dimostrare insieme la fede comune. Fin qui la mia ricerca e la mia opinione in fatto di appropriatezza di linguaggio. Vedi anche ACCORDO ecc. e NELLA CARITÀ ecc.
43. CONFORTATORE, παράκλητος / утешителъ: è davvero difficile affrontare in questa sede etimologia, insegnamento biblico e nostra tradizione, per concludere quale sia la traduzione perfetta del termine. Ricordo soltanto che παρακαλέω dice quasi esclusivamente di una “invocazione a stare accanto”, con tutte le accezioni possibili, compresa quella originale di “convocare l’interprete” (dall’ebraico scritturale all’aramaico) da parte del capo della sinagoga, che mi pare l’accezione migliore di tutte. Per non rompere con la tradizionale maniera di tradurre, restano invece e soltanto “consolatore” e “confortatore”. Preferisco “confortatore” perché di senso più vasto del consolatore.
44. CONFIDENZA CON, παρρησία/держновением, nell’accezione di “parlare con schiettezza”. Va da sé che in italiano “confidenza con q.no” è diverso da “confidenza in q.no”, sapendo che entrambi i costrutti ricorrono nelle nostre preghiere.
45. CONSENTIRE, καταξιóω/сподобить: come sinonimo di “degnare”; è lo stesso procedimento che assumo con ἰκανόω/удовлетворяты, reso con approvare. Escludo l’accezione di “rendere degno” o, al passivo, di “essere reso degno”, moralista, pedante, di molti lemmi, tortuosa e non corrispondente, a mio avviso, al profondo significato. Se infatti valutiamo ἄξιος, ci rendiamo conto che il lemma è modificato dal prefisso κατά per modulare un’accezione diversa; abbiamo esempi anche nello slavonico con сподобить, che non passa attraverso la radice di достоиный; sempre nell’originale greco non si spiegherebbe infine l’uso del verbo in questione come assoluto e reggente una proposizione secondaria: cito a riprova soltanto la preghiera all’elevazione dei santi doni. “Consentire” è soprattutto uno dei tanti termini che propongo come anti-valanga di sillabe. Oso altresì ammonire che, appartenendo alla categoria dei volitivi, questo verbo nella forma implicita richiede “di” davanti all’infinito. Vedi anche APPROVARE e MERITARE.
46. COSÌ CHE ATTUINO, ὣστε γενέσθαι … εἰς / якоже бытн … во: confermo dal vilipeso Compendio (e averlo vilipeso con malevolenza ha aperto la stura ad ogni versione in lingue creole: bastava solo riformarlo), confermo, dicevo, la versione di attuare in quanto “far passare dalla potenza all’atto” (Treccani). “Divenire” è ben più incerto e nebuloso di attuare. “Tramutare” è improprio: se una cosa si tramuta in un’altra, lo fa materialmente, radicalmente, palesemente e selettivamente, non in un ampio spettro di concetti spirituali e misterici; ma è il concetto stesso della trasformazione che sconcerta: i doni si trasformano in corpo e sangue, corpo e sangue si trasformano in purificazione, remissione, comunione, ecc., senza discernimento di termini e concetti: tutto ciò, per fortuna, in creolo, non in italiano. Vedi anche TI SEI COSTITUITO.
47. CREDO: del simbolo della fede esistono varie formulazioni; si può dire senza smentita che ogni comunità ortodossa in Italia ha confezionato in italiano, spesso in creolo, un proprio testo, con centinaia di varianti di terminologia, costrutto, punteggiatura, ecc., desunte, con maggiore o minore rozzezza, dalla versione della CEI. Questo andazzo è esattamente l’opposto dell’alto scopo di professare unanimemente una formula universale; felici quelle comunità che lo recitano solo nella propria lingua-madre liturgica, senza preoccuparsi degli italiani! Qui sia consentita anche a me una revisione della versione del Compendio, nelle more che maturi il miracolo di un simbolo unico, dopo incontri e ragionamenti interortodossi, auspicabili tra soli italiani italofoni, a patto che non si intenda sancire il rotto testo della CEI e non si imponga dall’alto come “Sommo Traduttore Unico” un dittatore, un raccomandato o un cagliostro. Il punto più controverso, ma non il solo, penso sia quello del “consostanziale”, detto anche “consustanziale”, “coessenziale”, “della stessa sostanza”, ecc., su cui rimando alla voce “coessenziale”. Rinuncio a motivare tutte le peculiarità della mia versione, punteggiatura compresa, perché ciò richiederebbe una lunga trattazione. Nel frattempo raccomando a chi non teme gli steccati la monografia in italiano di Silvano Livi: “Attualità del Simbolo – Una lettura ortodossa del Credo Niceno-Costantinopolitano”, Franco Angeli editore, Milano, 2007. Vedi anche CHIESA CATTOLICA, COESSENZIALE e LA CONGIUNZIONE E ecc.
48. DA CELATE SCHIERE: la versione riguarda l’inno cherubico in forma poetica e facilitata al canto sillabico, con emistichi uguali e sillabe accentate almeno sulla quinta, quando non anche su terza; le comunità monolinguistiche immigratizie dotate di cori professionali posseggono di meglio a confronto con questa versione, ma se il coro è monodico, non professionale e usa l’italiano come lingua cementante (che strano, esistono comunità ortodosse multietniche!), bisogna proporre soluzioni utili. Della versione ritmica cito soltanto il celate, aggettivazione sul sostantivo schiere dell’impossibile avverbio “invisibilmente” sul verbo scortate: lo faccio per insistere che le traduzioni letterali, se non dogmaticamente necessarie, non aiutano alcun aspetto della vita liturgica, dalla logica al canto. Il verbo “celare”, a riprova dell’aderenza al testo originale, è, come prima accezione per il Treccani, “Nascondere, tenere nascosto alla vista d’altri”. Vedi anche PER POTER RICEVERE.
49. DA PRIMA DI SEMPRE ἀπὸ τοῦ αἰῶνος / от века, dal salmo 92:2 dei LXX, alla velatura del pane durante l’ammissione dei doni: ἀπὸ col genitivo ha significato non solo di provenienza, ma anche di precedenza temporale e perfino di esclusione: qui dunque può voler dire “tu esisti” 1) “da quando c’è il secolo”, oppure 2) “da prima del secolo”, oppure 3) “fuori dal secolo.” La preesistenza di Dio al mondo è per il salmista ispirato e per tutti i credenti un concetto fondamentale, dunque per me è buona la seconda, con una formula immediata e comprensibile.
50. DA TE: 1) alla preghiera del sacerdote e alla preghiera diaconale alla seconda Antifona; traduce παρὰ σοῦ, “proveniente da te”, “da parte tua”, secondo me con riferimento agli aggettivi “grande e abbondante” e non al sostantivo “misericordia”, almeno se ci è permesso di serbare il testo greco. Ai fini di immediatezza e di proprietà di linguaggio, tradurre παρὰ σοῦ con “tua” sarebbe dunque inesatto se riferito direttamente a “misericordia”. 2) In questa preghiera per ben tre volte si ripete il sostantivo “misericordia”; la prima delle tre ripetizioni è causata in italiano dall’assenza di un lemma unico per “usare misericordia” (scartato il rottamato “misericordiare”); le altre due sono causate dall’instabilità strutturale che colpisce tutte e tre le preghiere antifonali; per armonizzare le ripetizioni e volendo dare un senso specifico almeno alla terza “misericordia”, ho trasformato l’articolo determinativo che in greco la accompagna in aggettivo dimostrativo; l’operazione non è affatto insolita nelle versioni dal greco, avendone l’articolo un antico e mai spento significato dimostrativo: …esso attende questa misericordia, da te grande e abbondante. Se ci si attiene solo allo slavonico, immaginandolo fonte primaria e ignorando il greco, visto che colà manca l’articolo, occorrerà una dose di misericordia in più.
51. DAMMI LA FORZA DI, ἐνίσχυσόν με … ἳνα / укрепи мя … на, nella preghiera di ingresso al santuario prima dell’ammissione dei doni: nell’originale il testo intero ha una sintassi complessa, e la traduzione letterale in una lingua romanza la complica di molto. Possiamo avvistare gli scogli per salvare la nave: 1) ἐνισχύω come “rafforzare”, non è pregnante, perché non si tratta di strutture materiali a puntello, difesa o sostegno; come “fortificare”, ha un senso maggiormente spirituale, ma “fortìficami”, bisdrucciola, entra nella categoria delle dizioni perigliose, togliendo molto alla scioltezza di linguaggio e alla gravità spirituale (il comicissimo “benedèttolo”, pur solo sdrucciolo, insegna); come “temprare”, presenta modalità durativa, dunque non perfettiva e dunque impropria; dammi la forza è sì una perifrasi, ma breve e pregnante; presenta modalità perfettiva ed immediatezza, insiti nell’idiotismo stesso. 2) ἳνα come “affinché”, è la tomba di ogni frase ad effetto, a causa di lunghezza in sillabe, pesantezza pomposa e sapore burocratico (la perla liturgica rimane sempre il “pregare affinché”); il contestato avverbio è però richiesto per le secondarie finali esplicite che reggono a loro volta una proposizione secondaria; come si vede il groviglio sintattico, di stile e di immediatezza si presenta inestricabile in italiano, per cui ci vogliono le maniere “forti”: dammi la forza può reggere la finale implicita con la preposizione di senza confusione sul soggetto della finale rispetto a quello della principale, per cui lo scoglio di “affinché” è anch’esso superato; la subordinata alla finale può essere resa coordinata; in essa il verbo παραστάς può essere reso al presente anziché al passato, trattandosi di un participio nel modo aoristo, modo che evidenzia l’azione in sé; per (εἰς) l’imminente tuo servizio si può anteporre al verbo principale ἐνίσχυσόν με per non intralciare il suo percorso logico, già accidentato per dover reggere una subordinata finale che a sua volta regge una subordinata temporale; lo stesso tuo, riferito a servizio, nella presente impostazione pare assumere chiarezza intuitiva e perdere l’ambiguità semantica tra “dedicato a te” e “eseguito da te”; sempre a fini di immediatezza, poco si può fare per i ridondanti aggettivi, ma noi ortodossi dovremmo averci già fatto l’abitudine.
52. DECORO, σεμνότης/чистота: qui si tratta, credo, di un modo di condurre insieme una vita calma e tranquilla, con ogni pietà (piětas) e dignità, che si addica non solo al singolo, ma a tutta la comunità di cristiani: il termine per me giusto è decoro; si tratta dunque di pubblici valori cristiani come purità, onestà, probità, serietà, ecc. Decoro è tutto questo, a voler credere almeno al Treccani, ed è riduttivo eleggere nella traduzione una sola delle accezioni a discapito della polisemia. Mi duole che per l’ennesima volta siamo di fronte ad una non diversificata traduzione in slavonico con la radice чист- fotocopiata o scopiazzata in “purezza” (nemmeno “purità”) in italiano. Rinuncio solo per ora a cercare spiegazioni linguistiche, teologiche e psicologiche del fenomeno e torno a contestare chi ha tradotto dalla traduzione della traduzione con “purezza”.
53. DEDIZIONE, DEDICAZIONE λατρία/служба: nella preghiera eucaristica. Il termine greco indica un servizio dovuto e un vero e proprio possesso del servizio stesso da parte di chi lo riceve. In origine era “servaggio, schiavitù” per poi ottenere l’accezione più nobile di “servigio”. Nel linguaggio religioso successivo, ben altro che “adorare”, di modalità perfettiva, è un durativo assegnare o assegnarsi in modo assiduo. Il richiamo scritturale è paolino (Rom. 12:1). Se ci rivolgiamo al Dizionario Treccani troviamo che dedicare è sinonimo di “consacrare” in modo figurativo, e il riflessivo è “Consacrarsi, darsi interamente a qualche cosa… anche, occuparsi attivamente di qualche cosa”. Dedizione ha una desueta prima accezione di piena resa al nemico, sempre nel senso di cedere sé stesso o cosa propria senza riserve; oggi prevale il figurativo, che significa cedere sé stesso o qualcosa, interamente e con spirito di sacrificio, a una persona, a un’attività, a un ideale. Dedito è colui il quale “attende con assiduità a qualche cosa”, sia in senso positivo che negativo. Dalla trattazione escludo “dedica”, che “intitola, quasi fosse una dedicazione, cioè una consacrazione, dello scritto”, (Tommaseo) in un significato ristrettissimo e abusato (meglio dire: “intitolazione”). La dedicazione è l’atto, la cerimonia o anche la festa commemorativa (se si tratta di chiese) del dedicare”; io credo che il senso possa estendersi anche a “oggetto dedicato”, ma solo come senso, perché l’uso ne fa un’azione e non un oggetto. A conferma del tutto, cito il Dizionario dei Sinonimi del Tommaseo: “Dedicasi dicendo di offrire un oggetto, un’azione, o alla divinità o a persona sacra, o almeno a persona che intendesi onorare… Il dedicare è un dire che la tal cosa è del tale, dandogliene, in segno d’onore o d’affetto, una specie di proprietà… L’uomo dedica le sue cure, i pensieri, gli atti, la vita a tale o tal fine; le dedica a Dio, alla patria, alla scienza. Si dedica egli, dedica sé stesso… Dedicazione è l’atto del solennemente offrire al nome di Dio, o di una divinità, o ad un santo (secondo le religioni), statua, teatro, ginnasio, ponte, arnese, tempio, chiesa”. Ho pensato dunque di rendere, da un formale “Ti offriamo inoltre questa dedicazione razionale” a: “Ti dedichiamo inoltre questa offerta razionale”, come ho anche reso all’anafora con innalzare … la santa offerta, anziché “offrire il santo innalzamento”, ovvero in figura di ipallage. Stando in argomento, ho inteso ἔτι/еще di questa proposizione non come un avverbio iterativo “ancora”, ma come un aggiuntivo inoltre, seguendo la logica che l’offerta è temporalmente e localmente unica, non costituita da tante offerte per quanti sono coloro per i quali si offre; insomma, se si insistesse su “ancora”, si potrebbe intendere “facciamo ancora un’altra offerta nella stessa liturgia”. Per concludere l’argomento principale, penso che tradurre con “servizio” per stare dietro a служба sia doppiamente fuorviante. Credo di non dover caldeggiare neanche “culto”, espressione tecnica, gelida e non esente da estensioni laiche, pescaggio abusivo e irriverente dal sacro, tipico del linguaggio dello spettacolo. Vedi anche OFFERTA/VITTIMA DA INNALZARE, OFFERTA, ACCEDERE, AVVICINARSI ecc. e DOPO L’ANAMNESI.
54. DEÌPARA, θεοτóκος/богородица: strutturalmente “il soggetto del parto dell’oggetto Dio”. Confermo per fini di correttezza dogmatica la versione di deìpara, di fronte al personale fallimento nel cercare altre soluzioni e di fronte all’obiettiva insufficienza di “Madre di Dio” con o senza trattini (una madre può essere adottiva), di “Genitrice di Dio”, (traduzione di θεομήτωρ), di prolisse proposizioni relative (“Colei / la Donna – che ha partorito Dio), e infine dell’importazione acritica di Theotòkos nell’italiano. A proposito di Θεοτóκος, e nel rispetto di tutte le sperimentazioni possibili, dico la mia: come si fa ad imporre una dentale aspirata a un italiano mentre parla italiano, e dove mai essa è contemplata nella nostra pronuncia, se non nel solo toscano che aspira tutte e comunque le dentali dure? Non è di conseguenza approvabile né la trascrizione né la dizione “Teotokos”. Theotokos è invece benaccetto in inglese, perché congiunge la concisione (che si dovrebbe cercare anche da noi), la pronuncia corretta e l’ecletticità linguistica degli anglosassoni con la perfezione del termine. Da noi risulta invece un termine da lingua creola. Usava invece a Venezia il termine “Teotòco” o “Teotòca” con l’evidente etimo greco. Il termine è per me bella forma, anche se assente dai moderni dizionari, e si forma su una semplice italianizzazione del termine, come si fa per il nome proprio “Eufrosine”, voluto dai nostri “Eufrosina”, o “Parasceve”, voluto “Parasceva”: l’operazione, buona per questi nomi, non pare oggi buona per “teotòca”; . La valida tradizione latina, a voler accettare almeno quella, ci soccorre con deipăra, lemma caratterizzato dalla prima “a” breve, a stabilire inconfutabilmente l’accento sulla “i”. Vale la pena di ricorrere a un buon dizionario per ricordare a chi ritiene straniero deìpara (sol perché di origine latina), che esso è termine italiano: “Deìpara, aggettivo e singolare femminile … Nel linguaggio ecclesiatico di tono elevato, appellativo di Maria madre di Gesù”. (Treccani). Si noti, non a sproposito, il concetto discriminante (“tono elevato”) del linguaggio ecclesiastico, laddove se ne ammetterebbe anche uno dimesso (e noi ne abbiamo un fiorire in certe traduzioni!), e l’apparente theologically correct di “madre di Gesù”: la cultura apparentemente laica e neutrale non permette di più, forse non per il correct, ma per il criptoarianesimo; il Palazzi devotamente, pur nell’humus ariano occidentale, invece definisce: “La madre di Dio”. Θεοτóκος nasce come vero e proprio slogan, assunto da un preesistente aggettivo pagano che aveva ruolo solo fenomenologico e non ontologico, quale invece divenne per Maria di Nazaret. Il termine specifico risale al pensiero monastico del III secolo; dal IV fu formula per combattere gli ariani e in seguito i nestoriani: del Logos essi contestavano deità l’uno, e procreazione l’altro. Nel linguaggio ortodosso permane affettato dire colloquialmente Deìpara, proprio per questa sua origine da slogan e per la dotta precisione teologica: il termine è sostituito, a seconda delle culture, con concetti quali Madre di Dio, Tuttasanta, Madonna, nostra Signora, Sovrana e, in Sicilia, con il controverso, eppure affettuoso, Mamma Santissima. Sostituire nella liturgia Deìpara, mi sono convinto, è altamente lesivo della fede ortodossa: lasciamo questo peso agli eretici e ai teologici della religione globalistica (transfughi della religione ecumenica, ormai passata di moda). Quanti dizionari ad usum delphini hanno omesso un termine così prezioso per la teologia ortodossa nella nostra lingua, diseducando lo spirito? e quanto si rischia in eresie, sempre di casa in Italia, appaiate alla nostra indifferenza e atte a depistare un concetto tanto fondamentale per l’Ortodossia? Ho finora inteso districare vigorosamente il testo liturgico ritenendolo forma di tradizione, mai dogma di traduzione; con la stesso vigore e dopo molto cercare inesistenti termini apparentemente più accessibili, difendo la formula dogmatica di Deìpara che fu del Compendio. Come se non bastasse a provocarne i detrattori, dalla radice latina ci viene un’altra possibilità; nelle ricerche sulla forma aggettivale deìparo da offrire all’uso, l’ho trovato come aggettivo sostantivato sul sottinteso tropario; esso è per me più consono di “teotochìo”: se infatti esaminiamo termini come tropario, contacio, ecc., notiamo che essi conservano l’etimo greco in tutte le lingue, con soli adattamenti fonetici e grafici; l’inno alla Deìpara ha invece un termine o un costrutto diverso in ciascuna lingua, non derivando dal greco ma in versione propria: esempio migliore è lo slavonico богородичен, da богородица. Per lo stretto uso liturgico ritengo dunque deìparo più completo dei concorrenti “teotochìo”, “mariano” o “mariale” (il primo e l’ultimo inesistenti nei dizionari). Va da sé che per accettare deìparo bisognerebbe aver prima accettato Deìpara. Per ironia, se si accettasse “teotòca/teotòco”, “teotochìo” (o forse “teotocale”) sarebbe più logicamente consono, sebbene e comunque non vi sia traccia di questo ragionamento nei nostri dizionari.
55. DEL TUO DA’ LORO LA GLORIA ἀντιδόξαζον/возпрослави: ricorre durante la preghiera della seconda antifona e in quella dietro l’ambone, nonché in altra forma nella preghiera diaconale dopo l’anafora (ἀντικαταπέμψῃ/возниспослет); trovo inadeguata la versione “a(lla) tua volta”, “in cambio” o, peggio, “in contraccambio”, leggendovi uno sciamanico scambio tra orante-ammaliante e divinità-ammaliata. Il prefisso ἀντί non deve necessariamente essere assunto col significato succitato, significando, come nel latino instar, anche “davanti” e “in pari di”, “a livello di”; stessa testimonianza dà l’accezione di ἀντιλαμβάνομαι in quanto prendere “al proprio livello”, cioè “su di sé”, ovvero “curarsi di”, “sostenere”, “soccorrere”; il significato classico di ἀντιδοξάζω era “avere opinione contraria” e poi assunse anche l’accezione imperiale di “glorificare sino al proprio rango / sino alla propria grandezza”. Altro esempio è ἀντίδοτον, che dal classico “dato contro” o “in cambio” diviene “rimedio”, quando sottintende il termine φάρμακον, conferendo ad ἀντί l’accezione di ausilio e non più di contrapposizione o di scambio. Interpreto, con la stessa chiave di ἀντί inteso come il latino instar, anche ἀντικαταπέμψῃ /возниспослет della supplica prima della preghiera signoriale: “del suo (cioè di ciò che è sua prerogativa”) ci mandi la divina grazia”, ovvero ci mandi “la grazia, quella della sua levatura”. Vale la pena insistere che la versione del tuo o del suo poggia non solo sull’analisi lessicale, ma anche su quell’insieme di brevità e immediatezza che nessuna traduzione burocratica può dare.
56. DEVOTO, ὅσιος/преподобный: si trovano svariate versioni del termine greco; a causa della difficoltà essenziale di sovrapporre il termine slavonico a quello greco, il minimo è l’indulgenza per le versioni dal solo slavonico. Ritengo però necessario un chiarimento per spiegare la mia scelta. Ὅσιος significa, molto sinteticamente, se di cosa, “sancito, ordinato, permesso dalle leggi divine” e, se di persona, “pio, religioso, timorato di Dio, giusto, onesto”, alonata, ricorrente abuso, dell’errata versione con “puro”. Ὅσιος è opposto da un lato a δίκαιος, “conforme alle leggi umane”, e dall’altro a ἱερὸς, “sacro, consacrato“ (Rocci). Il concetto di ἱερὸς è del sacro che discende, mentre quello di ὅσιος è di chi al sacro ascende. Tutte le accezioni di ὅσιος possono in realtà essere ridotte all’unico concetto di “votato alle leggi divine”. Il termine nel cristianesimo proviene sì del greco classico, ma traduce la mentalità biblica della LXX, come versione dell’ebraico “hassìd”. Преподобный è, non potendo essere brevi per ben tradurre,“chi ha la speciale somiglianza dei santi graditi a Dio nel N. T., conseguita attraverso il freno delle proprie inclinazioni al peccato e attraverso il miglioramento spirituale della propria immagine e somiglianza divina; il преподобный si santifica con la più severa professione della pratica dei precetti di Cristo” (Грнгорнй Дъяченко: “Церковно-славянский Словар”). Da qui la traduzione, insita nel lemma stesso slavonico, di “somigliantissimo” che, nel suo ermetismo e nella lunga dizione, non è diretto e comprensibile, ed è quindi fuori dal mio modo di tradurre. Altra versione interessante è “venerabile”, che pare meno intrinseca, quasi a vedere ciò che è fuori e che invece è da cercare dentro, è non pregnante e spreca un termine utile ad altri scopi, sempre che si resti circoscritti al nostro ambito. Io preferisco, sempre in linea con i miei propositi di immediatezza e brevità, devoto, un participio passato passivo dal latino devověre, “promettere con voto”; in italiano, nella specifica accezione religiosa, è “dedito all’amore e al culto della divinità, alla contemplazione delle cose celesti, all’osservanza delle pratiche religiose” (Treccani), dunque, in piena identità di significato anche con преподобный. Chi viene da fuori e presume che devoto significhi “bigotto” è in errore; chi è di casa converrà che il termine si sovrappone semanticamente allo hassìd ebraico, all’ὅσιος della LXX e del cristianesimo greco, nonché al преподобный slavonico, pur nelle etimologie diverse; e apprezza anche quanto sia soave esser brevi, diretti e incisivi.
57. DISCOLPA, ἀπολογία/ответ: il termine greco è originariamente giuridico e significa “controdeduzione” e da qui “difesa processuale”, “discolpa”; perfino la lingua inglese oggi ne fa largo uso col significato di “scusarsi”. Potrebbero esistere in qualche mente due diverse liturgie, quella greca e quella slava: mi preme perciò annotare che lo slavonico dice “risposta”; indica, forse in carenza di sinonimi più pregnanti o forse perché questo era il termine giuridico slavo, la reazione naturale dell’imputato di fronte a chi in tribunale interrogando accusa; io italiano intendo tradurre comunque pregnantemente con discolpa. Altrettanto vale per la versione rumena, che qui sembra seguire lo slavonico, non so se secondo il metodo di traduzione a “fotocopia”, o secondo naturale inclinazione linguistica.
58. DOVE SONO LONTANI, ἔνθα ἀπέδρα / отнюдуже отбеже, nella preghiera per i defunti, la quale riporta il testo di Is. 51: 11; al termine del versetto troviamo: “E la letizia coinvolgerà tutti: sono “messi definitivamente in fuga (ἀπέδρα) dolore, tristezza e gemito”. Il riferimento è al risveglio di Gerusalemme. Quanto a tradizione, il tratto della preghiera per i defunti è già citato quasi alla lettera dal Dionigi Areopagita del De Ecclesiastica Ierarchia (Cap. VII: III.4) nella preghiera per i funerali (allora amministrati dal vescovo); troviamo una sola differenza: qui l’avverbio di luogo è ἐν τόπω οὖ, che significa nel luogo in cui, esattamente ciò che significa anche ἔνθα, dove, nella preghiera funebre; entrambe le parallele formule si riferiscono al luogo dei beati. La citazione del Dionigi ἐν τόπω οὖ dimostra che la formula in greco è tuttoggi inalterata almeno dal VI secolo, data di attribuzione degli scritti, anche se l’autore descrive un uso liturgico consolidato, dunque ben anteriore. C’è una sorpresa per chi è abituato alla versione slavonica e alle versioni italiane: entrambe le forme, avverbio e forma avverbiale, indicano senza equivoci nel testo greco uno stato in luogo, non un moto da luogo. Di conseguenza quello indicato è il luogo non “da dove dolore, tristezza ecc. sono fuggiti”, bensì “nel luogo dove risultano fugati/allontanati”, cioè lontani (in greco il verbo è aoristo, sia in Dionigi che nell’attuale preghiera in greco), cioè dove la visione del profeta si realizza, terminati i travagli di Gerusalemme. La figura di tali sofferenze in ansiosa fuga da un luogo di beatitudine non è per me convincente, perché ipotizza che, prima di fuggire, tali sofferenze stessero di casa in quel posto, in contrasto con la beatitudine che vi è stata assegnata; in realtà erano nel secolo, mentre nella visione il trionfo è espresso con la figura dell’avversario ormai messo in fuga, cioè definitivamente sconfitto; è questa la visione di Isaia di mali presenti nella Gerusalemme delle decadute cose umane e del bene vittorioso nella Gerusalemme del compimento delle profezie: la sconfitta definitiva del male con la messa in fuga; per essere più chiaro la dirò in termini militari: in questa visione non si è vinta una battaglia, si è vinta la guerra. Mi pare dunque corretto confermare l’avverbio di stato in luogo dove e dedicarmi invece a sviluppare il verbo; propongo perciò questo aspetto perfettivo. Annoto che Giovanni Eriugena così traduce il testo di Dionigi: “…loco quo expellitur dolor et tristitia et angustia…”, con un “quo” complemento in bilico tra stato in luogo e moto da luogo, ma con un verbo passivo ben più caratterizzato di avere definitivamente fugato. Annoto inoltre che nella Liturgia di san Giacomo ἀπέδρα regge un complemento di moto da luogo ὃθεν.
59. E TI INNEGGIAMO, μεμνημένοι τοίνουν κ.τ.λ. / поминающе убо и т. д.: nel testo slavonico, a partire da “Abbiamo dunque ricordato” fino a “sacrificio di lode” siamo di fronte ad un’unica preghiera, testimoniata dalla struttura dei primi due verbi subordinati al terzo; alla lettera: “Avendo ricordato… offrendoti queste cose… noi ti inneggiamo…”. Il testo slavonico conserva la recensione greca documentata dal Swainson all’XI secolo, con la differenza che l’ultima parte sembra più breve: “ti inneggiamo, ti benediciamo”; anche con tale formula la proposizione principale spetta all’assemblea. Il testo greco odierno coincide con la recensione al XVI secolo dello stesso Swainson; in esso la prima proposizione è subordinata alla seconda, divenuta la principale, mentre la terza, quella spettante all’assemblea, si trova indipendente dal contesto, scollegata dalla premessa. Pur nel rispetto della variante del XVI secolo, perché mai è importante affermare che il testo accettato dallo slavonico è un’unica frase? Proprio perché, avvertono alcuni studiosi, la prima e la seconda parte spettano al celebrante, ma la terza, quella della proposizione principale, spetta all’assemblea; ciò è stato visto come una sorta di conferma del primo “áxion”. Questa affermazione espone tra l’altro a critiche il coro professionale: in più di un momento liturgico, infatti, esso ha sostituito nelle varie epoche assemblea e celebrante: prima vittima in questi frangenti è l’anafora, con l’incoraggiamento ulteriore a recitarla sottovoce. C’è un detto in occidente: “In chiesa l’organo ha ucciso il coro”. La comparsa dell’organo in realtà fu nemesi per il coro stesso: esso infatti già prima e in ogni rito aveva a sua volta “ucciso” celebrante e assemblea, scoraggiando, mediante l’esclusione dal dialogo liturgico, al primo l’anafora ad alta voce e al secondo la partecipazione diretta. Paradossalmente se fosse accaduto il contrario, cioè che il coro abbia occupato il posto acusticamente vacante di un’anafora sottovoce, il risultato non cambia. La presente versione è costituita da tre periodi coordinati: la sua sintassi, resa massimamente accessibile e provvista della congiunzione e affidata all’ultima proposizione, vuole restituire il dovuto all’assemblea e ammonire il coro a sostenere, anziché zittire, celebrante ed assemblea.
60. EFFONDI LA VITA ζωῆς χορηγὸς / жиэни подателю: il verbo è nel tropario della festa del santo Spirito usato anche come invocazione nelle preghiere iniziali, nonché nella preghiera della terza antifona. Ho sempre cercato di meglio rispetto all’oculato “dispensatore” del Compendio: “Dispensare è distribuire con certa misura”, limita infatti il Tommaseo. Il corego, nel suo incarico pubblico durante la sua “liturgia” (= officio pubblico) delle feste religiose statali, era tutt’altro che misurato anzi, era prodigo, e non era un mestierante dalla desinenza italiana in -tore, perché era eletto a scadenza. La traduzione perfetta sarebbe un latineggiante “presultore” che nella nostra lingua passò nei secoli scorsi senza più lasciare tracce; oggi possiamo dire “provveditore”, anche se così escludiamo il concetto di unica e piena decisionalità. “Donatore (di vita)” per me non è caratterizzante rispetto alla ricca sinonimia del greco; lo slavonico, che ispira il succitato “donatore”, esibisce un податель. Personalmente diffido sempre dei termini che finiscono in -tore: se lasciati in mano a malaccorti, i datori, donatori, portatori, dominatori, consolatori, creatori, curatori, fautori, iniziatori, promotori, lettori, evangelizzatori, illuminatori ecc. ecc. riempirebbero tutti i nostri testi liturgici di un pestifero gas burocratico; trovo dunque che, quando si può, si deve evitare l’indesiderata desinenza. Io ho procurato, in questa preghiera, di ridurre in proposizioni relative le attribuzioni riservate al santo Spirito, in modo da permettere comprensibilità ed evitare termini “di mestiere”. Il termine χορηγὸς proviene da χορηγέω, “provvedere”, “erogare”, “assegnare”, detto di beni; sulla scia semantica di queste osservazioni scelgo però un verbo di poco più lontano, effondere, perché qui più diretto e meno amministrativo. Effondere è sempre un modo di dare largamente ed è frutto di una letteratura che vuole rifarsi alla ricchezza della lingua liturgica originale. Il presente verbo si presenta particolarmente bene nel tropario del santo Spirito, ma fa la sua nobile parte nella preghiera della terza antifona; a proposito del tropario citato, vedi anche SCRIGNO DEL BENE.
61. ESAUDISCI, per le indulgenze – per la grazia, le indulgenze, ecc. oἰκτιρμοῖς – χάριτι καὶ oἰκτιρμοῖς / щедротми – благодатию и щедротaми: con procedimento opposto all’abolizione dei “perché” e degli “affinché” nelle esclamazioni, introduco nel textus un neutrale esaudisci. L’operazione consente di ovviare 1) alla sofferenza di una lingua piegata alla solita proposizione secondaria priva di principale intellegibile 2) all’insofferenza di quanti in una versione in lingua moderna e in esclamazioni di questo genere non trovano né l’arcano né il numinoso, ma solo il nebuloso. Il modo imperativo riprende il modo di tutti i verbi della preghiera in capo all’esclamazione, senza rompere la sua continuità logica. Come nell’omissione dei “perché” e “affinché”, non ho intaccato ordo, né ritmo, né significato e ho solo dato senso a due esclamazioni che nella mente di un italiano d’oggi appaiono isolate e sconcertanti; naturalmente le presenti ossevazioni sono valide solo per chi si chiede che cosa diciamo quando preghiamo, mentre a chi non si chiede nulla, basteranno le zelanti traduzioni alla lettera. Vedi anche POICHÉ, PERCHÉ, OFFRIAMO LA MISERICORDIA DI PACE e CONFESSARE E PROFESSARE.
62. ETEREO IL MANTO πτερωτά/пернатый: nella parte finale dell’anafora propriamente detta, all’introduzione del sanctus; πτερωτός è un aggettivo verbale di πτερόω; esso indica, a motivo della desinenza, azione che è già compiuta, o che può risultare presto compiuta; qui significa “che è costituito, è stato o è dotato di piume oppure di penne”, ovvero, ma non necessariamente, “alato” e, nel traslato, “rappresentato come pennuto/piumato/alato”, oppure “che è stato sollevato in alto quasi fosse dotato di ali” detto, questo, solo classicamente dell’alzata dei remi; è anche “sollevato dalle proprie ali”: il tutto, adiuvante il Rocci, per dire che chi più ne ha, ne metta. Di tutte le citazioni bibliche di cherubini e serafini, mi avvalgo delle descrizioni di Isaia e a Ezechiele. In particolare nella citazione della LXX di Ez. I,7 si trova il verbo πτερόω: καὶ πτερωτοὶ οἱ πόδες αὐτῶν: “e i loro piedi (erano) piumati/pennati/alati”. Impossibile il confronto col Masoretico, che nella stessa posizione del versetto riporta: “… e la pianta dei loro piedi (era) come la pianta del piede di un vitello”. La sola LXX, dopo la descrizione delle scintille o bagliori (parallela al masoretico) aggiunge: “e le loro piume/penne (erano) leggere”. Ho voluto sùbito evitare in πτερωτά una ripetizione del concetto di “fornito di ali/piume”, già espresso, con aggiunta numerica, da sei ali, e suggerire quell’immaterialità che in seguito sarebbe giunto dalla cultura greco-romana e che oggi qualcuno ha definito “appartenente a un’altra dimensione della realtà”. La soluzione proposta comporrebbe la contraddizione tra corpo immateriale e minuziosa descrizione dell’immagine, quasi essa fosse materiale; risponderebbe inoltre alle riserve ornitologiche su incorporee penne e piume, rispettando da un lato il testo e, dall’altro, la moderna avversione a descrizioni immateriali mediante figure materiali; né spero di avere trascurato l’aspetto visionario. Se si fa caso, le visioni degli angeli sono descritte dai profeti come diverse tra loro: si può pensare che la causa sia la mancanza di modelli cognitivi umani adeguati all’evento straordinario; non dissimile è la testimonianza storica della reazione di una tribù di pellerossa alla prima vista di un’automobile: tutti si misero a cercare dove fossero nascosti i cavalli… Nell’accogliere tali punti di vista, spero di non essermi allontanato troppo dalle versioni scolari; resta comunque nei miei valori la versione immediata, lasciando intatto l’aspetto teologico; non regge, ad esempio, un paragone tra θεοτóκος/богородица tradotto con “Madre di Dio” e πτερωτά/пернатый tradotto come io propongo: nessun dogma né ordine rituale è stato alterato con etereo il manto; con “Madre di Dio”, invece, è stata compiuta una deliberata modifica teologica, come se un dogma avesse il medesimo valore di un’opportunità linguistica.
63. FAVORE, FAVORIRE εὐδοκία, εὐδοκέω / благоволение, благоволитъ: nel salmo 50 LXX, nell’innologia e in varie preghiere. Cito il Treccani per le accezioni di “favorire”: “1a. Dimostrare il proprio favore a una persona, accordandole aiuto e protezione e agendo in modo da spianarle la via per una buona riuscita… 1b. Di cosa, promuoverla, agevolarla, esserle in favore… 2a. letter. F. qualcuno di una cosa, fargliene dono. Figurativo, come formula di cortesia… 2b. Con altra costruzione, non com., f. una cosa a qualcuno, dargliela per favore… 3. Costruito intransitivamente, … compiacersi di fare una cosa…”, nella formula “favorire e il verbo dipendente all’infinito”. Di “favore” la stessa autorevole fonte definisce: “Benevolenza, buona disposizione, dimostrata per lo più concretamente con atti d’approvazione, di protezione, di concessione, d’aiuto e simili.  Azione concreta che è effetto e dimostrazione di benevolenza…” E, tra i sinonimi, ricaviamo al caso nostro: “benevolenza, benignità, compiacenza, aiuto, beneficio, sostegno, vantaggio, gradimento, approvazione”. Quanto al verbo greco, se ci soffermiamo sul complemento di modo della definizione, possiamo ricomporre nella nostra lingua l’originale greco εὖ, “bene”, direi “con favore” e δοκέω, variante di δέκομαι/δέχομαι con “accogliere”, fino ad estendere a “concepire che sia bene per sé” in quanto “compiacersi” e, agendo per altri, “favorire”. La composizione dello stesso verbo di base con un altro avverbio combacia in greco e in italiano nel sinonimo κατά-δέχομαι / (изволитъ) “accettare”. I due sinonimi corrono paralleli nell’innologia. Nell’inno dopo la seconda antifona, ὁ μονογενής/единородный, troviamo un esempio di tale sinonimia, hai accettato di incarnarti, confrontabile col tropario della festa dell’Ortodossia hai favorito salire la croce, con evidente assonanza di concetti. Sia nell’A. T. che nel N. T. il significato di εὐδοκέω rimane quello già descritto; nell’Antico è piuttosto associato a Dio in relazione al suo “favore” indotto da sacrifici e pentimento, come nel salmo 50, o dal comportamento del suo popolo eletto; del N. T. non possiamo non citare Mt 3:17 – Mc 1:13 – Lc 3: 22, dove del Figlio si può però rendere meglio con “del quale mi sono compiaciuto”, mentre altrove si può rendere con gradire, cioè accettare con favore. Se traduciamo εὐδοκέω con “volere”, disconosciamo tutte le accezioni di favorire e riduciamo la polisemia.
64. FIACCARE, καταργέω/упразднять: nella preghiera per i defunti; il termine proposto ha due accezioni principali, entrambe a mio avviso pregnanti: 1. privare delle forze, delle energie; 2. spezzare o piegare forzando e indebolendo, senza smembrare. Ἀργός è in origine un inversivo, ἀ-εργός, cioè “in-operoso” e “in-operante“, con tutte le derivate accezioni possibili, fino a “sfaccendato, “inutile” e “vano”. Trovo che fiaccare abbia significato sovrapponibile al greco, specialmente nella prima accezione, che è deprivativa; entrambe le accezioni sono conformi all’insegnamento ortodosso sul diavolo dopo la resurrezione di Cristo. Il termine appartiene alla buona lingua e alla letteratura, da Dante fino ad oggi, ed è scorretto pensarlo forma dialettale o popolare. L’azione è qui direttamente riferita alla persona del diavolo, e non a qualcosa che a lui appartiene o che egli opera. Si sarebbe potuto tradurre con “annullare”, “annientare”, “annichilire, o “vanificare”, ma con ridotta proprietà di linguaggio: i primi tre sinonimi si intendono infatti come “eliminare”, ovvero, se riferiti a persone, uccidere, mentre il terzo non fa diretto riferimento a persone ma a loro conseguimenti, fini o attività e ha già costretto a perigliose perifrasi.
65. FORZA, κράτος/держава: in greco il verbo di κράτος, κρατέω, presenta il percorso semantico da “esercito la forza, la potenza” a 1. domino, governo, regno, 2. sono superiore, 3. vinco, 4. in forma impersonale: è meglio, vale più. Κράτος è più statico del “dinamico” δύναμις. Possiamo esaminare i termini che nei nostri testi sono stati invocati per rendere κράτος. “Potestà”, sempre più accezione giuridica, è la capacità di esercitare un dominio; “potenza” copre nei testi liturgici troppe accezioni; “potere”, da “capacità di agire”, oggi è passato a “capacità o diritto di influire su opinioni, azioni, pensieri, ecc. altrui” per modificarle o usarle a favor proprio, ed è perciò coinvolto nella critica sociale; “sovranità” è termine prettamente giuridico anzi, circoscritto alle prerogative dello Stato; vigendone una forma “assoluta” e una “limitata”, il linguaggio politico obbliga ad una qualifica del termine stesso; se si aggiungono la complessità di dizione e di canto, correlata anche all’accentazione, l’appropriazione politica in funzione autonomistica se non autarchica nell’ambito di una comunità di Stati (detta “sovranismo”), anche questo termine finisce tra gli improponibili. La vera difficoltà di tradurre κράτος sta nel fatto che esso è presentato in queste frasi come prerogativa assoluta di Dio: affermare che τό κράτος è suo, suggerisce che non esista nessun minimo e transeunte κράτος in tutto il creato, che non sia vincolantemente suo; affronto il quesito solo ai fini della versione, essendo chiaro l’antinomico aforisma patristico: “In tutto Dio è onnipotente, meno che nel limitare la libertà dell’uomo”. La scelta deve dunque incentrarsi non sui termini complessi già descritti, ma su di uno che concettualmente sopravanzi, ma non abolisca, la capacità e la libertà della sua creatura. Forza, pur nella sua disarmante semplicità e nell’apparente discrepanza tra il significato filosofico e quello corrente, è il primo termine immediato; lo è anche quando assunto nella sua sola accezione filosofica di “Azione causale, non in quanto esplicativa o giustificativa, ma in quanto produce immancabilmente il suo effetto” (N. Abbagnano). Fuor di contesto cristiano, l’espressione da fantascienza “La forza sia con te” è vuota e scipita, ma il titolo operistico verdiano “La forza del destino” è pregnante e potente. Κράτος potrà così essere prerogativa dell’Onnipotente in quanto “causa dall’immancabile effetto” nelle esclamazioni del sacerdote e nella preghiera della prima antifona.
66. FORZA! δύναμις: alla lettera, nella declinazione al nominativo in quanto soggetto grammaticale, “la potenza / il vigore (si compia / agisca / si manifesti ecc.)”, esortazione del diacono, addirittura del sacerdote mancando quegli, nel trisagio secondo l’uso greco; nel testo slavonico l’esortazione manca, ma è bene che essa sia qui ricordata, non solo per evitare discordanze tra concelebranti di diversa tradizione, ma anche per il piacere intellettuale di comprendere i significati. In Santa Sofia, diversamente dall’inno cherubico, affidato a voci bianche, pare che il trisagio fosse tardivamente cantato da un coro di bassi dell’esercito, una sorta di “Coro dell’Armata Rossa” odierno (i nostri alpini non sarebbero la stessa cosa): ad esso il diacono si sarebbe rivolto per incrementarne il vigore verso la fine del canto. Prima di così, ci viene spiegato, il trisagio era il ritornello di uno o più salmi in uso nelle processioni a Costantinopoli, compresa quella che nelle tappe cittadine anticipava l’ingresso in cattedrale; sarebbe poi passato alla liturgia come antifona; la struttura originaria sarebbe quella nota dei grandi prochimeni del rito asmatico: all’inizio e alla fine del salmo si cantava un tropario per intero e tre volte, mentre tra i singoli versetti solo la parte finale (“santo e immortale: misericordia di noi”) era intercalata; da ritornello salmico passò poi ad una invocazione a sé stante, conservando parte della struttura originaria; l’inno ha resistito nella nuova forma verosimilmente per la sua interpretazione trinitaria come saldezza nelle controversie teologiche, e si rifà a Isaia: 6:3, al Salmo 41:3 e all’Apocalisse 4:8. Vedi anche SANTO DIO e TRISAGIO.
67. FOSTE BATTEZZATI ἐβαπτίσθητε/крестистеся, al posto dell’inno trisagio in alcune feste: ho tradotto i verbi della formula paolina con una differenza di tempi, il passato remoto con “essere battezzati” e il passato prossimo con “essere vestiti”; tanto non principalmente per dare proporzione agli emistichi (spero comunque benaccetta ai fini del canto), quanto piuttosto per caratterizzare la sfumatura che l’essere battezzati è avvenuto una volta per tutte, in aspetto verbale perfettivo, mentre la conseguenza espressa con “essere vestiti di Cristo” è durativa.
68. FRATELLI SACERDOTI, nella preghiera diaconale detta “intensa” o “ardente”, meglio forse “istante” per chi non è ristretto al pauperismo linguistico. La mia ottica è di rendere in una versione immediata anche la presente preghiera diaconale. Massima attenzione si deve ai testi che elencano, secondo tradizione locale, 1) sacerdoti, 2) sacerdoti-monaci, 3) monaci non sacerdoti, 4) monache e 5) dignitari vari, 6) popolo vivente, 7) popolo defunto e in una scala di vago richiamo pseudodionisiano. Dove però sia l’istanza, l’ardore o l’ntensità non a tutti è dato di capire; forse sta nella triplice invocazione del coro. La traduzione italiana, basata sulla più contenuta formula slavonica, non è amata da alcuna delle tradizioni ortodosse d’Oriente, in quanto priva del fascino numinoso e acritico che solo la lingua liturgica madre può dare; nemmeno la mentalità occidentale, che vuole soprattutto comprendere e partecipare, ama questo elenco minuzioso di categorie, sproporzionato tra la solenne premessa di “ardente” e le meticolose petizioni successive. Per ottenere chiarezza e sobrietà, mi confermo sul testo slavonico. In sintesi, seri quesiti si affollano sulla presente preghiera diaconale; ciò malgrado, in questa sede sono impegnato soltanto a tradurla nel modo più intellegibile e asciutto possibile. Vedi anche VENERANDA CASA e PREGHIAMO IL SIGNORE E CHIEDIAMO AL SIGNORE al paragrafo B.
69. FU CONCLUSO IL SUO PROCESSO, ἡ κρίσις ἀυτοῦ ἤρθη: della formula durante la presentazione dell’Agnello mi riferisco al solo testo dei LXX di Is. 53:8. ἤρθη è l’indicativo aoristo I passivo sia di αἴρω che di ἀραρίσκω. Tradurre “togliere” per il primo verbo e “adattare” per l’altro ha poco senso in italiano. Né il Masoretico permette il confronto diretto con i LXX; lo slavonico rende взятся e si mette subito a posto. La mia osservazione è retta dall’idea che “togliere” una κρίσις sia un idiotismo, e come tale non può essere tradotto alla lettera. Apparentemente “togliere un processo” suggerisce concluderlo, forse come “togliere/levare le tende” significa per noi “sgombrare il luogo”, “andarsene”. Per contro, “alzare” una κρίσις potrebbe anche significare aprirla, forse con una premeditata condanna, come accadde nel processo a Gesù. Se poi pensiamo ad ἀραρίσκω, dovremmo tradurre con “fu artato”, (mi ricompongo subito: “manipolato”). Ho scelto, penso nel modo più diretto ma comprensibile, fu concluso per la forma passiva di αἴρω (assunto come un idiotismo), il cui soggetto è κρίσις, cioè giudizio, sineddoche di processo. In alternativa, κρίσις vale per “sentenza” e potremmo tradurre “fu emessa la sua sentenza”; ma di “togliere”, secondo me, non se ne parla proprio.
70. GERARCA, ἱεράρχης/священноначальник: mancando l’affettato “ierarca” in tutti i nostri dizionari, non concordo che tale lemma passi direttamente dal greco all’italiano, dovendosi preferire la dizione consolidata di gerarca. Consoliamoci, perché gerarca vuol dire esattamente ἱεράρχης, pur con l’aggiunta laica di una accezione politica d’altri tempi, dal medesimo significato; cosa comune nelle lingue moderne è infatti l’imporre significati laici, spesso effimeri, a termini esclusivamente religiosi, mentre l’opposto è ostacolato (esempi: “culto” per cura o ammirazione eccessive, “sacrestia dell’oro” per caveau della Banca d’Italia, ecc.). Possiamo dunque reimpossessarci del senso originale di gerarca, che per venustà, pratica e cessato folklore politico, è italianissimo.
71. GIUSTIZIA, δικαιοσύνη/праведност: al salmo 50 in “sacrificio di giustizia”. Termini religiosi come “legge”, “giustizia” ed altri simili sono letti male se riportati ai nostri attuali concetti di legalità o di moralità. Ritengo impossibile in italiano creare termini diversi da quelli tradizionalmente assunti, ma, rinunciando ad abbandonarli, manteniamo l’ambiguità. La semplificazione tipografica di limitare al massimo le maiuscole non aiuta a differenziare. Penso sia corretto almeno chiarire il senso che la nostra tradizione di continuità biblica dà a questi termini. Sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento essi hanno il valore di concreto rapporto tra gli uomini e tra Dio e l’uomo all’interno del suo Testamento, cioè della sua attestazione di legame con l’umanità. In questo ambito nell’A. T. i “sacrifici di giustizia” sono la volontà liturgicamente espressa di ripristinare il mancato rispetto tra i membri della comunità, causato da intenzioni e comportamenti di abbandono della giustizia di Dio e della sua Legge. Questa è intesa meno come raccolta di obblighi e divieti da espiare se violati, e piuttosto come un perimetro dentro il quale si agisce con sicurezza; per non inoltrarci nel termine Torah, il νόμος della LXX era, all’origine della lingua greca, “consuetudine che diviene regola”, “composizione di buoni comportamenti e corrette azioni”, ovviamente da non violare). Intendo quindi ‘“iniquità” ἀνομία/беззаконие, la rinuncia alla Legge, ovvero il privarsene da sé.
72. IDEALE, νοερός/мысленный: il significato primordiale di “saggio, pieno di buon senso”, epiteto del dio Apollo, passa a “ingegnoso” ed evolve a “concettuale”, inteso come stato intermedio tra il mondo “noētòs” (“intellettivo, tipico del mondo iperuranio”) e la materia, sino a “intelligibile”, cioè che può essere conosciuto o compreso dall’intelletto. Se un oggetto è accessibile alla mente, non necessariamente è immateriale, semmai è ideale, se riporta esperienze materiali ed empiriche ad un modello di perfezione. Ideale a me pare meno categorico di “immateriale” e comporta il concetto fondamentale dell’acquisizione intellettiva; dal Treccani in una delle accezioni è così definito: “Che appartiene all’idea, come perfetto modello verso cui si tende nell’azione o nella conoscenza…; quindi, più genericamente, che risponde all’idea che noi ci formiamo del perfetto…” Egualmente, dal punto di vista prettamente filosofico, ideale “è ciò che è formale o perfetto, nel senso che appartiene all’idea come forma, specie o perfezione” (Abbagnano): in altri termini è la specie unica intelligibile di una molteplicità di oggetti, nel nostro caso i molti altari imperfetti rispetto ad un intelligibile unico e perfetto altare; la stessa fonte ci avverte però che l’aggettivo in esame può significare “irreale” se l’oggetto appartiene alla sola rappresentazione o al pensiero, oppure se designa il perfetto di un oggetto impossibile.
73. IL LORO SERENO AGIRE, ἐν τῇ γαλήνῃ αὐτῶν / в тишние их: la versione alla lettera, riferita ai fedelissimi imperatori, nonché alla corte e all’esercito, è: “…affinché, nella loro serenità, anche noi conduciamo una vita calma e tranquilla ecc.”. Interpreto così: “Mantieni sereni re e corte: le loro difficoltà si riverserebbero disastrosamente sulla nostra vita, che vogliamo invece cristianamente calma e tranquilla, ricca di pietà e decoro”. Il testo, che ingloba 2Timoteo, 2:1, è dunque vigoroso e sincero in sé, e anche abbastanza critico. La concezione dello stato e la sua gestione hanno conosciuto evoluzioni che qui non declamo; affermo solo che la versione del testo in esame è ad un bivio: 1) scegliere la traduzione fedele, facendo bella figura a scuola, ma confermando una visione politica non vigente e fingendo che nulla da 1600 anni sia cambiato; 2) scegliere una traduzione meno letterale, ma fedele nel senso e più adatta alla contemporanea mentalità civica. So di individui che coltivano nostalgie imperiali, per i quali è norma di fede tradurre alla lettera “imperatore”, ecc. L’ammonizione che “Ogni cultura respira la propria fine” di Pavel Evdokimov non è qui peregrina. Sono effimeri il regime autocratico e quello democratico, con la differenza innegabile che noi ora “conduciamo una vita” nell’attuale forma di governo. Il ritocco dei testi sulle autorità è prassi dovunque: non si citano più gli imperatori con l’augusta famiglia e tutto il seguito, ma il governo nazionale, a volte persino con i nomi di persona delle cariche supreme. In Italia il fenomeno veste toni sobri, come sobri sono nella versione russa post-monarchica (a indicare quanto poco cogente sia un receptus ai fini pastorali); noi italiani dobbiamo la suddetta sobrietà non solo al concetto civico di ricambio elettivo, ma anche alla diffidenza verso la religion di patria, nell’ambito di un’impari lotta tra la vigilata autonomia dello stato laico e il vigilante potere religioso. Tale clima non si evidenzia nelle formule ortodosse, fautrici della “sinfonia dei poteri”, bensì nelle formule occidentali, che dell’autorità laica non citano nemmeno il concetto, limitandosi a pregare per la “società civile”. Per tornare alle nostra tradizione, nella prassi corrente le difficoltà di versione cominciano a pesare con la frase “affinché nella loro serenità, ecc.”: come enunciavo, siamo chiamati a scegliere tra conservare o rimodulare il linguaggio da monarchia assoluta. La “serenità”, tradotta allora nel Compendio come “moderatezza”, di ordine etico-amministrativo, significa oggi più di allora “indirizzo politico moderato” cioè, parafrasando il Treccani, “centrismo su posizioni conservatrici”: in tal modo essa è oggi un termine di parte, mentre allora “moderatezza” tentava solo un compromesso di traduzione. Tutto ciò premesso, mi sono deciso alla modifica del testo. “Affinché nella loro serenità ecc.” è divenuto il loro sereno agire ci giovi a condurre una vita calma e tranquilla ecc., con un’estromissione dell’ingombrante “affinché” e tutta la proposizione secondaria a carico, e con un il loro riferito ad agire, per mettere in relazione il dovere di un governo sulla sicurezza e i diritti dei cittadini. “In tutta pietà e decoro” del Compendio, dal gallicismo è passato all’italico con ogni pietà e decoro. “Il regno pacifico” è diventato nel nuovo contesto un mandato di pace, sia sociale che militare, evidentemente correlato al mandato elettivo. Imperatore, corte ed esercito sono divenuti nazione, autorità e difesa. La manipolazione del testo è schietta e non inficia il leale senso originario di offerta eucaristica anche in favore di chi ha responsabilità pubblica, pur in assenza dell’antico requisito imperiale di professione di fede ortodossa; d’altronde, la storia risorgimentale greca ricorda Ottone, primo re di Grecia, nato Wittelsbach principe di Baviera, strenuo fedele del cattolicesimo romano: la sua scelta lo pose in contrasto con la costituzione ellenica e con la Chiesa Ortodossa di Grecia, la quale tuttavia lo commemorò pubblicamente. Vedi anche VITA CALMA E TRANQUILLA e DECORO.
74. IL POSTO DEGLI AGGETTIVI: una mia convinzione, forse una fisima, mi porta a dare importanza alla posizione degli aggettivi rispetto al sostantivo. Mi pare che l’una delle due parti, aggettivo o sostantivo che sia, la quale si trova posposta, è quella che riceve più enfasi: per me, insomma, è differente “una grande casa” da “una casa grande”; in greco questo aspetto è molto evidente se l’aggettivo, oltre che posposto, si accompagna alla ripetizione dell’articolo; per esempio, trovo corretto (qui anche per motivi teologici) tradurre τὸ ἅγιον πνεῦμα con “il santo Spirito” e τὸ πνεῦμα τὸ ἅγιον, cioè “lo Spirito, il santo”, con “lo Spirito santo”; altro esempio è la mia versione “tuttosanto, buono e vitale Spirito”, la quale contrasta con altre che pospongono gli aggettivi. Trovo dunque appropriato rispettare l’ordine degli aggettivi del testo greco, non per mero fenomeno “fotocopia”, ma perché confermo il mio pensiero in materia; devo però ammettere che la maggior parte degli aggettivi nel greco liturgico sono premessi al sostantivo e che, di fronte alle peculiarità della nostra lingua, la mia personale convinzione si fà da parte.
75. IL TEMPO ANCORA DA VIVERE: nelle due litanie diaconali, rispetto alla versione alla lettera “Che il tempo rimanente/residuo/che resta – della nostra vita”. La mia versione presenta i seguenti fondamenti: 1) qui “nostra” è inutile nella sensibilità dell’italiano; il possessivo, infatti, da noi non è tollerato quando l’appartenenza è intuitiva; faccio i seguenti esempi: noi italiani non porgiamo ai “nostri” amici la “nostra” mano, bensì porgiamo agli amici la mano; come comune mortale, ma mortale italiano, non soffio il “mio” naso, ma soffio il naso o, se voglio escludere equivoci, “mi” soffio il naso, e poi non lavo le “mie” mani, ecc.; così, se Giovanni parla col padre, agli italiani che parlano italiano è chiaro che si tratta del padre di Giovanni e non del padre del vicino di casa, fatta salva una precisazione di contesto. 2) L’aggettivo “residuo/rimanente” e simili è divenuto un avverbio, “ancora”, eliminando ulteriori durezze e pesantezze e significando egualmente il restante da compire. 3) Il complemento determinativo “della nostra vita” diviene un verbo telico “da vivere”, conforme all”ancora” citato; si evita così non solo l’aggettivo possessivo, ma anche la preposizione “di”, ancor più se articolata, molto ricorrente nella nostra lingua romanza; tale preposizione, se non trova argini, è in grado, in combutta con i possessivi inutili, i pronomi relativi e qualche altro elemento grammaticale, di invadere ampi spazi del discorso: avete mai sentito parlare (e spero mai letto) della faccenda del libro di storia del cugino del compagno di scuola di mio figlio? Tornando alla mia versione, che cosa cambia rispetto alla traduzione scolare? il testo si fa scorrevole, recupera i tanto feriti ritmi italiani e toglie sillabe di troppo. Se il testo fosse intoccabile per sacralità intrinseca o per mentalità pedante, dovremmo tradurre alla lettera, dando l’addio agli italiani che parlano italiano e che sono interessati alla nostra fede; se poi non ce ne infischiamo affatto degli italiani, consideriamo almeno che quasi tutti i figli di ortodossi immigrati parlano l’italiano in modo impeccabile; ad essi, istruiti e ben parlanti, tutti i nostri traduttori dovranno rivolgersi, prima che le suorine “missionarie” guatemalteche o filippine li portino, insieme ai genitori, alla “prima comunione”.
76. ILLIBATO, ἄχραντος/пречистый: in slavonico è un termine assertivo semanticamente e superlativo grammaticalmente, quando nell’originale greco è inversivo e incomparato. Il significato di χραίνω è “imbrattare, insudiciare, sporcare”; capisco l’imbarazzo di molte lingue di fronte a un aggettivo, oltretutto ricorrente, che brutalmente significa “non sporcato”, specie se mancano sinonimi opportuni; in italiano però le cose non sono così rozze: disponiamo di numerosi e meno sgradevoli sinonimi, incentrati più sull’ontologia e meno sulla fenomenologia, come vuole qui la mentalità ortodossa; essi sono immacolata, illibata, integra, intatta. Carattere ontologico di tali termini e abbondanza di sinonimi ci consentono di tradurre la forma originale, si è detto inversiva e incomparata. Illibato è definito “integro, puro, esente da qualsiasi macchia che ne offuschi l’onore… In particolare di donna che non ha avuto mai rapporti sessuali, vergine” (Treccani); è usato non solo per persone o parti di persona (donna, uomo, coscienza, vita, costumi, ecc), ma anche per oggetti: “Che la illibata, la candida imago Turbare egli temea” (Leopardi). Riporto il poeta dal Treccani, a prevenzione della contestazione di illibata immagine, sempre ἄχραντος/пречистый, di Cristo, in uno dei tropari recitati all’ingresso all’altare prima della liturgia, tratto dalla festa dell’Ortodossia: la ”immagine” del poeta e del tropario non è genericamente “pura”, ma propriamente “esente da qualsiasi macchia che ne offuschi l’onore”; questo concetto è valido anche per un’icone, soprattutto per noi ortodossi che abbiamo una lunga storia, anche attuale, di sfregi. Tradurre ἄχραντος con “purissimo” denuncia sciattezza linguistica, ignoranza dell’italiano, evanescente mentalità ortodossa, confusione teologica e falsa adesione al senso originale; lo slavonico mi pare infatti defletta dal metodo “fotocopia” solo per una propria forma di pudore di fronte ad una espressione forse sgradevole o pesante; tale pudore non ha, come già detto, limitazioni grammaticali, ma semantiche; esistono infatti anche nello slavonico gli aggettivi inversivi, creati col prefisso не-. “Puro”, d’altronde, corrisponde a καθαρός e “purissimo” a καθαρῶτατος, eppure, anche per καθαρός ci troviamo, in una versione creola, di fronte ad una bizzarra versione con un “candido”; così si legge in una raffazzonata traduzione da “receptus”, con riferimento alla Sindone in uno dei tropari recitato dopo l’ingresso con i doni e imprestato, a fini mistagogici e per consuetudine, dal Triodio nella Grande Settimana. È difficile che in quel tempo e in quel luogo le stoffe bianche fossero veramente candide, cioè bianco-lucenti, quando per il bucato c’era solo la cenere di olivo; tale ingrediente ha dato “un fiero bianco” ai lenzuoli fino alle nostre mediterranee nonne, ma non il candore. Nel mondo ebraico un lenzuolo “puro” è tutt’altro: è ben pulito, non è reciclato e, cosa capitale, è tessuto sotto le regole di “purità” del Deuteronomio, cap. 22, vers.11; in proposito due regole sono rigide: 1) che lino e lana non formino tessuti misti e 2) che ciascun telaio sia usato per solo una delle due fibre; in difetto di almeno una delle due prescrizioni, il tessuto è dichiarato “impuro”. Niente “candido”, dunque, ma il “puro” del rituale che si addice a un devoto israelita (hassìd), quale il donatore arimateo. Per tornare a “puro” e “purissimo”, chi voglia prendere ancora atto dell’abuso del termine veda UN ESERCIZIO DI TRADUZIONE. Per il tema principale si veda anche IRREPRENSIBILE.
77. ILLUSTRΕ πανεύφημος/преславныи: del termine, breve, diretto e comprensibile, nonché già presente in altre versioni, un buon vocabolario quale il Treccani dice alla seconda accezione: “Che ha larga e meritata fama per singolari qualità e per opere o atti stimati egregi”. E così, accogliendo brevità e chiarezza, diamo l’addio anche al verboso e gnagnaroso “degno di ogni lode” e al meno colpevole, ma lezioso, “laudato”.
78. IMMATERIALE ἄκήρατος/нетленный: aggettivo inversivo di “composito”, dunque “incomposito”; nella filosofia antica, ciò che è composito appartiene alla sfera materiale, non a quella divina, la quale è definita semplice; “semplice” è però termine ambiguo e assertivo, mentre “immateriale” è preciso e inversivo. Estenuante e vacuo è ancora una volta l’abuso della versione “puro”. Si veda UN ESERCIZIO DI TRADUZIONE, ILLIBATO e IRREPRENSIBILE.
79. IMMENSO ἀμέτρητον/безмерна, nella prima preghiera delle antifone: dovrebbe essere “immensurabile”, indubbiamente difficile per dizione e immediatezza; si uniformerebbe a tutti gli altri aggettivi della prima frase della preghiera, i quali sono inversivi, passivi e parafrasabili in “che non è o non può essere il tal verbo”. “Immenso” non ha più in italiano tali caratteri, essendo divenuto assertivo e descrittivo di un notevole grandezza. Immenso ha comunque il merito della facile dizione. Sempre in riferimento alla prima preghiera delle antifone, ho trovato giovevole alleggerire il testo dai ripetuti aggettivi possessivi con un solo di te iniziale, a riassumere i molti enclitici σου.
80. IN ALTO VOLGIAMO ἄνω σχῶμεν / горе имеим: all’anafora. Qui il verbo ἕχω con l’accusativo e un avverbio di luogo significa “guido, volgo, rivolgo, conduco”; “volgere” ha l’accezione comune di piegare, indirizzare verso un luogo o un punto determinato. Il complemento oggetto è di solito una parte del corpo del soggetto o una cosa che dipende strettamente dalla sua volontà: si volgono gli occhi, lo sguardo, il viso, il cuore, le spalle, la mente, il pensiero, ecc. (cfr. Treccani). Volgere come contestazione di “tenere” è lo scopo della nota presente, mediante tre argomentazioni: 1) il reale significato che assume ἕχω quando associato ad un avverbio di luogo, come già spiegato; 2) l’improprietà di “tenere”, oltretutto i “cuori”: non è dell’italiano, ma di alcuni dialetti meridionali; eppure, perfino in questi la locuzione qui discussa significa ben poco; ciò dipende dall’aspetto verbale e dall’uso corrente (“tengo il cuore allegro” è colà corrente, “tengo il cuore in alto” è inusitato). 3) il differente aspetto o modalità dei due verbi in italiano: “tenere” è di aspetto verbale perfettivo, volgere è imperfettivo, come vuole anche l’originale greco. La versione slavonica, di certo montata a “fotocopia”, vorrà pur dire lo stesso di ἄνω σχῶμεν, ma горе имеим, trasposto in italiano con “teniamo in alto” cioè “abbiamo, stringiamo, manteniamo in alto”, indica l’opposto aspettuale e di conseguenza semantico del testo originale greco. “Teniamo duro e tiriamo avanti”, si dice in italiano di fronte all’insopportabile. Vedi anche VOLGIAMO.
81. IN PERPETUO, πάντοτε/всегда: dal francese en tout temps ci giunge “in ogni tempo”, talmente acritico, che, passi per il vilipeso Compendio, nemmeno i nostri migliori accademici di corte lo mettono in discussione. Πάντοτε è “in ogni tempo” oppure “per tutto il tempo”? È un sinonimo di ἀεί/присно, e gli va in coppia nelle formule di imperiturità. Ἀεί significa “con continuità ininterrotta, senza termine di tempo”; πάντοτε, invece, “che non avrà mai fine, che durerà sempre, che è destinato a durare in eterno”. Per il Tommaseo, “Quello che si fa sempre si fa d’ogni occasione che ne venga” . “Perpetuo denota quasi l’azione di passare per l’estensione dei tempi, e seguitare con quella”. “Perpetuo e continuo “sono” (ndr,) propriamente l’atto o il corso, con la differenza che perpetuo dice l’azione o il corso senza limiti sensibili o determinati nel tempo; continuo dice cosa che dal principio in poi viene seguitandosi o rinnovandosi, senza nulla determinare rispetto alla futura durata”. Quando la lingua liturgica intende dire “in ogni tempo (e momento)”, lo dice per esteso: ἐν παντί χρόνῳ (+καί καιρῷ) (preghiera delle Ore); lo stesso è detto nella preghiera all’ambone, che in alternativa si recita alla liturgia di san Basilio nel giorno della memoria del santo (primo gennaio) e il Grande Sabato; πάντοτε è riservato ad una accezione più elevata, di completamento e assonanza con ἀεί.
82. IN PRO πρὸς τὸ συμφέρον / к полезному: nella preghiera della terza antifona; la succitata preghiera, se tradotta alla lettera, stupisce per la sua struttura sconnessa 1) nei concetti incentrati sui verbi e 2) nei destinatari delle operazioni divine: “Hai effuso in noi: a preghiere – Hai promesso a due o tre: esaudimenti – Adempi a (tutti?) i tuoi servi: vantaggi – Arrechi (soltanto?) a noi: conoscenza – doni (solo a noi? a tutti?) vita eterna”; la traduzione dovrebbe spingere ad un afflato unitario del testo, e l’unico metodo è avvicinare concetti e destinatari agendo sulla struttura dei periodi. Questa locuzione avverbiale in pro, che vuol dire “in favore”, “a vantaggio”, è meno moderna, ma è meno prosaica; è lontana culturalmente, ma solo a chi parla l’italiano di cinquanta parole, quando gli italiani di oggi ne usano (solo) 300; tornando a in pro, la brevità e la libertà da ridondanti pronomi, quale sarebbe un “loro” nei testi con “vantaggio”, inesistente nell’originale, la rende preziosa; si consideri inoltre che, nell’ottica unitaria della preghiera, come oggi propongo si intenda, il “loro” della proposizione principale tende a contrapporsi al “noi” delle secondarie successive, quasi a dire: “a loro adempi solo le richieste futili, a noi invece dona di meglio: conoscenza e vita eterna”; penso che così non sia negli intenti originari della preghiera, ma se si traduce pedissequamente si perpetua il dubbio. Vedi anche A DUE O TRE CONCORDI, ACCORDO, ARMONIA ecc., ADEMPI e LARGIRE.
83. IN SÉ STESSO, ὠσαύτως/такожде all’anafora: già Aristotele dice che per sé, nonché in quanto sé stesso è, hanno il medesimo significato: la realtà della vera e propria natura di un soggetto, indipendentemente dai suoi attributi conoscibili o da un modo soggettivo di considerarla (Abbagnano). Il Treccani rincalza: “In sè, in sé stesso, in sé e per sé, di per sé, (di) per sé stesso, espressioni con cui si dichiara di considerare una cosa nel suo significato o valore assoluto, nella sua essenza, indipendentemente dalle circostanze accessorie … in particolare, nel linguaggio filosofico la locuzione in sé indica la realtà nella sua propria e vera natura, indipendentemente dai suoi attributi accidentali o da un modo soggettivo di considerarla”. L’immutabilità, concetto usato comunemente per tradurre il presente passo, è pur sempre un attributo divino; l’esistere in sé stesso è però, a mio avviso, la corretta ed essenziale versione del testo ed ingloba l’immutabilità.
84. INAVVERTENZE ἀγνοημάτων/безкровныя: traduco così perché penso che il sacerdote, facendosi avanti, voglia, con un artefatto retorico, chiedere indulgenza per il popolo, non certo aggravarne le pendenze; il celebrante infatti mette avanti i propri peccati e solo poi, attenuandoli con opportuna terminologia, quelli altrui. Se esaminiamo alcuni sinonimi, “inadempienza” sa di burocratico; “ignoranza” è atto colpevole, vuol dire che si sbeffeggiano ammonimenti a regole complesse e che si trascurano quelle intuitive ed elementari, ovvero “è detta dell’uomo quando non sa quello che è tenuto di sapere” (Tommaseo): tanto basta a fallire nello sminuire le cadute del popolo. “Inconsapevolezza”, “disconoscenza” e “inscienza”, pur con diverse sfumature, sono per i poco colpevoli. Recidivo di prolissità mi pare invece chi traduce “errori inconsapevoli”. “Inscienza” è termine perfetto, quantunque desueto e mal compreso; il Tommaseo: “L’inscienza si suppone innocente, cioè che venga da impossibilità, o da grave difficoltà, di sapere”. “Distrazione” ci è alquanto utile solo nella seguente accezione: “In psicologia, stato di dissipazione della mente” (Treccani). È interessante notare che alcuni dizionari di greco classico – inglese attribuiscano ad ἀγνόημα una sorta di cecità (“blindness”) della mente. In conclusione, trovo un equilibrio nel termine inavvertenza, “mancanza di attenzione relativamente a fatti particolari” (Treccani); traggo dal laico “fatti particolari” la lettura spirituale di “divini comandi” e riformulo il concetto così: “mancanza di attenzione ai divini comandi”. È sempre meglio che dire “cosciente e ignorante” o “distratto e iniquo”, espressioni che non aiutano certo ad attenuare le colpe.
85. INDURRE IN TENTAZIONE: con la stessa graziosità linguistica di riposare le anime dei defunti, Dio può anche non indurci nella o in tentazione. Qui vuol dire “non farci indurre”, cioè “non permettere che siamo indotti”: da altri, non da lui! Molto spesso in greco le modalità verbali causative sono espressi non da una coppia di verbi ma da cambiamenti della struttura del verbo (prefissi, tempi, modi, modalità, ecc.); quando poi risulta chiaro il senso, quella lingua non si dà neanche la pena di ricorrere a segnali specifici. Ci sarebbe poi da chiarire come sia stata tradotta in greco l’originale espressione aramaica, ma se ne parlerà in seguito. Tradurre εἰσφέρω, “introdurre”, ovvero “fare entrare” attraverso il latino induco, ovvero “condurre dentro” e passare il tutto all’italiano “indurre” dopo aver accumulato un fardello storico di mistici commenti, potrebbe essere stata un’evoluzione temeraria, ma ciò che conta è il significato reale, che qui proviene dal suo aspetto causativo. Faccio un esempio di buon italiano: in una dibattito, un amministratore toscano ha recentemente dichiarato che “In Nigeria un euro campa dieci persone al mese”, dando lustro, non so se alla scienza dell’economia, ma certamente alla nostra lingua, che avrebbe considerato sgraziato un “fa campare”. Le interviste sono state parte importante del mio osservatorio linguistico; su questo argomento ho raccolto il disappunto per certe perifrasi, contorte, lunghe e inutili come “non lasciare che veniamo indotti in tentazione”, o romanticamente errate come “non abbandonarci alla tentazione”. Con la citazione dell’ultima chicca, “non farci entrare in tentazione”, un entrare invece c’è stato, ma nell’ilarità: una mi ha chiesto se per entrarci è gratis o si paga, altri chiedeva se c’è una porta. Eppure questa espressione, contorta e indiretta al punto che qualcuno l’ha derisa, è la presunta ricostruzione in un probabile aramaico parlato da Gesù. Va detto che questo tratto “ricostruttivo” è nulla rispetto alla “demolizione” di tutto il resto della preghiera, e vi lascio indovinare quali congreghe se ne siano fatte campioni. Per tornare alle traduzioni liturgiche, cercare brevità e immediatezza nelle preghiere ripaga con la spontaneità nel recitarle. Circola, per un altr esempio esempio, un libretto di preghiere fatte di frasi contorte e lunghe ciascuna dieci righe senza una sola punteggiatura; ebbene, lamentano diversi italiani ortodossi di non riuscire a pregarci: mi associo. Vedi anche RIPOSARE e VERBI ASSOLUTI.
86. IRREPRENSIBILE, ἄμωμος/непорочный, altro aggettivo inversivo. Rinuncio a intemerata, sgradita a causa dell’accezione laica di “discorso lungo e noioso”, o dell’espressione altrettanto laica di “cantare l’intemerata” per: “rimproverare acerbamente”. Forse questa volta non c’è bisogno di troppe argomentazioni: il greco μωμάομαι-μωμέομαι significa “biasimare”, “vituperare”, “beffeggiare”. Possiamo definire irreprensibile anche l’Agnello della profezia di Isaia, da altri detto “senza difetto”, citato nell’ammissione dei doni, così come irreprensibile è la “via” del salmo 17 LXX, v. 33, alla vestizione del celebrante, perché l’aggettivo italiano non solo contempla gli aspetti di “onestà, integrità, correttezza”, ma anche di “perfezione formale” (Treccani). Esistono altri sinonimi di questo gruppo, ma non nella Liturgia di san Giovanni; per questa ragione, fortunatamente, non siamo obbligati ad esaminarli in questa sede. Vedasi anche “ILLIBATO”.
87. ISAIA, DANIELE E SAN TEODORO: durante l’ammissione dei doni, quando si appongono le particole in memoria. A) Il testo slavonico prescrive давида и иессеа (di Davide e di Iesse). I testi greci presentano varianti, le principali delle quali sono, tra le più antiche, δαυίδ καί ιεσσαί (come lo slavonico) e tra le meno δαυίδ τοῦ ἰεσσαὶ (di Davide di Iesse). Quest’ultima solo in apparenza è la più plausibile e non coincide con lo slavonico; sorge infatti il dubbio su quanti profeti di nome Davide circolino indisturbati, tali che sia necessario specificare il nostro come di Iesse; si potrebbe pensare che sia per l’enfasi sul di lui “virgulto” o, a scelta, “radice”. Non si spiega nemmeno la memoria di Iesse tra i profeti principali, se non, come sempre, a posteriori: io invece lo direi oggetto di profezia. Resta il fatto che δαυίδ τοῦ ἰεσσαὶ non è δαυίδ καί ἰεσσαί. Si noti che non ci aiutano i testi più antichi perché la pròthesis/ammissione, dalla sua comparsa in poi, è stata formulata nei tempi e nei luoghi con elenchi diversi, prima che poche varianti fossero selezionate e fissate dalla stampa; anzi, bisogna dire che l’evoluzione continua ancora senza argini, per esempio con l’aggiunta di santi locali occidentali (di non sempre accertata fede ortodossa), la completa e lunga commemorazione di tutti i santi del giorno, ecc. Queste varianti, inoltre, non sempre presentano allo stato attuale una formulazione logica. Per esempio, “Daniele, il profeta” è nominato dopo che si è verbalizzata l’apertura della categoria dei profeti, ma poi si ha cura di anteporgli “i tre santi Giovinetti”, non in sé e per sé profeti, ma anch’essi tipi e segni di profezia a motivo del racconto della fornace, e di posporgli “e di tutti i profeti”; tutte queste ripetizioni ci hanno alla fine convinto che quel Daniele è senza ombra di dubbio un profeta; ma se lo scopo è di riprendere la catena dei profeti interrotta dai tre Giovinetti, bisognerebbe tradurre con e, inoltre, del profeta Daniele. Non brilla neppure la doppia commemorazione di san Giovanni Crisostomo o di san Basilio il Grande, a seconda di quale delle due Liturgie si celebri (io ho risolto aggiungendo un nuovamente, così che almeno in italiano non preghi a vanvera e ci si ponga invece qualche domanda). Per tornare al quesito su Davide e Iesse, una soluzione forse c’è, anche se filologicamente non documentabile: frugando nella mia scarna biblioteca, ho trovato un testo del cui dono resto grato, non fosse che per il mio amore alle lingue “tagliate”. È una Divine Liturgie bilingue, francese e occitana, in cui Yves-Germain Bouissou d’Arnaudet mette l’occitano; della parte francese non è detto l’autore, ma essa pare vicina, ma non identica, alla versione francese ligia ad un lavoro melkita, assunto da un altrettanto venerando receptus, nella versione del Monastero di Aubazine in Francia pubblicata nel 1975; la nostra è invece un dono pubblicato dal Monastero dell’Arcangelo Michele di Lavardac; il colofone non riporta la data, ma penso risalga all’ultimo ventennio del secolo scorso. Ebbene, non saprei da quale fonte, ma la nostra bilingue sostituisce risolutamente e arditamente Iesse con Isaia, quasi volesse correggere una trascrizione troppo a lungo errata o considerare Isaia immancabile nell’elenco. Per me Isaia è soluzione più che logica e sufficiente rispetto a testi non convincenti, e a me preme un testo convincente, non l’ossequio al receptus: la mia versione pretende infatti di parlare a quegli italiani che sono interessati profondamente all’ortodossia e non amano contraddizioni e oscurità, che pensano di lasciare alle spalle; tutto ciò nella coscienza che tradurre non è tradire di proposito. Vorrà dire che in mezzo a tante redazioni della Prothesis, nessuna, ripeto, priva di varianti locali, contraddizioni, punti oscuri e inadeguatezze, ci sarà anche questa. Tanto al momento mi basta: non faccio l’accademico, non fingo di esserlo, né aspiro al tronfio lauro. Se solo pare, è perché espongo, ma con semplicità, le mie osservazioni: esse vogliono solo difendere l’italiano e la calpestata logica della nostra lingua, quando poi non evapori la logica in sé. B) Nella mia versione ho citato un solo santo martire Teodoro; per inciso, se si vuole mantenere separate le due figure, del militare graduato e del militare semplice, bisogna dire i Teodori, perché così sono detti in Italia, piaccia o no a chi italiano non è; non discuto qui gli studi che vorrebbero i due santi storicamente uno solo, ma segnalo che testi dell’XI secolo ne citano solo uno senza distinzione di ruolo. Anche nei casi A) e B) spero di aver reso i passi più leggibili, perché più logici, ovvero più invitanti alla meditazione liturgica. A proposito di Iesse in quanto tipo, vedasi RIFERIMENTI.
88. KYRIE ELEISON: dall’originaria interiezione, simile all’italiano “Misericordia di Dio!” l’espressione entra nella liturgia ad Antiochia nel IV secolo passando a significare “Signore, provvedi con misericordia alla richiesta”; provvedere è la chiave di comprensione di questa giaculatoria, che ritengo voglia recepire un’accezione del greco neotestamentario di “misericordia di Dio per gli uomini”, intesa come “divina provvidenza”. Il verbo assoluto passò in seguito da una modalità imperfettiva ad una perfettiva, con il senso di: “Signore, abbi misericordia”. È questo un problema linguistico costante e poco valutato, quello aspettuale, o modale, di un verbo e della distinzione almeno tra due delle sue espressioni principali, il perfettivo e l’imperfettivo. Pregevole è una recente formula della Messa Romana che coglie linguisticamente l’argomento: “Signore, ascolta con misericordia”, che pare voglia abbandonare il tristissimo “Signore, pietà”. Non si deve ignorare che l’espressione greca è presente sin dal V secolo anche nella preghiera cristiana latina, provenendo dalla precedente liturgia dell’antica Roma quando era in lingua greca e continuando tutt’oggi ad essere a casa propria in italiano (vedasi la voce in Treccani e in tanti altri). Ma se Kyrie elèison non è sopportato, mi permetto di suggerire “Signore, provvedi” oppure “Signore aiuta” (con verbi assoluti), anziché il “Signore, pietà”. Dico questo 1) a motivo dell’uso errato del termine “pietà” al posto di misericordia, 2) a motivo del trascurato aspetto verbale e 3) a motivo di ambiguità nel concetto stesso della “pietà” richiesta: l’invocazione incute a vari miei intervistati il timore che sia in arrivo una punizione, anziché un esaudimento. In coda, ricordo che esisteva un termine unico per “avere/usare/esercitare misericordia”, ora desueto e bandito dai dizionari moderni, transitivo o assoluto, e difettivo: “misericordiare”. Tanto senza lontanamente proporre un “Signore, misericòrdiaci”. Vedasi anche PIETÀ E MISERICORDIA e PROVVIDENTE, nonché VERBI ASSOLUTI ecc..
89. L’INCUBO DEGLI EDITORI: ovvero, il mare di parole, la prolissità; questo sento da non credenti e da credenti ortodossi ed eterodossi, a proposito delle traduzioni meticolose delle nostre preghiere. Già nei nostri ambienti nordamericani circolava questa espressione, “incubo degli editori”, autoironia sulla complessità, lunghezza e verbosità delle preghiere: esse avrebbero sfinito chi, nella fase di composizione, andava a stamparle. Anche con la stampa moderna, meno faticosa, tale espressione ci accusa ancora di incapacità a tradurre la ricchezza della nostra eucologia e innologia; la conseguenza di tale incapacità è il disagio mentale di un occidentale di fronte alla carenza di concisione, chiarezza e scorrevolezza, nonché della stessa logica propria, in una parola, di immediatezza; e pensare che la cultura occidentale è il nostro target! Come è noto, ci sono lingue moderne occidentali, come il tedesco e le lingue slave quanto a parole composte (non ad libitum), coniugazioni e declinazioni, e l’inglese quanto a costrutti, le quali sono a vocazione sintetica; quelle neolatine sono irrimediabilmente analitiche: al fine di inseguire la precisione sintetica delle lingue liturgiche, esse possono solo ricorrere a termini alieni, a perifrasi o a neologismi, quasi mai adatti all’uso liturgico; essendo plasmate su modelli laici, le lingue moderne sono anche renitenti alle accezioni religiose; non solo, ma se ne appropriano a fini distorti; rendendoli ridicoli, costringono ad abbandonarli nell’uso liturgico stesso (“pontificare” per “fare il saccente”; “salmodiare” per “bestemmiare”, “sacrificio” per “rinuncia”, ed altri esempi che andrò citando all’occasione). Questa condizione non è solo un dramma per gli ortodossi, lo è anche per gli altri cristiani, i quali però hanno da tempo risolto la faccenda abbattendosi sui testi a colpi di sciabola, cioè, per dirla più irenicamente, riformandoli. A noi, legati alla perla di tanta tradizione liturgica, è affidato il compito di conservare integro il patrimonio, traducendo, tra i vari accorgimenti, con la massima la sintesi e immediatezza; ciò richiederà una traduzione non sempre letterale, con l’eccezione delle formule dogmatiche, e uno stretto adattatamento alla lingua di arrivo, evitando di stravolgerne peculiarità, ritmi, grammatica e sintassi. Ecco perché ritengo di dover rendere con un solo lemma concetti altrimenti divenuti prolissi nelle nostre versioni (polyèleos, filànthropos, theotòkos, makròthymos, zōopoiòs, zōodòtēs, ecc.), perché coordino periodi in origine subordinati e perché frammento periodi in origine lunghi e affannanti. Dissento invece dalla soluzione del “non tradurre”, che ci riversa termini stranieri assenti dai dizionari o presenti ma semanticamente differenti. La lingua viva suggerirà costrutti snelli e diretti, oppure aiuterà a districare le matasse sintattiche; dire per esempio ”acqua santificata” è uno dei tanti modi pesanti di tradurre: agli italiani è sempre bastato dire snellamente “acqua santa”; l’aggettivo deriva dalla prima accezione, la più antica, dal latino sanctus, participio perfetto di ”sancire”- sancio, nell’accezione di “rendere sacro”; questo aggettivo italiano, qui usato inconsciamente alla latina, non tollera ulteriori ricostruzioni a verbo; tanto non esclude che una necessità burocratica richieda il participio passato non contratto “santificato”; lo scambio di posto dell’aggettivo, “santa acqua”, modifica invece la semantica: dopo una grave siccità così si dice quando finalmente piove.
90. LA CONGIUNZIONE “E” E LE SUE VIRGOLE: molti luoghi comuni limitano l’uso delle virgole intorno alla congiunzione “e”, intesa in funzione semplice e coordinativa. Io mi sono permesso di porla all’inizio di frase, come accade anche in letteratura e nello stesso parlato, anche quando è preceduta da un segno di punteggiatura forte; non sempre le mie sono anomalie: per esempio, in una frase con due coordinate, se nelle seconda di queste il soggetto cambia, la virgola è buona regola; altre volte la virgola prima della congiunzione legittimamente stabilisce solo delle pause ritmiche.
91. LA VERITÀ DI TE / IN TE, τῆς σῆς ἀληθίας / твоея нстини: nella preghiera della terza antifona e in varie altre preghiere, nonché in molti tratti scritturali. Il dilagante relativismo impone che questo e simili passi, come per esempio “tuo mondo”, vadano caratterizzati al meglio; il pericolo è quello di assecondare nelle preghiere interpretazioni, pur inconsistenti, di “una delle tante verità che si possono affermare”. Vedi anche QUESTO TUO MONDO.
92. LARGIRE, χαρίζω/даровать: “donare generosamente, con liberalità”; largire è perfetta e lapidaria traduzione che altri hanno proposto e che io accolgo con entusiasmo. Cito il poeta dal Treccani, per chiudere al nascere ogni diatriba: “Ecco ci è nato un Pargolo, Ci fu largito un Figlio” (Manzoni). È bello spiegare il termine italiano polisemantico grazia, in greco liturgico monosemantico χάρις, con i termini della largizione. I puristi sconsigliano invano la forma elargire in quanto manipolazione non necessaria dell’originale latino largiri. La mia personale impressione è che elargire di fatto esista nella nostra lingua e che abbia addirittura una sua autonomia rispetto a largire, suggerendo teatralità nell’azione; se così fosse, contrasterebbe con le doti linguistiche ora decantate del nostro verbo e con i caratteri della carità divina. In coda, ammetto che in più di una situazione sia comunque corretta la versione donare, meno specifica, ma meno dotta e di conseguenza più accessibile nelle necessità, come nel tropario della Resurrezione. Tanto anche a confermare che si fà danno a tradurre un termine sempre con lo stesso registro.
93. LIBERACI DAL MALIGNO, ρύσαι ἡμάς ἀπό τοῦ πονηροῦ / избави нас от лукаваго: a me e a moltissimi prima di me per duemila anni è parso chiaro che il testo greco parli del malvagio per eccellenza, il diavolo, e non di un intellettuale “male”, anche se già Origene ne discuteva l’ambiguità. Dopo di ciò non mi profondo nella solida dimostrazione linguistica della mia asserzione, ma affermo che è disastroso recitare formule come il Credo o il Padre Nostro secondo versioni occidentali sol perché siamo in occidente; ciò vale anche per il cotidianum/superessentialem rispetto all’ἐπιούσιoν: il “quotidiano” per i molti è solo dei giornali, mentre cotidianum non è del tutto “quotidiano”. Ogni argomento a favore delle formule occidentali mi è inaccettabile, alla luce della mia personale esperienza pastorale. Mi riferiscono che c’è chi tollera anche il Credo col Filioque perché questo sarebbe il linguaggio dell’occidente, e ciò si fa per mimetismo culturale o per insufficienza teologica.
94. LI RICORDI: nelle commemorazioni all’ingresso dei doni e nei dialoghi tra sacerdoti e diacono alla fine dell’ammissione dei doni e ancora al termine dell’ingresso dei doni, ho usato un lecito costrutto italiano, anteponendo il complemento oggetto al verbo e riprendendo il complemento oggetto con un pronome personale immediatamente prima del verbo, in figura retorica di pleonasmo; qui lo scopo è di rispettare il costrutto originario, comune al greco e allo slavonico, ma soprattutto di fornire una tensione espressiva che credo manchi nella comune nostra sequenza soggetto-verbo-oggetto.
95. LINGUA CREOLA: in generale, una lingua creola è un crogiolo di due o più lingue. Mi rendo conto di usare spesso il termine “creolo” in modo ingeneroso, trascurando quanto ferva la creatività dei linguaggi umani; insisto però a tradurre nella mia lingua letteraria, senza incertezze, per dare alla liturgia uno stile dignitosamente italiano; l’italiano della liturgia non sarà mai come quello della lingua parlata, come non lo sono tutte le nostre lingue liturgiche, che si avvalgono di termini scelti, di solito classici o “antichi”; esse non sono “un’altra lingua”, ma una forma diversa; divengono comprensibili con l’esercizio della frequenza alla preghiera e delle aspirazioni a migliorarsi; faccio a proposito notare che il rumeno liturgico ha la sua debita distanza dal rumeno parlato moderno, e che l’inglese liturgico della Hapgood è ancora in uso nelle comunità di lingua anglosassone che condividono il concetto sopra espresso.
96. MEMORABILI, ἀειμνήστων/приснопамятних nella preghiera diaconale dopo il vangelo: poiché il significato classico di “memorare” porta in sé la nozione temporale, è superflua l’aggiunta dell’avverbio di tempo “sempre”: “Memorabile: da doversi ricordare lungo tempo per la sua gravità ( = importanza, ndr) e per i suoi effetti.” (Palazzi). La definizione moderna non esclude l’estensione alle persone (Treccani), l’uso classico sì, dando tuttora aulici frutti (vedi sia Palazzi che Tommaseo). C’è poi memorando, ancor più diretto, breve e di medesimo significato, però enfatico e a volte ironico. Comunque si scelgano questi termini, il “sempre commemorati” e il “di perpetua memoria” vanno in pensione: di memorabile resta solo la loro prolissità.
97. MEMORIA, MEMORIALE, RICORDANZA, RIMEMBRANZA E REMINISCENZA, μνήμη, ἀνάμνησις / памятъ, воспоминание: in italiano i sinonimi ridondano, ma non tutti sono idonei all’uso liturgico. Nel Nuovo Dizionario dei Sinonimi della Lingua Italiana del Tommaseo si trova: “Memoria è la facoltà per la quale si ritengono le impressioni avute, o si rinnovano: ma l’atto del rinnovarle dicesi specialmente reminiscenza… La ricordanza è reminiscenza… Da questa voce derivano rammemorare, e rammemorazione, e rimembrare, e rimembranza; i primi, poco dell’uso; gli altri due, della lingua scritta, ma solamente della più scelta. La rimembranza è nell’animo; pubblica e solenne è la commemorazione: e così chiamansi le preghiere e riti per i defunti. La ricordanza e il ricordo è più cosa del cuore… Ricordanza è voce famigliare a’ contadini, i quali chiamano ricordanze le solennità maggiori dell’anno…” Il Treccani sull’accezione liturgica di “memoriale”: “… Sinonimo di anamnesi.” E su “reminiscenza”: “Nell’uso filosofico il termine si adopera come corrispondente del greco ἀνάμνησις, che nella terminologia platonica si distingue da μνήμη “memoria”, indicando un momento della conoscenza delle idee che, presenti nella memoria (l’anima le ha conosciute prima di scendere nel corpo), vengono come risvegliate e ritrovate attraverso un processo di purificazione dalla sensibilità.” Ritroviamo nell’uso cristiano la distinzione, epurata del platonismo e usata per esprimere il significato biblico di zikaron: la stessa cura della distinzione di questi due termini greci è anche presente nella versione slavonica, ma assente nella maggior parte delle versioni occidentali. Tirando le somme e filtrando gli arcaismi della nostra lingua, si può far coincidere memoria con μνήμη e memoriale con ἀνάμνησις. Nell’ammissione dei doni la traduzione italiana più completa di Εἰς ἀνάμνησιν è, di conseguenza, Per il memoriale; in questo modo si evidenzia che l’ammissione dei doni è finalizzata al memoriale che avverrà in tutto lo svolgimento eucaristico, e se ne esclude il latente ed improprio concetto di cripto-consacrazione; si aggiunge poi che, per la mentalità italiana, dire o agire “in memoria” di qualcuno o qualcosa è richiamarne il ricordo: questo atto è molto meno di compiere il memoriale, cioè stabilire relazione concreta tra passato e presente e darne testimonianza comune.
98. MERITARE, ἀξιωθήναι/сподобитися: invece di “essere stati resi degni di”, un elegante verbo quaggiù da noi è antidoto a prolissità e cacofonia: meritare significa “risultare degno di avere, ottenere e sim. q.cosa”, se si dà retta al Treccani e a un gran numero di altri dizionari. Tale verbo ha un altro grande pregio, tipico di quasi tutte le lingue analitiche, rammaricate di sprecare parole: è un verbo attivo ed evita così le preposizioni dei complementi indiretti. Meritare è termine comune, diretto e assai meno moralistico di “essere stati resi degni di”. Vedi anche CONSENTIRE.
99. MILIZIE, δυνάμεις/силы: ad indicare l’attualità e l’universalità del concetto biblico e liturgico di milizie angeliche, e non di “potenze ”, non citerò i nostri testi, ma la definizione di André Chouraqui nella sua versione francese dei salmi masoretici: “Truppe organizzate sulla terra o nei cieli, corpi celesti (étoiles) che eseguono gli ordini del Signore” (mia traduzione). Aggiungo che anche Dante nella Divina Commedia compara l’angelo alla stella, non solo col significato di “nunzio”.
100. MISERICORDE, ἐλεήμων/милостив: più breve e incisivo di “misericordioso”, è anche meno logorante di quanto martellato nei tempi nostri di sons et lumières da parte del partito dei misericordisti.
101. MONDARE E PURIFICARE: a volte ho usato mondare per purificare; il termine potrebbe essere perdente a cospetto di chi propugna il semplicismo verbale; si aggiungano la confusione indotta da dialettismi entrati nella lingua, come “mondezza” per “immondizia” (attraverso una romanesca elisione di “im-mondezza”), l’abbandono del termine in sé nel parlato e l’accezione che un tempo era errata e oggi affettatamente in auge di “sbucciare, pelare”. La storia del termine italiano, distaccatosi dal latino, inizia con “estirpare le male erbe dalle risaie”; per traslato, giunge attraverso “estirpare il male” a “ripulire” e, spiritualmente, “purificare”, facendo rientrare dalla finestra il significato latino. C’è però una sottile differenza tra “mondare”, che è una estensione appunto di pulire, e “purificare”, “rendere puro oggetto o persona”: il peccato si può mondare, cioè lo si può lavare, ma non si può purificare, cioè non si può far sì che diventi “peccato puro”. Quando inoltre ho preferito mondare oltre il senso ora descritto, ho solo sperato di ridurre la ridondanza delle sillabe e la difficoltà di dizione in alcuni contesti, per l’accentazione sdrucciola, o peggio bisdrucciola quando si accolla un pronome enclitico. Con un grazie ancora una volta alla nostra lingua classica che dà lustro alla liturgia, e dimenticando per un attimo che, oltre a mondare, anche “lustro” è nella lista nera della oligofrenica lingua dalle cinquanta parole.
102. NELLA CARITÀ CONFERMIAMOCI A VICENDA (solitamente “Amiamoci gli uni gli altri.”), ἀγαπήσωμεν ἀλλήλους / возлюбим друг друга: la formula della Liturgia Clementina era “Abbracciamoci gli uni gli altri con un bacio santo” (Costituzioni Apostoliche, Libro VIII, Capitolo XII: 4); il testo attuale sembra rifarsi alla Prima Lettera di Giovanni (IV,7 ἀγαπῶμεν αλλήλους) e Seconda (vers. 4: ἵνα ἀγαπῶμεν αλλήλους). Considerando entrambe le formule, quella clementina e quella crisostomiana, oggi la mia versione vorrebbe aiutare ad abbandonare la traduzione alla lettera e a recuperare un senso maggiormente pregnante di “amarsi”. Ritengo un torto accusare di archeologia questo approccio, per vari motivi. 1) Uno è linguistico. Qui il concetto di “amare” e “amarsi”, tradotto acriticamente, è generico e ubiquitario: non si tratta del verbo di amore fisico o platonico, né di altruismo o affezione, né di beneficenza o dedizione, né di cortesia o predilezione, che sono tutti “amare”; si tratta invece del verbo di “carità” ἀγάπη, che è per i cristiani il precipuo amore che unisce gli uomini con Dio, e ogni uomo con gli altri a motivo di Dio. Il Tommaseo, che cito spesso a onore della nostra lingua, così definisce la carità nel suo “Dizionario della Lingua Italiana”: “Quell’affetto che, facendo sentire il pregio dell’oggetto, ce lo fa amare insieme e stimare, e dimostrargli l’amore e la stima. È dunque proprio di spiriti ragionevoli, e riguarda gli spiriti. Amore riguarda specialmente la volontà, Carità, e questa e l’intelletto e l’azione. Carità, abito virtuoso.” Segue l’affondo nel suo “Dizionario dei Sinonimi della Lingua Italiana”: “l’amore è onesto ed è turpe: la carità sempre bella. L’amore può essere moto naturale e sentito anco da’ bruti; da solo gli uomini la carità. La carità è amore ordinato; onde l’Apostolo disse che Dio è carità. La carità perfetta si stende sugli avversarii, sui nemici; e sin nella necessità di combatterli, li ama”. Nella nostra lingua non esiste il verbo di “carità”, per cui sono costretto ad una circonlocuzione. Tra i tanti cercati e suggeriti, trovo che confermiamoci eviti caratterizzazioni proprie tali da compromettere l’aderenza al testo e che sia ben comprensibile. Il salmo 17 al versetto 2 (LXX), citato nel successivo bacio dei doni, merita coerenza con ti renderò carità. 2) In italiano “amiamoci” in una goffa modalità perfettiva è equivoco e alquanto ingenuo, fino a dare spazio ad aspetti non affatto spirituali, mentre l’originale è telico, non solo a motivo della finalità della professione unanime di fede, ma anche a motivo dell’importanza degli eventi successivi. 3) Altro argomento è quello liturgico. La versione che propongo non intende discutere differenze o superiorità tra i passi clementino e crisostomico, ma evidenziare che il senso della prima formula persiste nella seconda e che questa analisi è spunto per caratterizzare una traduzione in precedenza acritica; la presente versione vorrebbe inoltre far crescere una necessità linguistica (la circonlocuzione dovuta a carenza di verbo specifico) a segno liturgico della carità, necessario per professare in unanimità, così come voleva il perduto e caloroso “Abbracciamoci ecc.”. Anche se lievemente sbilanciato, il complemento nella carità posto all’inizio di frase vuole evidenziare il concetto principale dell’esortazione; posporre il verbo confermiamoci è un volerlo lasciare in ombra, in quanto non traduzione letterale, per fare prevalere il messaggio principale di carità su qualunque verbo che la supporti. 4) Il quarto argomento è pastorale. La mentalità corrente riprova le traduzioni non chiare o ambigue; una di esse è questo verbo di “amore”, quando c’è di più preciso in carità. 5) Un altro argomento è una critica alle nostre sciatterie linguistiche: costola del punto 4) e leitmotiv di varie mie riflessioni, è che insistere presso la nostra cultura con traduzioni rigidamente alla lettera e acritiche, non farà che allontanare chi è seriamente interessato alla liturgia degli ortodossi. In coda, rendo ἐν ὁμωνοίᾳ con l’aggettivo in funzione avverbiale unanimi più che per proprietà di linguaggio, per immediatezza; rendo poi la proposizione secondaria finale in forma implicita associata ad una perifrasi verbale per consentire che la frase termini con professare ed evitare che nella risposta dell’assemblea tale verbo sia ripreso. Vedi anche ACCORDO, ARMONIA ecc. e CONFESSARE E PROFESSARE.
103. NON C’È STENTI nel salmo 33 (LXX): toscanismo, sempre elegante per noi italiani; vuole risparmiare qualche sillaba e rendere il testo più vivo e meno prosaico. A volte basta non essere pedanti per riuscirci.
104. NON SCORDARE, μὴ ἐπιλανθάνου / не забывай: nel salmo 102 dei LXX; la differenza tra scordare e dimenticare sta nella sede dell’azione; lungi da essere un dialettismo, scordare significa “allontanare o perdere dal cuore, mentre dimenticare lo è “dalla mente”. Verrebbe facile il contrasto tra mente e cuore, ma i sinonimi non si differenziano mai per contrasti: molte culture credevano che la memoria risiedesse nel cuore, e che la mente avesse a che fare con la ragione…
105. NON VENALI, ἀφιλαργιρία/несребрoлюбнe: nel tropario a san Giovanni Crisostomo; in sinedocche sta per “di non venalità”. Anche qui si poteva tradurre con una cocciuta perifrasi, ma reso così va a gloria della concisione.
106. NOVELLO BIMBO, παιδίον νέον / отроца младо: nelle antifone festive inappendice alla Liturgia. Si tratta di un neonato, non un tanto un “nato da poco”, ma nato per tempi nuovi. Il Tommaseo: “Nuovo riguarda il tempo e l’uso; novello il tempo” … “Nuovo riguarda non tanto il tempo, quanto le qualità che vengono all’oggetto dall’aver poco tempo.” (I corsivi sono dell’autore). Se dunque volessimo essere chiari ma, penso, non precisi, dovremmo dire “neonato novello”, con un contorsionismo che la lingua non tollera.
107. OFFERTA / VITTIMA INNALZATA, ἀναφορά/возношение: il sostantivo greco è connesso con il verbo ἀναφέρω; ἀνά significa “in alto” e φέρω “portare”. “Anafora” è dunque termine tecnico veterotestamentario della LXX per vittima che, innalzata intera sull’altare, bruci completamente, fumando “verso l’alto”. “Oblazione”, voluta da certuni, oggi indica “multa o altra spesa pagata subito e senza contestazione…, ovvero con spontanea solerzia… Viene dal latino classico con il senso di “tributo volontario” (Treccani). Anche ἀναφορά ebbe in greco antico simile significato, ma nella LXX è già assimilato al sacrificio fumante. Nella forma di aggettivo sostantivato, oblata (da offӗro) era in uso nei riti occidentali; indicava i doni da consacrare, non senza altri doni in denaro o in natura accanto al pane e al vino, cosa che penso corrisponda più al greco προσφορά/offerta che si porge, che non ad ἀναφορά / vittima innalzata o, nella distinzione dei momenti, da innalzare. Non pare dunque esserci in “oblata” la differenza che c’è invece tra ἀναφορά e προσφορά; adoperando insieme due termini di offӗro, azione e participio passato sostantivato, i latini dicevano inoltre la tautologia di “offrire un’offerta” senza battere ciglio. “Inlatio” (e non “illatio”, termine che comporta anche altre accezioni), forse forma latina più vicina ad ἀναφορά, era termine della messa visigota con lo stesso signifivato di praefatio. “Oblata” e “anafora” hanno in comune il fatto di essere non-traduzioni; un po’ meno lo è “olocausto”: “vittima/offerta completamente arsa”, viene confuso con scioàh / ”tempesta devastante”, passata a indicare l’orrore del secolo scorso. Tradurre “anafora” con offerta/vittima – innalzata/da innalzare penso sia auspicabile, malgrado io stesso sia contrario a più termini per tradurne di singoli; come nome tecnico della preghiera liturgica mantengo tuttavia il greco con accentazione sdrucciola. La mia versione è anche confortata dalla versione di “olocausto” in francese, montée, “salita”, in A. Chouraqui: “Les Psaumes”. Si deve però lamentare in varie altre traduzioni la facile confusione tra ἀναφορά – khalil – offerta innalzata o da innalzare, con ὁλοκαύτωμα o ὁλόκαυστον – olah – “olocausto”, o “offerta totalmente arsa”; il fenomeno è verosimilmente causato dalla modalità sacrificale comune. Diverse erano le εἰρηνικά, sacrifici di pacificazione in cui i partecipanti mangiavano una parte delle vittime, lasciando il resto a bruciare, per significare la ripristinata comunione nella riconciliazione, tra di loro e con Dio; misericordia di pace sarebbe stato in uso presso i primi cristiani a indicare l’eucarestia come sacrificio incruento; c’erano inoltre i “sacrifici di acclamazione”, che i latini, quando di pecore, chiamavano “ovazioni”, (da cui derivano le standing ovations americane) e i “sacrifici di giustizia”. Vedasi GIUSTIZIA e OFFERTA (una soluzione breve e diretta dell’intreccio di termini per l’esortazione che precede la preghiera dell’anafora) e OFFRIAMO LA MISERICORDIA DI PACE.
108. OFFERTA: normalmente προσφορά, da προσφέρω, offro. Soltanto in pochi punti della mia versione, per esempio all’invito iniziale dell’anafora, il termine “offerta” traduce ἀναφορά; in quei punti ho infatti riassunto nel concetto di “innalzamento” l’offerta fumante che ascende ai cieli; dove infatti alla lettera troviamo “… ad offrire … “la santa vittima da innalzare”, ho reso “… ad innalzare … la santa offerta”. Con esclusione di questo e simili momenti liturgici, rendo sempre ἀναφορά con una perifrasi costituita dal sostantivo (“vittima”/ “sacrificio”/“offerta”) e una forma verbale (“innalzato, -a” / “da innalzare”), a seconda del contesto. Vedi anche OFFERTA / VITTIMA INNALZATA , DEDIZIONE E DEDICAZIONE, VOLGIAMO e, subito sotto, OFFRIAMO ecc.
109. OFFRIAMO LA MISERICORDIA DI PACE, SACRIFICIO DI LODE, ἔλεον εἰρήνης / милост мира: nella risposta dell’assemblea all’inizio dell’anafora. A) La ripetizione del verbo “offrire” nella risposta del coro all’invito diaconale è un’aggiunta della presente versione, non presente nell’originale; certi verbi si sottintendono efficacemente in molte lingue antiche, ma non in quelle moderne, le quali pretendono chiarezza e sono meno prone alle espressioni arcane, se non necessarie. Nel suo insieme il passo non è lineare, a cominciare dall’aspetto grammaticale di ἔλεοϛ, per finire con la risposta del coro: esso, penso al fine di assentire, ripete spiegando (al diacono stesso?) l’invito diaconale, ma in forma arcana. B) Quanto all’originale ἔλεον riassumo qui alla spicciolata l’ormai risolta problematica. Ἔλεον può mai essere un accusativo anomalo di un ἔλεοϛ neutro nel significato di “misericordia”, e non invece l’accusativo maschile regolare di “olio”? una soluzione è operata, pur non risolutamente su tutto il contesto, dallo slavonico милость con misericordia. Erasmo da Rotterdam traduce ἔλεον con oleum; anche Swainson riporta il suggerimento “di un amico” a considerare ἔλεον come “olio”, sulla base di alcuni commentari manoscritti, concludendo che così “la confusione permane” (nell’introduzione a “The Greek Liturgies Chiefly from Original Authorities”; mia traduzione). Tale termine sarebbe invece un sinonimo di “sacrificio”, già noto nel contesto ebraico come “sacrificio di pace”, ovvero di riconciliazione, e preferito nella forma di “misericordia di pace” dai primi cristiani, i quali chiamavano così l’eucaristia, tecnicamente non sacrificio veterotestamentario, in quanto non operato su animali, non cruento e non bruciato, bensì antitipo dei vecchi sacrifici. La seconda parte della frase, immolazione di lode, sarebbe una apposizione su misericordia di pace, quasi a spiegare mediante una sinonimia una terminologia che col tempo rischiava di non essere compresa (non a caso ho citato due grandi filologi non ortodossi tra quanti hanno letto e visto “olio” nell’anomalo ἔλεον); si spiegherebbe dunque l’accusativo in -ον di ἔλεοϛ, un forzato caso accusativo retto dal sottinteso “offrire”, in una forma che si prefigge di escludere la confusione col caso nominativo, come sempre accade quando il genere è neutro, per di più quando il verbo transitivo è sottinteso. La fonte principale di questo commento è il lavoro del rev.mo archimandrita Yaqoub Khalil dell’Istituto di Teologia “San Giovanni Damasceno” dell’Università di Balamand, Tripoli del Libano, intitolato “A Textual-Critical Study and Interpretation of the Liturgical Response ‹Ἔλεον εἰρήνης, θυσίαν αἰνέσεως›”.
110. OLIO MIRO: l’aggettivo “miro” è letterario; proviene dal latino mirus (ammirevole, straordinario), con identico significato in italiano; è così usato da Dante, Boccaccio, Manzoni, Carducci e da vari poeti più recenti. Il sostantivo myron di tutto il mondo ortodosso è timidamente pronunciato miro da quei pochi ortodossi italiani che parlano italiano (gli altri parlano creolo); μύρον oggi sta per “crisma”; nel mondo precristiano indicava solo una resina di mirra, profumata, chimicamente composta da aldeide cuminica, eugenolo, dipentene e pinene, e in seguito ottenuto da altre essenze vegetali oleose; nel salmo 132 dei LXX è invece “olio di oliva, fragrante come può esserlo il myron”, ma non “resina profumata”, perché allude all’olio delle consacrazioni di re e sommi sacerdoti (la barba dello stesso salmo non è “di Aronne”, ma da Aronne, cioè degna di Aronne, ovvero dei suoi successori all’altezza di tale nome e ministero). L’italiano sino alla prima metà del novecento aveva l’interessante “mirròlo”, sostantivo maschile, indicante essenza di mirra e per esteso altre essenze aromatiche; noi moderni, però, orgogliosi delle nostre sole cinquanta parole, perderemmo il sonno se il termine ricomparisse. Tornando all’aggettivo italiano miro, esso è assonante al sostantivo alieno myron. Ciò mi ha indotto a proporre questi due termini per associare i due concetti in uno, di “olio dalle mirabili proprietà”, non solo organolettiche. Così gli ortodossi italofoni potrebbero trovare più coraggio a dire miro (o, per esteso, olio miro), invece di myron, fruendo di una legittimazione linguistica, quantunque indiretta.
111. PATÌ, παθόντα/страдавша, nel Credo: le traduzioni italiane non ortodosse riportano “morì”; si tratta di un’espressione indubbiamente chiara e diretta, ma priva del concetto della sofferenza del Verbo incarnato, che in questo passo intende escludere il concetto secondo cui Gesù in quanto Dio non potesse soffrire e che, anzi, esprime ante litteram il concetto patristico che “Dio soffrì nella carne di Cristo”. Sostanzialmente nel Credo significa “fu condannato a morte”. Al contesto culturale attuale, che ha perfino difficoltà a comprendere il mistero della Croce, potrei proporre un “patì morte”, ma sono convinto che un tema di tale portata non sia di competenza del solo traduttore. Non intendo cadere nella sequenza cronologica, di “fu crocifisso – morì – fu sepolto; do invece risalto alla sequenza teologica patì – fu sepolto, servendomi delle pause offerte dalla congiunzione “e” preceduta da virgola, a mo’ di polisindeto.
112. PAZIENTE, μακρóθυμος/долготерпеливный: nel salmo 102 della prima antifona; è termine breve, incisivo, diretto e preciso, che vorrebbe sostituire il non errato ma inutile, perché c’è di più semplice e diretto, “longanime” e il ridondante neo-masoretico, “tardo all’ira”, si spera non usato per deficit clinici.
113. PER TUA GRAZIA τῇ σῇ χάριτι / твоею благодтню: qui solo per citare le litanie diaconali. Ho dovuto leggere e udire espressioni come “sul tuo consiglio”, per il suo ordine” “per la sua pressione” e, dulcis in fundo, “per la tua grazia”; nella nostra aggredita lingua queste espressioni sono decisamente errate e sgradevoli, perché si dice “su tuo consiglio”, “su tuo ordine”, “sotto sua pressione” e, finalmente, per tua grazia, insomma, senza l’articolo e con una preposizione stabilita dall’uso, non da improvvisazioni; il significato di per tua grazia è inequivocabilmente quello di “grazie alla tua grazia”, escludendone qualunque altro. Altre espressioni, (“con la tua grazia”, “per mezzo della tua g.” e simili), formalmente corrette ma lunghe e vicine alle eterodosse dottrine sulla grazia materiale, mi paiono inaffidabili.
114. PERDONACI LE INIQUITÀ, συγγχώρισον τὰς ἀνομίας ἥμίν / прости беззакония наша: la preghiera è invasa da ripetuti aggettivi possessivi, posposti ai rispettivi sostantivi, in uno stile caro allo slavonico e greco, ma per niente all’italiano; traduco con la particella pronominale su “perdona”, non solo per variare la monotonia, ma soprattutto per rispettare il costrutto originale greco, che alla lettera detta “perdona le iniquità a noi”, e non “nostre”. Vada per gli slavi e i romanofoni, ma stranamente anche i greci in Italia traducono “le nostre iniquità”, forse a causa di qualche iniquità di traduzione.
115. PIETÀ e MISERICORDIA, εὐσέβεια/блaгочестние – ἔλεος/мнлость: Non c’è alcun dubbio che i due termini abbiano significato diverso. Al di là del loro etimo, pietà è un sentimento limitato alla sola partecipazione interiore, mentre misericordia è un sentimento operoso, che cioè spinge al bene in soccorso altrui. Pietà è sentimento solo umano, non divino, perché in sé significa ossequio dell’uomo alle leggi divine, mentre misericordia è anche e soprattutto atto divino perché Dio la rivolge all’uomo, almeno nella nostra teologia di Dio che vede le miserie degli uomini e provvede al loro vero bene (vedi PROVVIDENTE). Ci avvertono i dizionari che in alcune accezioni, soprattutto nelle invocazioni, la pietà è chiesta anche a Dio, volendo però significare misericordia; è questa, almeno dal punto di vista liturgico, una forzatura storicamente imposta dalla messa latina a partire dalle sommarie edizioni in vernacolo dei primi anni ’60 e che in seguito si è cucita addosso un’ingannevole ideologia teologico-linguistica. A proposito del deprimente “Signore, pietà” vedi KYRIE ELEISON. A proposito dei verbi associati a “misericordia” vedi USARE.
116. POICHÉ, PERCHÉ: ὅτι/яко nelle esclamazioni sacerdotali. È arduo tradurre un avverbio che apre una proposizione secondaria retta da una principale non dichiarata. È lo stesso quesito che pone ὅτι dei salmi. Ὅτι e quanto segue è descritta dai più come proposizione causale; parafrasando ottengo: “Chiediamo a te tutte queste cose perché tu sei Dio buono ecc.”. A me pare più semplice l’ipotesi della proposizione oggettiva, specie se penso che la proposizione principale è assai distante nella percezione auditiva, nei tempi di ricezione mentale e nella logica: “proclamo che …”; sia nell’ipotesi di una proposizione secondaria causale, sia in quella di un’oggettiva, non possiamo ricostruire un verbo o dei verbi che fungano da proposizione principale, i quali sono, a dirne il meglio, sottintesi o molti e comunque non direttamente intellegibili. Possiamo anche disquisire, senza frutto, se a Costantinopoli l’esclamazione fosse conclusiva di una preghiera diaconale o di una sacerdotale, secondo l’uso locale o secondo l’uso siriaco. A voler insistere, potremmo tradurre con un sì!; tanto però sarà possibile quando l’Ortodossia si lascerà influenzare da una di quelle adunanze da Nuovo Mondo in cui tutti così ripetono ad ogni affermazione del predicatore. Ammetto che Erasmo traduce con quoniam, e anche che Nicola Cabasila spiega l’esclamazione come proposizione secondaria causale, ma esprimo riserve per le interpretazioni a posteriori, specie dopo le manipolazioni testuali di varie epoche; ovviamente sono cauto anche con la mia. Mi permetto invece un fermo richiamo a tutti i distratti amanti del poiché: questo avverbio, univerbato se è causale, si adopera solo quando la proposizione secondaria precede la principale e mai quando la segue: “Poiché piove, cerco un riparo” e mai “Cerco un riparo, poiché piove”. Nel nostro caso l’esclamazione è susseguente ad una serie di proposizioni principali, per cui il “poiché” va doppiamente riprovato; ci resterebbe l’ambiguo “perché”; anch’esso, se posto in capo alla proposizione secondaria retta da più principali non trovate, si espone alla medesima contestazione di “poiché”, con in più un’ambiguità: non consente di intuire per tempo se esso è avverbio interrogativo, causale o finale, e ciò nemmeno dal tono della voce, in quanto il testo è cantato. Scartato lo scorretto “poiché”, che altro potrà convincermi ad usare il “perché”? forse il fatto che tutte le altre lingue riportano l’avverbio nella traduzione? queste possono, la nostra no; potrà forse intervenire uno speciale ukaze, visto che recenti rovinose traduzioni hanno coinvolto anche le gerarchie? una lingua non si lascia modificare neanche da sacrali imposizioni. Ma, allora, come rendere ὅτι/яко? La mia proposta è di conferire dinamismo alla frase anteponendo il pronome al verbo: Tuo è il regno…, anziché “È tuo il regno” ecc.; questa operazione è del tutto lecita ed anzi aulica in italiano, purché non la si confonda con uscite goffe e aliene del tipo “Benedetto “è” il regno del Padre, ecc.” Vedi anche ASCOLTA e SEI TU LA NOSTRA SANTIFICAZIONE.
117. PONTEFICE ἀρχιερεῦς/святнтель: ho trovato vari sinonimi italiani. “Antistite” o, più italiano, “antiste”: arcaismo dal latino, non proponibile nei tempi di magra cultura. “Vescovo”: ἐπίσκοπος cancella la differenza con ἀρχιερεῦς. “(Arci)pastore”: risponde della funzione di guida, ma non sacrale. “Sommo sacerdote”: è inviso; anche nei buoni livelli culturali è identificato con la carica del Primo Testamento, e nel subconscio, con Caifa; lo Pseudo-Dionigi ne sarebbe entusiasta, ma dovrebbe vedersela con gli italiani di oggi, senza contare che tutti i cristiani convengono che di Sommo Sacerdote ce n’è uno solo (preciso che alludo al Cristo e non a un inesistente “vescovo dei vescovi”). “Prelato”: indica titolo personale e non sacrale. Non è nell’uso (né nei dizionari) “arci/archi-sacerdote”, ma conosco l’anglicismo “alto sacerdote”, senza che alcun altimetro mi conforti. “Pontefice” è termine teoricamente corretto, da uso pagano passato all’analogo cristiano; appare ambiguo, perché da tempo sostituisce “sommo pontefice”, che indica il papa di Roma; caduto l’aggettivo ”sommo”, ne rimase indebolita l’accezione per i “semplici” vescovi, arcivescovi, metropoliti e patriarchi. D’altronde chiunque abbia tolto a “pontefice” l’attributo di “sommo” avrà pensato bene che già pontefice significa in sé “sommo sacerdote”, per cui dire così in realtà è dire “sommo sommo-sacerdote”: l’osservazione non guasta di fronte all’eresia di “vescovo dei vescovi”; in realtà le cose non stanno così e saranno svelate più sotto. Senza commenti mi pare invece l’aggettivo “pontificale”, anche sostantivato quando riferito alla celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo (vedi più sotto alla voce specifica). Esaminati così tutti questi termini e in mancanza di altri a me noti e, soprattutto, eliminate a priori fantasiose o creole traduzioni, tanto valeva ricorrere a pontefice; la rara presenza nei testi liturgici ha incoraggiato la scelta; va da sé che il termine non è colloquiale, e ha cessato ormai di essere termine delle cronache vaticane, passate ad ammiccamenti populisti, come il solo nome di battesimo. Le citazioni dal Dizionario dei Sinonimi del Tommaseo danno conforto: “…Pontefice, il capo delle cose sacre; prelato, persona posta innanzi agli altri in sacra dignità…”. Vescovo, prelato che, in virtù d’una consacrazione speciale, è scelto a esercitare giurisdizione sacra in una diocesi determinata. Pontefice, dunque, denota l’autorità spirituale e la dignità, prelato, il grado d’onore, vescovo, la speciale consacrazione, il governo spirituale d’una diocesi.” … “Nell’uso comune, pontefice non si dice che il sommo, cioè il papa.” … “Pontefici chiamansi i vescovi santi, dalla Chiesa onorati. Pontefice chiamasi un vescovo, ma quando si tratti di considerare in lui il personaggio venerabile che regge le cose sacre della sua propria diocesi. (la sottolineatura è mia). In altri casi sarebbe affettato”. Il Dizionario della Treccani alla seconda accezione: “Nella Chiesa Cattolica Romana, titolo usato, a partire dal V secolo, per indicare i vescovi; in seguito titolo onorifico e designazione ufficiale (anche sommo p.) del papa in quanto vescovo di Roma”, leggo, quindi, in quanto “capo delle cose sacre” della diocesi di Roma, per cui è corretto dire “romano pontefice”, non in quanto “vescovo dei vescovi”, eresia assente all’epoca, ma in quanto reggente le cose sacre in Roma. Il termine è secondo alcuni, più antico, risalendo a Tertulliano; ad ogni modo dal V secolo accanto a ἀρχιερεῦς si pone pontifex col medesimo significato; in altri termini, se vogliamo scartare pontefice dobbiamo scartare anche ἀρχιερεῦς. Queste, in sintesi, le luci e le ombre del termine, ma mi pare siano più le luci. Agli oppositori di “pontefice”, rispondo che essi sono giustamente diffidenti verso l’eresia ecclesiologica, ma ignari di storia della Chiesa e sordi all’uso di termini appropriati, prima ancora che elevati.
118. PONTIFICALE: non intaccato dall’ambiguità di pontefice verso sommo pontefice e tuttora in uso negli ambienti specifici nonché colti, il termine oppone solida barriera all’alieno archieratico.
119. POPOLO CONVENUTO, περιεστῶτος λαοῦ / предстоящих людех: in greco il verbo significa “stare intorno”, in slavonico “stare davanti”, in entrambi i casi “essere presenti”; entrambe le lingue danno l’idea del popolo che gremisce la chiesa. Ciò che risalta all’esame dei due verbi è che essi sembrano consentire una certa libertà strutturale per meglio rendere in ciascuna lingua l’assemblea presente agli offici. Spesso in occidente questa presenza nelle nostre chiese è esigua, per esempio negli offici di impetrazione (παράκλησις/молебен) richieste da singoli fedeli, a volte nemmeno praticanti: e così la preghiera per questo “popolo”, davanti o intorno che sia, non rispecchia l’universo parrocchiale: se il cantore manca, lo sparuto gruppo di astanti non risponde nemmeno alle invocazioni diaconali o alle esclamazioni sacerdotali, perché non avvezzo alla partecipazione corale, quando non al concetto liturgico in sé, per cui dà l’idea non del poco, ma del niente. Ho pensato dunque di rispondere a tutte le osservazioni con questo participio passato, parallelo al greco quanto a forma verbale e di poco discosto per significato, (esattamente quanto lo è lo slavonico dal greco), breve e al riparo da scadenti proposizioni relative. La logica potrà così adattarsi al difettare dell’universo popolo, pensandolo come “limitatamente a come è convenuto”. Se il popolo è numeroso e perfino partecipe, allora è propriamente convenuto, con la piena definizione di “radunatosi in uno stesso luogo provenendo da diverse parti” (Treccani).
120. PER POTER RICEVERE ὡς …ὑποδεξόμενοι / яко да … подымем: nel tropario dell’ingresso con i doni; tutto il tropario è ambiguo sui doni verso l’altare, perché lascia socchiusa la porta a chi li intende come pre-consacrati. Ὑποδεξόμενοι è la forma ritenuta più corretta rispetto a ὑποδεξάμενοι ed è, senza tema di smentita, un participio futuro medio di ὑποδέχομαι. La proiezione al futuro è la chiave che apre ad una logica più attenta: mostra come, nel trasportare i doni da consacrare, in immagine di cherubini, noi non cantiamo ora, ma canteremo un trisagio nel sanctus; come deporre ora gli affanni terreni sia segno della progressiva ascesa ai misteri attraverso canti, letture e preghiere; come il passaggio del Re scortato dagli angeli non è dei doni scelti ed ammessi, ma di ciò che è destinato alla consacrazione, e, di conseguenza, come il Re non è ricevuto ora (nel senso specifico di “nella santa comunione”), bensì allora. Esuberanza e ambiguità al trasporto dei doni all’altare non è solo dei tempi andati e della pietà orientale: nemmeno i riti occidentali moderni che hanno copiato o ripristinato tale trasporto sembrano essere esenti da esuberanze: io non ne ho esperienza diretta, ma mi sono riferiti canti sentimentali, spesso profani, virtuosismi musicali, cadenzature a battito di mani, danze, ecc.: questo momento liturgico pare dovunque esposto a ridondanze; il patriarca Eutichio forse non ebbe tutti i torti a mostrarsi severo in materia; ben presto a Costantinopoli la funzione, da un silenzioso trasporto, si sarebbe ingigantita, così come riportato da alcuni storici, con il tropario cherubico cantato tre volte dal coro e tre dal popolo, tra versetti del salmo 23, processione dei diaconi nei primi tempi, poi di cantori e clero, il tutto preceduto da ceroferari, insegne, turiboli fumanti, ecc..; oggi noi siamo ammessi ad una funzione più sobria e dovremmo confermarla anche con il canto di un testo meno elusivo. Nella presente versione si potrà lamentare l’aggiunta nel secondo versetto di un aggettivo, divina, riferito a Trinità: è un atto di mera utilità alla ritmazione del canto; me ne assumo la responsabilità, facendo presente che anche per l’inno cherubico in varie epoche e circostanze sono apparse varianti; un esempio notevole si trova nel receptus armeno ma, per non andare in casa d’altri, abbiamo già accennato all’ ὑποδεξάμενοι e possiamo aggiungere la sostituzione di νῦν con τῆν di fronte a βιοτικὴν nel testo greco; tanto spero basti ad attenuare la colpa di una aggiunta sì, ma non impropria o tralignante. Oltre a “poter ricevere”, la presente versione mostra, in contrasto col mio stile, ancora un paio di forme perifrastiche (“porgere il canto” e “disponiamoci ad abbandonare”) che vogliono esplicitare le rispettive modalità verbali e, visto che si è nell’arena, anche assicurare a tutti i versetti la già citata omogeneità sillabica.
121. PRECISI ὀρθοτομοῦντες/право правящый: ὀρθοτομέω è in 2Tim 2:15 col vigoroso e realistico significato di “tagliare diritto”, cioè precisamente, come fa l’operatore citato nella proposizione principale del testo paolino. Il verbo greco fa dunque parte di una similitudine, incentrata sull’attività pratica del coscienzioso e valente artigiano; l’aggettivo italiano è oggi percepito esclusivamente come tale, ma etimologicamente è il participio perfetto latino di praecidere, “tagliare via”. Ne consegue che “dispensare / esporre rettamente” è un tonfo, non della Scrittura, ma di traduzioni inclini a rendere ieratico, o forse solo clericale, un testo che indica sì uno dei compiti dell’epìskopos, ma attraverso una similitudine formata sulla vita comune, al modo delle parabole del vangelo. Nella critica è coinvolto, non so se primariamente o secondariamente, un insigne dizionario di greco classico. A mio avviso, insomma, non sempre né necessariamente funziona l’assonanza di ὀρθός con “orto-”. Per inciso, 2Tim. riporta “la parola della verità”, mentre la Divina Liturgia del Crisostomo “la parola della tua verità”: il possessivo nel testo penso voglia solo evitare dicotomia rispetto al vocativo “Signore”; introduce però ambiguità nella nostra lingua e alla nostra epoca: si tratta “della verità che racconti tu, mentre ce ne sono molte altre”? oppure “dell’unica verità, quella che è da te rivelata”? Rendo precisi sulla “tua” parola di verità, “tagliando diritto” (ma non da epìskopos) il doppio nodo e badando alla sintesi, senza alterare il senso. Tornando a precisi, mi metto alla scuola del Tommaseo: “preciso, quasi liberato da tutti gli elementi estranei, che ne vengono come tagliati fuori (caedo)”. “La precisione recide dall’opera e dalla parola ogni cosa che può togliere il franco e efficace andamento”. “Esattezza riguarda il corso dell’operare e del dire, precisione, il fine a cui questo o quello mirano, e la via per giungere. Discorso, computo esatto, quel che dal principio alla fine va senza sbaglio; preciso, quello che non ha né equivoci, né dubbiezze, né ingombri, e va lucido in maniera da appagare e convincere l’intelletto. Dire esatto, che rende il concetto con fedeltà; preciso, che coglie l’essenziale dell’idea, in modo che gli accessorii inutili ne sian come tagliati fuori. Può il dicitore essere esatto e prolisso, esatto e non chiaro; la precisione toglie insieme e la oscurità e la lungaggine. Così, nell’operare, può l’uomo essere esatto, e non preciso, perché gli manca la forza e l’avvedimento di dare nel segno, e preciderne ogni cosa inutile e inconveniente”. Questo è quanto preme a 2Tim.? A me pare di sì, e queste preziose lezioni di buona lingua mi sono utili per caldeggiare con precisi una versione più vicina possibile al “tagliare diritto” e abbandonare “esporre rettamente”. Devo alla fedeltà scritturale anche il non sentirmi obbligato alla posizione del tua così come riportato nella liturgia. Come sempre mi interessa l’immediatezza, quella che alle origini era di parole composte e coniugazioni e declinazioni coerenti, e che nelle nostra lingua richiede altri strumenti flessibili. Se ho ripreso la ricerca su ὀρθοτομέω è perché la mia precedente versione con “conforme” non era convincente, proprio in quanto non rispettosa del testo scritturale e non esauriente nell’analisi semantica. Desidero, a coronamento, citare il “rightly dividing the word of truth” della King James Version, e con essa tutte le versioni ad essa ispirate, che nel “dividere”, ignorano il “dispensare” (“distribuire con misura”), e l’“esporre” (“mettere in bella vista”).
122. PREGHIAMO IL SIGNORE E CHIEDIAMO AL SIGNORE, nelle litanie diaconali. A) Nella presente versione, come nella maggior parte delle altre, le proposizioni principali sono posposte alle rispettive secondarie e fissate in fine di giaculatoria. Tale stile, raro del parlato, ma tuttora presente in letteratura, mantiene lo stesso scopo pratico che fu in origine nelle litanie diaconali: segnalare al coro mediante un messaggio ripetitivo in fine di frase il momento opportuno per intonare il Κύριε, ἐλέησον / Господи помнлуи o il παράσχου, Κύριε / подай, Господи. L’invito assoluto Preghiamo il Signore non necessita ovviamente di accorgimenti. La pratica liturgica in lingua italiana testimonia lo sconcerto (nel senso propriamente musicale del termine) creato nel coro con le versioni che antepongono la proposizione principale, come d’altronde accade nella preghiera diaconale che inizia con “ancora preghiamo”; in questo caso però il coro spesso parte in quarta alle prime parole del diacono e si toglie l’impiccio di attendere la parte finale. Ovviamente, si prega che e non “affinché” o “perché”, se intendiamo esprimerci in buon italiano e non in creolo. B) Esaminiamo ora l’espressione ἔτι δεόμεθα / еще молимся della preghiera diaconale dopo le Letture, detta anche “intensa”, e perfino “ardente”: il verbo è all’indicativo presente, ma nelle nostre versioni ha l’apparenza di un imperativo per omofonia e per assonanza col congiuntivo aoristo II attivo del solo primo verbo della preghiera diaconale εἴπωμεν: “orsù, diciamo”. Quando dunque proclamiamo “ancora preghiamo” qui dobbiamo intendere “stiamo ulteriormente pregando” e non “imponiamoci di pregare ulteriormente”. Rendere questo concetto in italiano con immediatezza e senza ambiguità è arduo, specie se vogliamo evitare le perifrasi stucchevoli, quali “Ancora siamo in preghiera”. La versione Noi preghiamo mi pare breve, incisiva e non ambigua, secondo i dettami che mi sono sempre proposto. L’avverbio ἔτι penso voglia soltanto rafforzare l’aspetto durativo del verbo al presente indicativo, a contrastare la suggestione dell’omofonia con il presente imperativo, la quale compare anche in italiano, per cui penso lo si possa abolire. Nella prassi di diverse Chiese, tutta la preghiera diaconale in questione è oggi occultata: tanto è il rispetto del sacratissimo e “ardente” testo, che lo si legge “segretamente” all’altare o durante l’incensazione al vangelo, insieme a tutto il resto che precede la preghiera dell’ingresso dei doni; oppure lo si salta a piè pari; in altri casi è recitato talmente in fretta dal celebrante, sempre più privo di diacono, che il coro non fa in tempo a tenergli dietro, oppure è il celebrante che non tiene dietro al coro. Possiamo noi rispettare l’ordine rituale storicamente stabilito e contemporaneamente evitare che queste preghiere siano a rischio, stacco come sono tra le letture e l’azione eucaristica propriamente, e in uno stile meticoloso? Possiamo inoltre, rispetto alla mentalità corrente, renderle in un italiano meno spento, restaurandone la fama di “ardenti”? Io penso di sì; propongo allo scopo: 1) la suesposta sequenza di soggetto pronominale (noi) + verbo al presente indicativo (preghiamo), per evidenziare l’aspetto durativo, nella prima delle intenzioni; 2) la riduzione di elementi eccedenti come alcuni superlativi; 3) l’eliminazione di altri elementi, che pesano sull’intuizione, come la ripetizione “ancora preghiamo” nelle intenzioni successive, la quale è sostituita da un incitativo avverbio di congiunzione E, all’inizio di frase e senza verbo. Ho osato troppo? A quanti mancano del coraggio di intraprendere, consiglio le vecchie traduzioni: sono molte, solo in apparenza varie e tutte, a mio avviso, non empatiche; costoro se le meritano proprio, o per dirla alla loro maniera, “sono stati resi degni di esse”. Vedi anche FRATELLI SACERDOTI e VENERATA CASA.
123. PROVVIDENTE, πολυέλεος/многомнлостнв: “che ha molte misericordie” o “molto misericordioso, misericordiosissimo”, oppure, sempre per chi ha fiato, “abbondante/largo/elargitore di misericordie”. Associato a ἐλεήμων/миилостнв ha significato non chiaro, è come un bigliettaio che “non solo” e “naturalmente” è fornito dei biglietti per il suo compito, ma che di biglietti ne ha “anche” molti, tautologia nel rischio di esaurirli: perché non basta dire solo ἐλεήμων oppure solo πολυέλεος? “Essere dotato in sé di misericordie” e “largire (donare largamente) misericordie” sono, a mio avviso, due sfere diverse, io penso l’una ontologica e l’altra energetica (operativa). Lo slavonico fotocopia il greco e si cava d’impiccio; il rumeno segue a ruota. Noi pure dobbiamo fare fotocopie, rinunciando alla retta comunicazione? Se invece ci richiamassimo alla neotestamentaria accezione di Provvidenza come operazione di misericordia, intesa nell’ambito del progetto di Dio per gli uomini, potremmo tradurre πολυέλεος/многомнлостнв come provvidente, perfino relegando al superfluo il superlativo. Tale voce è perfettamente descritta nel Treccani: “Letterario – che provvede con saggezza e preveggenza; provvido. In particolare, che governa il mondo e ne regola le sorti con previdenza benevola (con riferimento al concetto cristiano di divina Provvidenza) ecc.” Come sempre, lo scopo di tali ragionamenti è non tanto di presentare un termine meticolosamente tradotto, quanto uno pregnante, intuibile, diretto e sintetico, comunque fondato teologicamente: questo penso fosse in origine lo spirito di chi fissò in greco le nostre liturgie e innologie; a mio avviso con la versione proposta il senso della coppia ἐλεήμων – πολυέλεος, misericorde – provvidente, trova chiarezza. A parte gioca il ruolo dell’assonanza letteraria, cioè dell’armonica corrispondenza di forme e di suoni, dell’espressione ermetica e della visione numinosa, le quali davano al linguaggio di allora gravità accanto all’immediatezza. Se fossero accettabili tutte queste valutazioni, sarebbe legittimo e benefico desistere dal tradurre singoli termini con molti vocaboli dal sapore burocratico: dedichiamoci di più alla loro immediatezza, per mettere in relazione l’attuale mentalità al reale senso liturgico, allora espresso in modo così felice. Vedi anche KYRIE ELEISON.
124. PULSIONI E APPAGAMENTI ἐπιθυμίαις-ἡδοναῖς / слатьми-похотьми: alla preghiera prima dell’ingresso con i doni e, in parte, alla preghiera prima del vangelo; brame, voglie, voluttà e simili passioni sempre insidiano l’uomo in quanto essere biologico (carne); il battezzato, prima costrutto di passioni destruenti e poi rinato uomo nuovo, è esistenzialmente in tensione col “vecchio uomo”. Dico così non per propalare insegnamenti, ma per dare a ἐπιθυμία, e di conseguenza a ἡδονή, l’aspetto drammatico della lotta del cristiano per mantenere incorrotta la veste battesimale, aspetto mostrato scarsamente dalle moralistiche traduzioni cui siamo abituati.
125. QUAL, ὠς/яко: è un equivalente di “come”, “nella qualità di”, eliso davanti a parola che inizia con “e”, nonché, in poesia, anche davanti a consonante. È qui evidente lo scopo di dare, accanto al risparmio di sillabe e al recupero del ritmo, anche un timbro letterario; l’elisione ha anche uno scopo più sottile: durante il canto o la lettura, “quale” non eliso e in due sillabe può essere preso per un pronome interrogativo, con un risultato non edificante.
126. QUESTO TUO MONDO, τὸν κὸσμον σου / мир твой: l’espressione ricorre nell’ammissione dei doni e nella preghiera all’ambone. Dire il “tuo” mondo è oggigiorno ambiguo, come quando si dice “la tua verità”: l’artifizio linguistico orienta verso il concetto di dominio divino ed esclude il concetto di “proprio mondo” in quanto ambito limitato di vita. Vedi anche PRECISI.
127. RAVVEDIMENTO, μετάνοια/покаяние: il termine ricorre spesso nei testi liturgici, e cito soltanto la preghiera del trisagio e le preghiere diaconali prima e dopo l’anafora. Un “metània”, provvisto di accento a mo’ di autodenuncia, è, per me, un chiaro esempio di gergo e di non-traduzione, essendo incomprensibile a chi non è acculturato in greco; a chi dissente da quanto affermo, ricordo che il termine è inesistente nei più accreditati dizionari italiani, classici e moderni. Rifacendoci agli insegnamenti dei santi padri, scopriamo poi che a μετάνοια “cambiamento di mentalità” corrisponde ravvedimento, “ribaltamento di visuale mentale”; questo per non confondere μετάνοια con “pentimento”, il quale è la fase consequenziale di tale ribaltamento: se ne conclude che anche la versione di “pentimento” per ravvedimento è errata; può semmai risultare utile, non nel nostro caso, ma nell’innologia, per rendere immediato un concetto spiritualmente scomparso nell’attuale cultura religiosa di massa.
128. RAVVIVARE, fare tornare in vita q.no, restituire vitalità a q.no: non è presente nella Divina Liturgia, ma ricorre una volta nelle preghiere di ringraziamento alla Comunione, nonché nell’innologia; è un termine conciso, immediato e dal tocco aulico. Vedi anche “AVVIVARE”.
129. RECANTI DIO, θεοφώρων/богоносных: in italiano il termine “teòforo” è solo dell’onomastica, come “nome personale formato, composto o derivato dal nome di Dio o di una divinità” (Treccani). Ne risulta che nella nostra lingua esso è termine tecnico non più corrispondente al significato originale, tale e quale al già esaminato “filantropo”, non invece come è “trisagio”, “gerarca”, “anargiro”, “antitipo” e “taumaturgo”, per quanto dotti. Esso abbraccia nella definizione tutti i Teodoro, Artemisia, Deodato, Adeodato, ecc. Va ammesso che esso circola come termine letterario religioso, ma questa sorta di accezione non esiste nei grandi dizionari. Come è per “filantropo” e “theotokos”, anche qui si discute sulla responsabilità del “non tradurre” e anhe di creare gergo, quando si traspongono acriticamente in italiano termini non omologati. Quanto alla diffusa soluzione “portatore di Dio”, resto sempre convinto che l’uso di termini adombranti mestieri, utilità o azioni abitudinarie con desinenza in “-tore” demolisca i significati spirituali e contribuisca alla prolissità. Esiste invero un termine che della finale in -tore ha solo l’assonanza e che è di registro elevato, latore, che in una accezione estesa perde una parte quasi necessaria della definizione classica, che è del recapitare un messaggio e attendere la risposta; oggi ad un latore è permesso di portare un vessillo, e sempre più spesso malattia, speranza, ricchezze ecc., non più da messaggero ma da portatore vero, in modo più appropriato e in linea con la sua etimologia. Personalmente ritengo che l’uso pur raro del participio presente come aggettivo sostantivato, come qui propongo, recante Dio, renda chiarezza, immediatezza e, per quanto possibile, brevità. Suggerisco anche una breve lettura del significato di recare: “Portare, raro in senso generico… più spesso di cose leggere o che, comunque, si portano addosso o con sé”, ecc. (Treccani); “Recare, nel proprio, è portare sopra di sé, condurre con sé; onde diciamo: recarsi addosso, in ispalla, e simili” (Tommaseo, Nuovo Dizionario dei Sinonimi e dei Contrari); in ogni caso non vuol dire di per sé “trasportare verso un luogo” o “da un luogo ad un altro”, che è del “portare”: allo scopo è necessario precisare in “recare” un avverbio di moto a luogo nella prima evenienza e in più un moto da luogo nella seconda, ma in questo senso è meglio dire “portare”, oppure, se si guida o si accompagna, “condurre” o, se si spinge, “addurre”, come spiega il Tommaseo. Sento quasi, dietro queste disquisizioni sottili che fanno di una lingua una buona lingua, i malumori di chi crede che il linguaggio della spesa sia il medesimo dei testi liturgici; eppure anche sulle bancarelle le merci hanno nomi e caratteri ben distinti.
130. RECANTI MIRRA, μυροφόρα/мироносицa: il termine di “mirofora” non figura nei nostri dizionari; anche in greco è un neologismo, ovviamente ricavato dal verbo φέρω, un po’ come l’italiano “portaborse”, portalettere” ecc.; significherebbe “portatrice di unguento di mirra”, se non fosse che nelle due lingue c’è una differenza di concetto: i termini italiani in -tore, -trice, come sempre reclamo, sembrano indicare azione ripetitiva, di utilità o di mestiere; i corrispondenti termini greci, invece, guardano di più alla qualità dell’azione o del compito; per questo la “portatrice di mirra” sembra dire: “Sono addetta al trasporto della mirra”; μυροφόρα-mirofora sembra invece dire: “Per ora sto recando mirra”. Quanto a ciò che si porta, per me gli “aromi” stanno meglio in cucina; i “profumi”, nell’uso comune, sono soluzioni acquose o alcoliche, non oleo-resinose; il “miro”, insindacabilmente non esiste in italiano, se non come aggettivo di altro significato, mentre il sostantivo “mirròlo” chiama alle barricate perché scomparso dall’uso; non resta che conservare “mirra”, che in realtà è una resina secca che viene resa fluida per emulsionamento con olii; abbiamo già pianto la perdita di “mirròlo” in OLIO MIRO. L’uso attuale è di italianizzare il termine greco in “mirofora”; vantaggi di tale operazione, tutti da provare, sono che esso 1) non presenta significati ambigui, 2) è usato anche in linguaggi religiosi eterodossi, pur sempre segregati, indicando a ciclo chiuso quanto già appartiene alla tradizione ortodossa e 3) è relativamente conciso. Di contro, gravano quattro aspetti negativi: 1) l’essere parola dotta, ai molti incomprensibile, specie se non necessaria; 2) la sua restrizione alla sola sfera linguistica greca, cosa in sé autorevole, ma poco accetta a tutte le altre lingue parlate dagli ortodossi, ognuna delle quali presenta il termine in esame con una traduzione di etimo proprio; 3) la costante e ferma renitenza dei più autorevoli dizionari ad ammetterlo come vocabolo italiano; 4) il suo conseguente figurare come non-traduzione, al pari di “theotokos”. Né potrei caldeggiare, per tutte e tre le “mirofore”, termini come “le tre Marie”, “le donne al sepolcro”, “le donne con la mirra”, sol perché popolari; ci sarebbe, ma solo al maschile, un “latore di mirra”, perché “latrice” è inaccettabile nella lingua, sebbene plausibile teoricamente. Solo per dire che nessuna lingua è soggetta a limiti, se non dal buon senso e dall’uso, quand’anche insensato, cito i termini “prèfica”, “profumatrice” e “profumante”. Preferirei, contro l’imperante proscrizione dei participi presenti aggettivati o sostantivati, recante mirra (un altro termine della stessa estrazione verbale, “badante”, va invece alla grande), sul modello di recante Dio. Se, contestando quanto esposto, si vuole usare “mirofora”, si affronti in aggiunta la partita già persa di uniformare la posizione dell’accento, il quale, sulle parole greche, in Italia è legittimamente variabile: Verba graeca per Ausoniae fines sine lege vagantur! Vedi anche OLIO MIRO, RECANTI DIO, ADE, RAVVEDIMENTO e TRISAGIO.
131. RENDERE GRAZIE: argomento semplice da svolgere è come mai scrivo ringraziare anziché rendere grazie. La prima scelta mi sembra breve, diretta e semplice, la seconda mi suggerisce ostentazione, formalità, specie quando non è necessaria alla solennità. Per me, poi, vale molto il risparmio anche di una sola sillaba dentro il profluvio nelle nostre preghiere in italiano. Per la contiguità tra “rendere grazie” e “recitare la benedizione” vedi BENEDIZIONE e RINGRAZIARE.
132. RENDERSI: nel significato letterario di “farsi, diventare”, come in Leopardi: “E sprezzator degli uomini mi rendo” (Treccani); me ne servo quando trovo necessario parafrasare al meglio circonlocuzioni ambigue, come farsi uomo, o evitare verbi poco compresi, eppure precisissimi, come umanarsi.
133. RENDERTI DOVUTA ADORAZIONE E GLORIA: il testo alla lettera suona: porgerti la dovuta adorazione e glorificazione; la modifica di porgere in rendere è per proprietà di linguaggio; il resto è per soli scopi eufonici; il tutto, in questo poco, sollecita la buona lingua a trovare, per pregare, la propria armonia naturale.
134. RINGRAZIARE, εὐχαριστέω/благодарнть: all’anafora. Si ringrazia di qualcosa e, sempre più spesso e grossolanamente, per qualcosa. Εὐχαριστέω, dal tardo greco si fa con ὑπέρ + genitivo anziché con il classico περί + genitivo o ἐπί + dativo. Abbiamo nella medesima preghiera dell’anafora due ringraziamenti: 1) ὑπέρ τούτων ἀπάντων εὐχαριστοῦμέν σοι, in cui con totale evidenza ringraziamo “di” tutto l’esposto progetto di salvezza e 2) εὐχαριστοῦμέν σοι κaì ὑπέρ τῆς λειτουργίας ταύτης in cui alla lettera si ringrazia “di questa liturgia”, ma potrebbe essere anche, non con ὑπέρ, “mediante questa liturgia”. Penso che sia più valida la prima ipotesi, quella letterale, per la sua attuale incontestabilità testuale, intendendosi gratitudine per essere stati ammessi alla liturgia in corso. Se scrivo attuale, è perché non si dovrebbe escludere che un tardivo ὑπέρ abbia sostituito un diverso avverbio dal significato di mediante. Tertulliano scrive nella Apologia 1, 65: “Poi a colui che presiede sui fratelli sono portati pane, una coppa di acqua e vino temprato. Egli li prende e innalza lode e gloria al Padre dell’universo nel nome del Figlio e del santo Spirito, e rende grazie per essere stati da lui resi degni di ricevere questi doni”. E l’anafora della Liturgia Clementina (Costituzioni Apostoliche, VIII: 12, 38), (così rendo, questa volta alla lettera): “…Offriamo a te, re e Dio, su di lui (di Cristo al rigo 12,30, ndr) comando, questo pane e questo calice, ringraziandoti per mezzo suo delle cose mediante le quali (δι᾽αὐτοῦ ἐφ᾽ οἶς) ci hai resi degni di essere giunti a stare davanti a te e di consacrare a te.” Qui si ringrazia il Padre in modo classico con ἐπί + dativo, per mezzo di Cristo (διὰ + genitivo). Non ritengo di sapere andare oltre queste poche osservazioni linguistiche; intanto continuo a tradurre come nel Compendio: “ringraziamo per questa liturgia”, intendendo ambiguamente sia il buon italiano di, sia il gallicismo mediante. Vedi anche RENDERE GRAZIE.
135. RIPOSARE, ἀναπαύω/упоконть: la nostra bistrattata lingua si prende una rivincita con questo verbo, che non è il solo: molti come questo sono transitivi con modalità causativa; nello specifico, arrendiamoci all’evidenza che Dio ha, tra i suoi poteri, anche quello grammaticale italiano di riposare, cioè di “causare che riposino” le anime dei defunti. Chi nelle preghiere può seguire con l’attenzione dovuta la valanga di parole, quali “concedere, donare riposo”, “fare riposare” ed altre contorture? La nostra lingua, se impostata così, non potrà avere meriti liturgici. Vedi anche INDURRE IN TENTAZIONE.
136. RISPETTO: vedi VERECONDIA.
137. SANTO SEI, DIO, ἅγιος ὁ θεὸς / святый боже: una versione critica del trisagio suona così: “Santo è Dio, santo e forte, santo e immortale, abbi pietà di noi”; la accolgo nella sua essenza, ben comprendendo l’aggiunta del verbo copulativo e delle congiunzioni, ma per coerenza liturgica e logica modulo “essere” dalla terza persona alla seconda: “Santo sei, Dio, santo e forte, santo e immortale: (abbi) misericordia di noi”. Si noterà dunque che la versione critica non considera vocativo il termine “Dio”, mentre la presente si avvale del chiaro apporto della versione slavonica (e della rumena), la quale permette di correlare la prima parte del ritornello alla seconda; il greco θεὸς è anche un vocativo, non solo un nominativo; nei testi greci precristiani e cristiani la formula è sempre ὁ Θεὸς, quasi un tutt’uno di articolo e nome, pensato come “il dio”; le lingue neolatine assumono invece dalla lingua madre l’assenza dell’articolo; dire “il dio di q.no o di q.cosa” è dire di una divinità protettrice e antonomasica di questo o quell’aspetto della vita. “Iddìo” è un rafforzativo di “Dio”, non la fusione di articolo e sostantivo, e non si usa mai davanti a preposizione, mentre è enfatico anteporvi l’articolo, comunque solo nei casi retti. Vedi anche TRISAGIO.
138. SANTUARIO E SANTI: comunemente il termine è letto nella Bibbia come “il santuario del Tempio” e nei testi liturgici come “i santi del paradiso”. Sono imbarazzato da questa dicotomia; senza voler discutere l’argomento, ma con il pensiero alle immagini dei santi davanti all’Agnello dell’Apocalisse, traduco sempre santuario: a me non è difficile pensare che il santuario spirituale di Dio sia costituito dalla folla dei santi che lo attorniano.
139. SCRIGNO DEL BENE, θησαυρὸς τῶν ἀγαθῶν / … : l’aggettivo plurale neutro greco, “cose buone”, ritengo voglia dire qui “il bene in assoluto”, che in italiano fluente non si esprime col plurale. Dire nella nostra lingua “i beni” è infatti dire quelli materiali. A meno che non si sia sostenitori proprio di questa interpretazione, consiglio il bene.
140. SECOLO, αἰών/век: nell’epoca scientifica dell’interazione tra materia e antimateria, tempo e spazio, mi è parso pallido tradurre con “secolo” tutte le espressioni bibliche collegate a αἰών, per cui ho diversificato le varie formule che lo contengono. Quando possibile, ho evitato di scadere nel concetto di eternità intesa come fuori dal tempo, dando risalto a quello di “arco del tempo concreto e percepito alle soglie dell’infinito”, anche con termini semplici come sempre.
141. SEI TU LA NOSTRA SANTIFICAZIONE ὅτι σὺ εἶ ὁ ἁγιασμὸς ἡμῶν / яко ты еси освящение наше: anche se improponibile in italiano, bisogna ammettere che ὅτι apporta una certa dinamicità al testo, se posso dire, un campanello dopo il silenzio senza tempo della preghiera; possiamo qui, così come in molte altre esclamazioni dopo una preghiera sommessa, renderla con la movimentazione da un “tu sei” ad un “sei tu”. Vedi anche POICHÈ, PERCHÈ.
142. SERVIRE A DIO, διακονεῖν/служити: nella preghiera dell’inno cherubico. Quanto a sinonimi, abbiamo in italiano la possibilità di gareggiare con il greco, pur senza vincere; lo slavonico a volte fa meno di noi, come nel caso in cui, dopo il primo служити/λειτουργεῖν, da me reso con officiare, al secondo служити/διακονεῖν il buon italiano mi permette servire, ricalcando così i termini originali del greco; il verbo è qui reso come intransitivo, reggendo il complemento di termine; il caso indiretto conferisce gravità al complemento (“Nessuno può servire a due padroni”), senza dover significare “abbisognare”.
143. SII CLEMENTE, ἱλάσθιτι/очисти: essere propizio, propenso, bendisposto, placato, clemente, è divenuto nelle traduzioni dallo slavonico “purificare”, a causa dell’accezione comune e moderna del verbo slavonico. Lo Церковно-славянский Словар di Грнгорнй Дъяченко ci dà in очистити la corrispondenza con καταρίζειν, mentre di очищение (manca la corrispondenza di очищати) la corrispondenza con ἐξιλασμὸς. Il testo greco certamente non recita così, e di questo mi contento per insistere sull’originale di Luca XVIII 9-14. Noto invece che nel vocabolario povero che si pretende addirittura liturgico c’è una tale abbondanza di termini derivati da “purezza”, da poter sterminare ogni sinonimo, più di quanto non ne sia lontano nella semantica.
144. SLAVONICO, non so se sia meglio “slavone”; con questo termine indico genericamente il complesso delle varie forme dello slavo ecclesiastico. Non è mio compito fare distinzioni specifiche e per epoche, né illustrare i gradi di legame con il paleoslavo. Esamino il testo ai soli fini di una traduzione italiana, usando “slavonico” come termine generale, per sola distinzione rispetto ad altre lingue liturgiche classiche.
145. SOCCORRI, SALVA, COLMA DI MISERICORDIA…, ἀντιλαβοῦ, σῶσον, ἐλέησον …/ заступи, спаси, помилуи…: la presente versione sposta il “noi” al termine dei quattro verbi della frase; in versioni più scolastiche il pronome è tradotto, correttamente, col suffisso pronominale “-ci” per tre dei quattro verbi, mentre per uno di essi, “abbi misericordia” o, peggio, “pietà”, che reggono il complemento indiretto, col pronome esteso; la difficile articolazione delle ripetute parole sdrucciole e la cacofonia del “ci-ci” da uccellini, nonché la coesistenza disorientante di tre verbi transitivi e di uno intransitivo nel reggere un complemento per gli uni diretto e per l’altro indiretto, creano forte tensione nel testo, marchiato così di pignoleria e forzatura. Mentre cercavo una soluzione alla comune versione a me sgradevole, mi è sovvenuto un episodio illuminante: un celebrante italiano, mentre recitava una delle litanie brevi, si impappinò a causa, si scusò poi, del testo per lui impronunciabile; al momento però si riprese subito, omettendo le famigerate particelle grammaticali: semplicemente se ne liberò, riducendo tutti quei verbi sdruccioli in piani, abolendo l’insana ripetizione di medesimi pronomi personali e accorciando drasticamente la perifrasi che nella lingua moderna sostituisce “misericordiare”; aveva compiuto le naturali operazioni che spettano ad ogni lingua maltrattata da traduzioni forzate. In questa versione, dunque, il pronome personale è unico e spostato al termine della serie dei verbi, i quali sono tutti resi in forma attiva, con il costo di una sola perifrasi; si sarebbe potuto fare di meglio: abolire del tutto anche l’unico pronome, vista la facile intuibilità del complemento oggetto, oppure anteporre un “quanto a noi” a tutta la formula, ma un’improvviso attacco di scolare moderazione me lo ha sconsigliato. A mio modesto avviso, il testo, anche così reso, si fa agile nell’articolazione e aulico nella dizione.
146. SOLENNE λειτουργικῆς … θυσίας / …… : nella preghiera dell’ingresso dei doni, l’aggettivo in questione, alla lettera “liturgico”, ritengo abbia assunto, oltre al senso di “pubblico”, il piglio di “ritualizzato”, per cui ritengo che solenne si presti meglio dal punto di vista intuitivo a rendere la drammaticità del concetto.
147. SOVRANO e PRÈSULE, δεσπότης/владыка: ne ho lette e sentite di tutti i colori sul mio reato di sdoppiamento del sostantivo, scelta condivisa da molte lingue moderne. Pur con tutta la revisione della mia traduzione del 1988, confermo quanto segue: riservo a Dio sovrano e al celebrante presule. Sovrano è da superanus (derivato dell’aureo superans; confrontabile con “soprano”), cioè colui che sta al di sopra: si capirà bene che non vuol dire di per sé “re”. Il Tommaseo, già citato in questa frase a proposito di superno: “Supremo riguarda l’ordine, la collocazione, il tempo; sovrano, la dignità…” Presule, da praesul, (dall’aureo capo dei sacerdoti danzanti di Marte passò a “preminente in un officio” ancor prima dell’appropriazione cristiana), cioè colui che è preposto al culto, più specificamente se è vescovo, ma non necessariamente, visto che si usa per tutti i prelati e, per esteso, a tutti i celebranti, onorati come prelati quando sono all’altare come collaboratori del pontefice. Praesul in latino ha il suo bravo caso vocativo e non vedo perché debba mancargli in italiano; lo dico a chi se ne uscì, incomprensibilmente, con “Presule non si può usare in italiano al vocativo, perché così è in latino”. A parte questa curiosa contestazione, il senso della mia scelta è il seguente: introducendo un termine solenne quale è presule, desidero evitare l’appiattimento del senso originale su signore e, peggio, la differenziazione sciatta tra signore e lo straniero e improprio maestro (“maître”, “master”). Resterebbe per gli irreducibili, e vorrei vedere quanto lo siano, per entrambe le accezioni il termine “padrone”, che per quanto impopolare, è tecnicamente più corretto di sovrano e presule.
148. STIAMO COMPOSTI (E IN PIEDI), στῶμεν καλῶς / станем добре: lo “stare composti” nell’invito prima dell’anafora è “serbare, nella posizione del corpo, nell’atteggiamento delle membra … quel contegno dignitoso e aggraziato che denota buona educazione, rispetto per il luogo o per le persone a cui si è davanti e che nella donna è espressione di naturale ritegno…” (Treccani) Quanto al “naturale ritegno”, oggigiorno lo declinerei seccamente anche al maschile. Ma stare composti non è sufficiente, perché chi sta seduto per necessità, a questo invito deve mettersi in piedi; per assurdissima e remotissima ipotesi, le nostre chiese in Italia potrebbero essere frequentate anche da eterodossi e ortodossi ineducati o maleducati; in questi casi, se manca un servizio d’ordine, l’aggiunta “e in piedi”, liturgicamente insita nello stesso avverbio καλῶς in quanto compostamente, potrebbe tornare utile.
149. SUPERNO, ὑπερουράνιον/пренбесный: nella litania dopo la consacrazione. È termine letterario, ma ciò non vuol dire che non appartenga all’uso. Superno dice quanto è sopra i Cieli con l’iniziale maiuscola, cioè oltre i cieli con la minuscola; aggettivi come “iperuranio”, “ultra celeste”, nonché l’aggettivale “oltre i cieli”, pur appropriati, nei nostri contesti sono affettati; sono cose da filosofia platonica, che non arrivano ad essere teologici; pur con le migliori intenzioni, sono dunque fuori posto in italiano; nelle lingue occidentali, poi, si arriva a tradurlo con ”spirituale”, per diporto o per carenze culturali, senza badare che poco dopo c’è davvero uno “spirituale” in πνευματικῆς/духовнаго; ciò accade perché non si afferra che “spirituale” riguarda lo spirito e non la localizzazione; oppure ci si butta su “immateriale”, segno di sordità alla peculiare forma inversiva del linguaggio liturgico e teologico; mio incubo personale è che qualcuno se ne esca con il compulsivo “puro”. Il νοερὸν/мысленный che incontriamo poco dopo nella stessa litania cade nella stessa critica se tradotto con “intelligibile”. L’immediatezza, la chiarezza, lo stile letterario sobrio e soprattutto dignitoso reclamano il loro posto; non è iattura che un termine non sia tradotto alla lettera, se in cambio l’assemblea perfettamente intuisce e, se può, comprende, cioè fà suo: detto di un altare, superno suggerisce nella mentalità della lingua italiana che esista una serie di altari limitati, e che il superno sia quello dei Cieli, e tanto basta; esso è pari a “iperuranio” nell’indicare un “luogo” che supera il mondo materiale. L’ultima parola è del Tommaseo: “Supremo riguarda l’ordine, la collocazione, il tempo; sovrano, la dignità; superno, il luogo, e però dicesi delle cose che concernono il cielo: la superna Gerusalemme, l’amore, la luce superna… La potenza superna è da Dio, o dagli spiriti mossi da lui.” (i corsivi sono nel suo Dizionario). Il Manzoni dice “immagine Della città superna” la chiesa: giustamente, perché essa è in terra l’immagine dei cieli dei cieli.
150. TESTAMENTO, διαθήκη/завет: atto ufficiale attestato; per traslato vige nell’uso moderno come accezione preponderante e tautologica di “disposizione ereditaria mediante attestazione”, e poi, naturalmente, “convenzione, accordo, alleanza”. Essenzialmente testamento è un’attestazione che deve essere rispettata, sia da chi la emette, sia da chi la riceve. La differenza basilare con “alleanza” sta nel fatto che il testamento è emesso dalla parte in causa più autorevole: ecco perché diciamo così anche del lascito di beni da parte del defunto, a motivo della potestà nel disporne e del vincolo a quanto disposto. “Alleanza” è un accordo stabile ma di per sé non attesta niente, anzi necessita di una stipula; ha obiettivi più ristretti nel tempo e nel merito, per cui è inappropriato dirla eterna, e si compie tra due o più parti di pari dignità e pari affidabilità; naturalmente la storia conosce più voltagabbana che leali alleati e la religione l’impossibilità dell’uomo di essere alla pari con Dio, per cui io ne critico l’uso liturgico e teologico. “Patto” è ancora più limitato di alleanza. Nella religione dell’umanesimo prevale il termine “alleanza”. L’umanesimo mise l’uomo al centro dell’universo: l’ennesima ubriacatura di sé trova naturale che due pari, quali non sono Dio e l’uomo, stringano in un’alleanza: sul tema circolano alcune storielle spiritose, ma non sono blasfeme, sono anzi educative, perché sono vòlte a cogliere proprio l’assurdo dell’alleanza tra due enti del tutto impari. Se si riconosce la centralità del teantropismo (divino-umanità), ovvero se si è Ortodossi, mi pare naturale che si scelga testamento: il termine, sia pure percepito dal linguaggio corrente come settoriale, antiquato, severo, buono al taglio in due a posteriori della Bibbia, quando non al solo concetto di eredità da un defunto, ha invece pieno significato, come sopra ho provato a dimostrare. Utile sarà affrontare l’argomento anche durante la catechesi: il catecumeno serio impara presto e bene, al contrario di chi crede di sapere.
151. TESTIMONIANZA, μαρτύριον/свндения, al salmo 92 dei LXX durante l’ammissione dei doni e ancora nella preghiera della liturgia: in buon italiano sarebbe testimonio, ovvero ciò che si attesta, mentre testimone è colui che attesta. L’influenza dei dialetti settentrionali ha cambiato le carte in tavola (un po’ come, con meno danni, tra “presepe” e “presepio”), ma ciò non toglie che il nome astratto testimonio abbia tuttora come prima accezione il significato di “attestazione personale”. Per evitare confusioni, facili al singolare per ignoranza e al plurale per paronomasia, sono spesso costretto a rendere testimonio con testimonianza.
152. TI OFFRIAMO COSE TUE, DALLE TUE, τὰ σὰ ἐκ τῶν σῶν… / твоя от твоих…: mi soffermo a trattare due aspetti della frase. 1) Τὰ σὰ nel presente contesto è interpretabile sia in aspetto soggettivo che oggettivo; se infatti si segue la logica che i doni siano offerti a Dio, dovremmo tradurre per te; se sono, banalmente e incontestabilmente, di sua proprietà, dovremmo tradurre con l’aggettivo possessivo tuoi. Se però diciamo che “ti offriamo le cose per te”, abbandoniamo ogni sfumatura semantica per cadere nella tautologia. Cose tue è forma atta comporre il dilemma; il pur abusato (ma meno di quanto si lamenti) sostantivo cosa mi è parso necessario ad evitare giochi di parole imbarazzanti (“ciò che è tuo da ciò che è tuo”) o caratterizzazioni eccessive (“i tuoi doni da ciò che è tuo, come se ci fosse anche qualcosa che non appartenga a Dio, mentre qui la logica corre tra creare e trasformare). Si noti che cose tue nella presente versione è privo di un articolo partitivo, per conservare il concetto di specificità, accanto alla posposizione dell’aggettivo possessivo. 2) Un richiamo a ἐκ come concetto di “prendere”, “ricavare” mette in relazione il presente testo con l’osservazione patristica cui accennavo, cioè della “grande” creazione, cioè della materializzazione dal nulla, opera di Dio, a confronto con la “piccola” creazione, cioè della manipolazione dalle cose create, opera dell’uomo; questo ritengo sia il pensiero su cui poggia il testo in esame; nello specifico, qui si dice che l’uomo offre a Dio pane che si ricava dal grano e vino dall’uva; tale pratica, immediata perfino a chi non ne ha esperienza pratica o culturale, è comunque espressa nel salmo 103 dei LXX, nonché in vari fatti e preghiere sia vetero- che neo-testamentari. Il verbo nell’originale è sì sottinteso, ma ben suggerito dalla preposizione ἐκ. Ricavare è per il Treccani “Cavare fuori, ottenere, trarre o estrarre, di solito attraverso una elaborazione o trasformazione più o meno profonda: r. una scala nella roccia; il gruppo statuario è ricavato da un unico blocco di marmo; acquavite ricavata dalla distillazione delle vinacce”. Nel presente contesto aggiungere “ricavare” è prosaico e troppo caratterizzato, nonché a rischio di parafrasi: è sufficiente porre tra due virgole il dalle tue.
153. TI SEI COSTITUITO NOSTRO PONTEFICE, ἐχρημάτισας/ был еси, nella preghiera dell’ingresso con i doni: preferisco approfondire il testo greco, che distingue il verbo precedente γέγονας da ἐχρημάτισας, mentre lo slavonico ripete был еси. Χρηματίζω vuol dire molte cose, ma qui sta per “servirsi di”, quindi “nominarsi”, “assumere veste di”. Provo a spiegarmi come mai lo slavonico traduce doppiamente “divenire”: anche il termine greco ha un significato simile a divenire, “passare a”, ma soltanto con l’avverbio εἰς: εἶς τι, “a qualcosa”; Cristo, che non “diventa”, ma “passa a” pontefice, evidenzia una condizione potenziale che diviene attuale, volendo il testo valorizzare il progetto divino ed escludere una mera reazione estemporanea all’incalzare dell’evento cruciale. Ho tradotto da χρηματίζω, anziché da быть, con costituirsi, “dichiararsi”, “assumere la veste o l’ufficio di”, anche per proprietà di linguaggio. A prevenzione di contestazioni, chiarisco che anche l’espressione forense “costituirsi alle forze dell’ordine” ha il medesimo significato di “dichiararsi” nel sottinteso “reo”, (voce quindi diversa da “presentarsi”, “consegnarsi” ad esse, che allude all’affidarsi alla giustizia) così come “costituirsi parte civile” è un voler dichiararsene o assumerne veste o ufficio (vedasi Treccani).
154. TOGLIERÀ LE TUE INIQUITÀ E MONDERÀ ecc., ἀφελεῖ, περικαθαρεῖ / отиметь, очистить: nel greco dei LXX i due verbi sono resi al futuro. Non ho trovato sui testi ufficiali del Patriarcato di Mosca la citazione che riguarda Isaia, ma la leggo, mal tradotta, in una versione di un receptus slavonico. Ἀφελεῖ e περικαθαρεῖ sono entrambi un indicativo futuro attivo: ἀφελεῖ di ἀφαιρέω e περικαθαρεῖ, forma attica. Nulla osta dunque che questa traduzione vada resa con il futuro semplice, e non con il presente, come rinvenuto in quella versione. Penso che la conoscenza non di seconda mano del greco sia necessaria per traduzioni di questo genere, con il permesso degli slavofili, s’intende; ciò vale anche per la patristica orientale, e non mi spiego come diversamente ci sia chi osi presentarsene esperto o soltanto colorato. Non aggiungo nulla in favore della conoscenza anche del latino, almeno nulla più di quanto non si possa immaginare. Vedi anche MONDARE.
155. TORMENTO, VIOLENZA E COSTRIZIONE, θλίψεος, ὀργῆς… καί ἀνάγκκης / скорби гнева и нужды: tutti questi termini sono stati qui assunti come oggettivi e non come soggettivi; intendo dire che tali condizioni sono qui considerate come imposizione di sofferenze di esseri sopra i loro simili e meno come generati da passioni negative dell’anima. Nulla toglie che per estensione essi siano considerati soggettivi.
156. TRINITÀ, τριὰς/тронца: “triade” in italiano è il complesso, gruppo, unitario e organico di tre persone o divinità, di tre enti o elementi; “trino” è l’aggettivo della consistenza di tre persone o enti o elementi ed è sinonimo di “triplice” e, in accezioni tecniche, di “trinato”; “trinità” è la condizione di essere “trino”, con lo speciale riferimento al mistero divino nel cristianesimo. Fin qui il buon italiano della Treccani. Ho sempre predicato che “triade” è la perfetta traduzione di τριὰς nella visione ortodossa, perché qui trattiamo, per quanto ci è rivelato, la consistenza in sé di tre persone nell’unica essenza; “trinità” è la modalità di essere tre: questo concetto calza meglio alle interpretazioni eterodosse del mistero divino basate sulla relazione che intercorre fra le Tre Persone e non sulla loro ontologia. L’uso di termini correnti in occidente in pro di maggior comprensione sembra prevalere, anche in relazione ai fenomeni culturali di massa cui si prona: tutto considerato e obtorto collo ho preso da tempo anch’io a dire e scrivere trinità, pur distinguendo instancabilmente nella catechesi.
157. TRISAGIO, τρισάγιον/трнсвятое: è termine italiano, elencato nei dizionari accreditati, provenendo dall’uso liturgico del Tempio e approdando alla nostra letteratura laica del novecento: “È bello che anche la Patria abbia il suo trisagio come l’Iddio Signore tre volte santo” (D’Annunzio). Il termine è sia aggettivo che sostantivo. Nota di colore: una ricostruzione dal latino all’italiano è per me impossibile: ter sanctus porterebbe a un neologismo “tersanto” o “trisanto”; lo dico non certo per partito preso contro i neologismi, ma perché ricostruzione non necessaria, a motivo del già accreditato, pur dotto, trisagio. L’etimo greco potrebbe essere ostico ai fedeli di altra cultura; dobbiamo però ammettere che dai lontani tempi delle due peggiori devastazioni subìte da Costantinopoli, quella dei crociati e quella dei turchi, molti greci, colti e non, profughi o immigrati in Italia, hanno introdotto nella nostra lingua un gran numero di loro termini, non solo religiosi; questi sono passati alla nostra lingua e hanno prodotto molti neologismi, che a loro volta sono stati irradiati a molte altre lingue. Se oggigiorno l’italiano ricevesse l’apporto stabile di altrettanta abbondanza di termini slavi e rumeni, risulterebbe altrettanto arricchita e tali termini entrebbero a buon diritto nei nostri dizionari. Detta così, sembrerebbe che l’accesso di ogni parola straniera sia garantita, ma non è così semplice. Vedi anche RECANTI DIO e RECANTI MIRRA.
158. TUA È LA FORZA, Ε ΤUOI SONO…, ὅτι σόν τό κράτος, καί σοῦ ἐστιν… / яко твоя держава и твое есть…: in frasi come queste un minimo di differenziazione tra i due costrutti greci indicanti appartenenza sono a mio avviso necessarie.
159. UN ESERCIZIO DI CREOLO ED UN BREVE QUESITO. A) Sintetizzo così la notizia di agenzia di informazioni: Iniziativa per ricostituire, nell’inferno della Mosul allora prossima alla liberazione, la distrutta biblioteca. Il titolo in inglese è: 1) “Let it be a book rising from the ashes”, oppure, secondo un’altra agenzia: 2) “Let it there be a book from the ashes”. Una traduzione fatta da agenzie in creolo anglo-franco-italiano, con l’aggiunta di un pizzico di fantasia, suona così: “Lasciamo che sia un libro a rinascere dalle ceneri”, verosimilmente in relazione al testo 1). Se 1) è il receptus del giorno, la traduzione in italiano fluente per me suona: “Sorga dalle ceneri un libro”. Se il receptus è 2), suona invece: “Compaia un libro dalle ceneri”. Non c’è alcun “lasciare”, alcun “rinascere”, alcuna contorsione o prolissità. Quanti preferiranno invece la versione creola delle agenzie di informazione? B) Il quesito: Se dovessimo dare un aggettivo ad un santo monaco dall’ipotetico nome di Eutimio e noto per l’osservanza al silenzio, quale aggettivo sceglieremmo? “Eutimio lo zitto” (e perché no, oggi è un diritto anche questo, “il zitto”)? “Eutimio il muto”? “Eutimio il taciturno”? “Eutimio il silenzioso”? oppure “Eutimio il silente”? La padronanza della lingua italiana è necessaria a ben tradurre.
160. UN ESERCIZIO DI GRECO: mi è stato posto da uno stimato teologo un quesito su Giovanni, cap. 12 vers. 3, sull’aggettivo in genitivo singolare πιστικῆς, comunemente tradotto con “puro”. Anticipo che “puro”, anche al superlativo, ricopre presso i nostri traduttori un entusiastico favore per rendere svariati lemmi, scorrazzando da ἄχραντος a καθαρός, ἄκήρατος, σεμνός, ὅσιος, fino a πιστικός; non parlo solo dei nostrani ruspanti accademici, ma anche del mio amatissimo prof. Raffaele Cantarella (Mistretta, 1898 – Milano, 1977), sommo grecista e bizantinista, tra l’altro traduttore attento di sacre scritture, che in questa pericope ha tradotto, quoque tu, con “puro”. La fissazione a tradurre ogni aggettivo che capita a tiro con “puro” per me è dovuta alla spiritualità visigota, una sorta di morbus gothorum spirituale, il quale, tra arianesimo, adorazioni di interiora, cilici, flagellazioni, auto da fé, apparizioni di madonne teologicamente disinvolte, celibato, filioque ed altro che temo perfino di elencare, ancora oggi intossica una bella fetta di cristianesimo. (Preciso che “intossicare” mi giunge da un servizio televisivo su papa Roncalli, servizio che citava il suo diario: l’allora “Nunzio Apostolico” in Grecia criticava i cristiani di colà, definendoli, sempre nel diario e sempre come riportato dal servizio, “intossicati di Ortodossia”. Per inciso nell’inciso, il diario che io ho letto non riporta tale affermazione: se c’era prima e poi no, a che serve un diario epurato?). Per tornare all’abuso di “puro”, mettiamola così: “Omnia pura puris”! abbiamo così violato, dopo l’italiano, anche il latino. Il quesito: il mio interlocutore mi informa che è in uso nel suo ambiente la versione di νάρδου πιστικῆς come “nardo di fedeltà”. Intanto questa versione osa ribellarsi alla dittatura del “puro”, e ciò appare incoraggiante; qui però ci chiediamo se questa traduzione sia corretta. Esamiamo dapprima il lemma “nardo”. Ci giunge dall’ebraico nerd attraverso il greco νάρδος e il latino nardus e nardum; si tratta di aromi di vari fiori, definiti meticolosamente da Plinio, secondo la provenienza: gallico (o celtico), italico, cretese, indiano; quello italico era alla lavanda; si può pensare che quello che circolava in Palestina fosse cretese, alla Valeriana Italica, o indiano, alla Valeriana Jatamansi, spica nardi per eccellenza. Il nardo del vangelo non sembrerebbe un’improvvisazione di aromi locali, bensì un prodotto importato e ben confezionato, visto che è πολύτιμος. In greco il genere di νάρδος è maschile o femminile; qui uno dei due aggettivi riferiti a νάρδος è il citato πολύτιμος, cosiddetto “a due uscite” (cioè con una desinenza in comune per il maschile e il femminile e un’altra per il neutro), che non ci aiuta a distinguere il genere di νάρδος; πιστικῆς, concordando con νάρδου, chiarisce che il sostantivo è assunto al femminile. Tale aggettivo significa due cose. 1) Derivando da πίστις, “fede”, è “fedele”, e giustificherebbe la forma aggettivale “di fedeltà”, 2) quando deriva da πίνω, “bere”, vuol dire però “potabile” e, nel traslato, “liquido”. Si tratta dunque di un uso non attento del dizionario; il senso riguarda tecnicamente la materia oleosa dell’essenza di nardo, qui “liquida”, “fluida”; penso sia intesa come non rinsecchita, non adulterata da polveri di zavorra o solo non svaporata: se fosse di scarsa qualità, non sarebbe πολύτιμος, “costosissima”, “preziosissima”. Tale nardo è “puro” solo alla lontana, né mi pare sia “di fedeltà” se non a posteriori, per l’atto della donna ante litteram recante mirra; né che sia un commento mistico intrinseco ai vangeli, i quali in proposito sono sobri; è proprio fluido, a testimoniare la buona qualità: semanticamente lo direi genuino; discutibile la versione alla lettera con “liquido” o “fluido”, un tempo ben compresa per la pratica stessa del nardo e oggi inefficace quanto al messaggio da trasmettere. Preferirei, insomma, questa versione di genuino, che bene fa il paio con costosissimo.
161. UN TRONO DI CHERUBINI, ὁ ἐπί θρόνου χερουβικοῦ / на престоле херувимсте: a forza di leggere la medesima versione delle mille grige traduzioni, che Dio sia seduto “sul” trono, per di più “cherubico”, abbiamo assimilato questo concetto in modo talmente acritico, che non ci chiediamo neanche più come visitare il concetto in logica coerente e lingua chiara, e come parlare a chi è insciente di Scrittura (almeno, Salmo 79:1 e Daniele 3:31 della LXX). Il greco, che è provvisto dell’articolo determinativo, qui non lo usa, dunque intende “un” trono; esso non è, come si apprezza seguitando, né di legno né di pietra, e non è nemmeno fisso, è un trono speciale: “il” trono di Dio; se dunque l’articolo manca, è per premettere, attraverso una figura retorica, che è sì “un” trono”, ma non uno qualunque, perché, precisa poi, lo formano i cherubini. L’aggettivo “cherubico”, tradotto alla lettera, scivola via senza pensieri, come ad esprimere qualunque altra descrizione, del tipo trono “leggero” o “dorato”, ecc.; è anche ambiguo e in ogni caso fuorviante, perché vuol dire che il trono è sia “affare da” cherubini, sia “costituito da” cherubini. Dire “un trono di cherubini” è invece dire chiaramente che i cherubini “si uniscono a formare” lo speciale trono. Il testo, prima banalizzato, è ora più in risalto, credo io, con il poco della presente versione. Spesso mi sono stizzito contro i cattivi maestri della nostra lingua, dall’alto investiti a tradurre la liturgia in esclusiva e senza dar conto ai destinatari, ma questa volta penso che dobbiamo compiangerci a vicenda; tutti noi infatti siamo ancora permeati di vecchie traduzioni provenienti da ambienti eterodossi.
162. USA A NOI, ποίησον μεθ´ἡμῶν / призри на ны: nella preghiera della prima antifona. Una versione può essere “rendi” cioè “fare, far diventare, condurre nelle condizioni espresse dal predicato … o da un complemento” (Treccani); “Attua in noi” vuol dire invece “far passare dalla potenza all’atto, quindi, comunemente, tradurre in realtà” (Treccani); ritengo semplicemente errata la traduzione con “rendere” o “attuare” in questa preghiera, a motivo del costrutto specifico: ποιῶ μετά τινος vuol dire infatti “trattare, avere a che fare con, agire nei riguardi di, usare modi o sentimenti a / qualcuno; rendo pertanto, aggiungendovi brevità e proprietà di linguaggio, con usa a noi ecc. le tue misericordie ecc.
163. VENERANDA CASA, ἐν τῷ … πανσέπτῳ ναῷ / во … всечестнем храме: per me è già affrontata e risolta l’incertezza di храм, la quale mi consente di applicare qui, anche rispetto a “tempio”, la versione casa; traduco l’aggettivo con veneranda, tagliando corto con certi superlativi assoluti imbarazzanti per il linguaggio moderno e prestando orecchio alle critiche raccolte sulla preghiera diaconale “ardente”. D’altronde ci sono da noi vari aggettivi che per la loro stessa imponenza semantica hanno un che di superlativo assoluto, al punto che applicando un ulteriore e formale grado cadiamo nella grossolanità. Vedi anche CASA, FRATELLI SACERDOTI e PREGHIAMO IL SIGNORE E CHIEDIAMO AL SIGNORE al paragrafo B.
164. VENITE AD ADORARE: ecc., δεῦτε προσκυνήσωμεν / приидите поклонимся: il “venite, adoriamo”, richiamo al versetto 6 del salmo 94 della LXX, ritengo possa rendersi nella forma più comprensibile e immediata di venite ad adorare; ciò non per sé, ma per il resto della frase: e prosterniamoci al Re, ecc.; in italiano infatti il costrutto crea incertezza rispetto al complemento “Re”: 1) siamo di fronte ad un pleonasmo quando proclamiamo “adoriamo e prosterniamoci”, o “inchiniamoci e prosterniamoci”. 2) entrambi i verbi hanno evidentemente lo stesso rapporto con il complemento, solo che il primo, “adorare”, in quanto transitivo, dovrebbe reggere quello diretto, e il secondo, “prosterniamoci”, intransitivo, quello di termine. Si potrebbe ovviare all’incongruenza offrendo un secondo verbo che sia transitivo, come soltanto sono “riverire”, poco apprezzato (ne è segno l’espressione “timore riverenziale”, fiacca tautologia per la più semplice “riverenza”), o “prosternare” in forma attiva: quest’ultimo, così come “inchinare”, in passato nella sua forma transitiva aveva per complemento diretto il destinatario dell’inchino; così non è più nella lingua moderna, per cui “adoriamo e prosterniamo il Re” è oggi inteso addirittura come errore. Altra maniera di ovviare è presentare due verbi intransitivi in forma riflessiva, “inchiniamoci e prosterniamoci”, in condizione di persistente pleonasmo e di accento sdrucciolo dei “ci-ci” pronominali. A me resta la soluzione fondata sull’uso assoluto del primo verbo e sulla sua disgiunzione dal secondo, il quale a sua volta regge, da solo, il complemento di termine; la logica è in tal modo raddrizzata: una ripetizione mediante sinomini (“adorare/prosternarsi”) si trasforma in una precisazione: “adorare” mediante il gesto del “prosternarsi”. 3) Il δεῦτε del testo greco non è il verbo “venite” a noi quiescentemente noto, ma è un inquietante avverbio esortativo che vuol dire “orsù”, “suvvìa”: già ai primordi della nostra lingua tali avverbi erano considerati leziosi, e così si potrebbe pensare che apparissero agli slavi per la loro traduzione; siccome però δεῦτε è un’antica fusione di un avverbio di moto δεῦρο (qua) e un verbo ἲτε (da εἶμι, andare, venire, passare), ecco che già nella traduzione slavonica si operò una forzatura, in barba al metodo fotocopia e con felicissimo risultato, al punto che anche varie versioni di ambiente greco oggi accettano il “venite, ecc.”. Vedi anche VERBI ASSOLUTI ECC. e ADORARE.
165. VERBI ASSOLUTI. VERBI INTRANSITIVI COME TRANSITIVI E VICEVERSA: faccio presente che qualunque verbo transitivo può essere espresso in modo assoluto, cioè privo di complemento oggetto, senza che perda la sua natura transitiva: “Paolo legge”; “Giovanni mangia”; tanto serve ad evitare perifrasi pedanti, non auliche e ingiustificate come: “Paolo esamina con la vista uno scritto”; “Giovanni assume a fini alimentari del cibo”. Seconda nota: il verbo intransitivo può essere usato come transitivo quando la base semantica del complemento coincide con quella del predicato (“dormire il sonno del giusto”, “salire le scale”), oppure quando il complemento oggetto si forma dalla stessa radice del verbo (“vivere una vita spensierata”), ma anche per estensione intuitiva (“vivere un’avventura meravigliosa”, il dantesco “salire le scale”, “salire la croce”). Ci sono i verbi per sé transitivi, ma con il complemento oggetto diverso da quello che solitamente reggono: “pregare una grazia dai Santi”, anziché “pregare i Santi di una grazia”. Terza nota: nelle grammatiche complete esiste un elenco di verbi alternativamente transitivi e intransitivi, come per esempio il temutissimo e sconvolgente inneggiare (utile invece per non “cantare” troppo e per ben aderire al verbo greco originale), nonché un elenco di verbi che in passato erano obbligatoriamente e/o facoltativamente transitivi e oggi intransitivi, e viceversa. Tratterò a parte il caso di “arrivare”, e non per divagare. “Arrivare” ha un uso transitivo che appartiene alla buona letteratura e alla storia del giornalismo, a motivo della sua efficacia: “arrivare qualcuno con un coltello” diceva il cronista; “arrivare la stazione” dice l’affannato che, in ritardo, riesce a non perdere il treno; oggi però è ancora comune che sia il treno ad arrivare la stazione, nel dramma delle nostre ferrovie. La digressione, insieme a tutta la trattazione di sopra, vuole lodare la creatività di una lingua che cerca di ovviare alla sua natura analitica producendo espressioni dirette ed eleganti. È bene prenderne atto, proprio di fronte a traduzioni tanto pedanti quanto grossolane. Vedi anche NON INDURCI e RIPOSARE.
166. VERECONDIA, εὐλάβεια/благоговение: anticamente “timore di fare cosa che possa venire rimproverata”, oggi è piuttosto “disposizione di chi rifugge da ogni cosa che possa, anche lontanamente, offendere il pudore, la riservatezza e la modestia” e ha una visuale soggettiva. Quando serve un termine più accessibile e di visuale oggettiva, nella mia versione dico rispetto.
167. VIGILANZA, νῆψις/трезвение: “sobrietà”, come recitava il Compendio, è una delle accezioni di νῆψις; dalla primaria “astinenza dal vino” si passa alla sobrietà, e da qui alla speciale attenzione, la vigilanza, per non ricadere nel vizio. Riferiscono studiosi che in passato c’era νίψις, con iota anziché con eta: “risciacquo”, dunque “lavanda” di purificazione; non disperariamoci per l’abuso del concetto di “puro”, anche in questo caso prezzemolo di ogni minestra, è tempo perso; annotiamo piuttosto la sensibilità verso il messaggio della vocale perduta, come per esempio nel “pegni di purificazione per l’anima”, delle note al capitolo 27 del “Commento della Divina Liturgia” di Cabasilas citato nella bibliografia; ma se “pegni ecc.” è una ragionevole traduzione, in una recentissima pubblicazione troviamo una prevaricazione con “purificazione” tout court: gli anziani insegnano che νῆψις è uno stato che si acquisisce dopo la κάθαρσις, questa sì “purificazione”, per cui i due concetti non vanno confusi. Erasmo dice del receptus νῆψις (con la eta): vigilantia. Vigilanza passa da “stato desto, di veglia” a “controllo attento dei propri pensieri, sentimenti, atti” (Treccani): il Tommaseo cita a questo proposito i Moralia di san Gregorio Magno nella versione di Zanobi da Strata, 1486: “Debbe stare intenta e vigilante la mente a correggere sua vita”. Concludo che, scartato “purificazione”, 1) l’antico νίψις ignorava per sua natura la “sobrietà”, in quanto astinenza, dell’anima; e così forse anche l’attuale νῆψις; 2) “vigilantia” per me costituisce una mediazione tra le due varianti, da un lato serbando il receptus, e dall’altro riavvicinando la diversificazione radicale creata dalla diversa vocale; 3) vigilanza non perde l’energia dell’antica νίψις: pur diversi semanticamente, entrambi i termini nel loro dinamismo comune tratteggiano l’idea dell’esercizio continuo che il cristiano compie passando nel mondo.
168. VIRGOLE, USO E ABUSO: nella presente traduzione mi sono permesso un florido uso di virgole, perfino nei blocchi unitari, ma in genere dove ho sperato di mettere in evidenza elementi particolari della frase, oppure di porre ordine di parole o logica in frasi a prima vista non chiare o irriducibilmente lunghe. Non mi è parsa vera libertà grammaticale, ma un tentativo di aiutare lettura, canto e dizione in sintagmi complessi, ermetici o difettivi; nel clima di una lingua italiana impoverita, ho scelto l’esuberanza delle virgole per non lasciarle a Pinocchio, come dice un nostro detto. In contrasto, e sempre per gli stessi scopi, in molti punti ho volutamente omesso virgole che sarebbero comunemente attese.
169. VITALE: ζωοποιός/животворящый: 1. Che dà e mantiene la vita, necessario per la vita. 2. Che ha la capacità di vivere (Treccani). La prima e primaria accezione interessa i nostri testi ed evita perifrasi o altri aggettivi di difficile pronuncia e meno direttamente comprensibili, come i noti “vivifico” e “vivificante”. Vedansi comunque gli altrettanto temerari AVVIVANTE per “datore di vita”, RAVVIVARE per “riportare in vita” e il VIVIDO di qui sotto.
170. VÌVIDO, ζωαρχικῇ/живоначалнию: ricorre nell’innologia, per es. nel contacio resurrezionale del sesto tono; l’originale greco riprende poeticamente, con “principiatore della vita” riferita al Verbo, il “per mezzo suo tutte le cose presero ad esistere” (modalità incoativa che traduce ἐγένετο) nel Credo; in italiano, se termine letterario, significa “pieno di vita, vivace, rigoglioso” ma, se poetico, significa “che dà vita e ricrea” (Treccani). Ce n’è abbastanza da preferire vivido, non sempre, ma almeno quando urgono brevità, immediatezza e aulicità in certe frasi lunghe. Negli altri casi espressioni come “fonte, causa, ecc. della vita” potrebbero essere sufficienti.
171. VITA CALMA E TRANQUILLA: ἤρεμον καί ἠσίχιον / тихое и безмолвное: “La tranquillità può riguardare solamente la persona o la cosa, senz’accennare relazione estrinseca (…). Tranquillo è l’oggetto che non ha turbamento. La tranquillità non esclude l’idea del moto, purché non violento.” “Quiete è cessazione o sospensione o grande allentamento di moto. Può essere quiete, senza tranquillità, nello spirito; può un moto essere tranquillo, e nondimeno essere moto, cioè il contrario di quel che propriamente si chiama quiete.” “Calmare è l’opposto d’agitare. Calma conciliasi meno all’idea del moto: muoversi tranquillamente, non già, muoversi con calma.” Questo dal Dizionario dei Sinonimi del Tommaseo. Del Compendio confermo pertanto nel primo degli aggettivi calma, contestando “quieta”; così resi, gli aggettivi di una buona vita mi sembrano pregnanti e contigui.
172. VOLGIAMO A, πρόσχωμεν/вонмем: nell’esortazione prima dell’anafora; scarto il costrutto “stare attenti” per i seguenti motivi: 1) Formalmente nel testo esaminato troviamo “stare” già due volte per una reale esigenza di traduzione; un’ulteriore ripetizione, causata da un costrutto italiano non necessario, è troppo. 2) Avere un verbo chiaro, diretto, breve e fermo nell’esortazione è in questo passo l’ideale stilistico. 3) Il verbo προσέχω significa “stare attenti” nel senso di “volgere” o “rivolgere” la sottintesa mente. Vedi anche IN ALTO VOLGIAMO e VERBI ASSOLUTI ECC.